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di Carmelo Palma

linkiesta.it, 17 maggio 2025

Il presidente del Senato apre alla proposta di Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata, mentre il Parlamento si appresta a convertire in legge il decreto sicurezza, che aumenterà ulteriormente la popolazione detenuta. Il centro-destra è messo così male, coi suoi gorgheggiatori del comparaggio garantista che non alzano mai lo sguardo sullo spettacolo delle tragedie e delle galere altrui, che è toccato al più fascista della compagnia, il presidente del Senato Ignazio La Russa, mettersi una mano sulla coscienza e ammettere che non è più il caso di gloriarsi della Caienna e dell’oblio della Costituzione e che bisogna fare qualcosa per rimediare al sovraffollamento (una media del 133,5 per cento con punte del 219,2 per cento) e all’epidemia suicidaria nei penitenziari severamente sorvegliati dal camerata Andrea Delmastro Delle Vedove (al 6 maggio, venticinque vittime contro le ventisette dell’anno scorso alla stessa data, ma con ventuno decessi per cause ancora da accertare, contro i tre del 2024).

Escludendo provvedimenti di clemenza, il presidente del Senato - in questo sostenuto anche dal vice presidente del Consiglio superiore della magistratura in quota Lega, Fabio Pinelli - ha promesso un’opera di moral suasion per l’approvazione della proposta sulla liberazione anticipata del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti; impegno piccolo e prezioso, che però suona grottesco mentre il Parlamento si accinge a convertire in legge l’ennesimo decreto sicurezza, con quattordici nuovi reati e nove aumenti di pena, destinato ad alimentare un’ulteriore esplosione della popolazione detenuta.

L’uscita di La Russa ha consentito alla presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, di rifiatare e di sospendere uno sciopero della fame in corso già da ventidue giorni, mentre prosegue quello di Chiara Squarcione e di Laura Di Napoli, accompagnate da un digiuno a staffetta di circa centocinquanta attivisti radicali, proprio contro il decreto sicurezza. Il timore è che il sussulto di coscienza e l’iniziativa di La Russa, per quanto modesta nelle ambizioni, sia destinata a infrangersi contro un muro che non è affatto di indifferenza e insensibilità, ma di maturata ostilità contro il fine stesso della costituzionalizzazione della galera, su cui il Nordio Dr Jekyll aveva costruito una fama di competenza e umanità, e il Mr Hyde sbarcato a via Arenula, gettata la maschera, ha svelato il suo volto di mediocre mestierante.

Come però dovrebbe essere chiaro a chiunque, per avere piena contezza del pervertimento del sistema penale, esemplarmente rappresentato dalla condizione delle carceri, occorre abbandonare il mondo delle interpretazioni giuridiche e inerpicarsi nel sopramondo di quelle teologico-politiche. Non è più un fenomeno che abbia a che fare con la laicità del diritto, bensì con la sacralità del potere, dove il delitto ha una sostanza dogmatica e la pena una funzione liturgica.

Il primo cessa di essere un fatto previsto dalla legge come reato, per la lesione di un bene giuridico protetto, e diventa un meccanismo di difesa della società dal contagio e dall’incombenza del male. È un’idea intrinsecamente totalitaria del diritto penale, ma ampiamente condivisa da schieramenti che, per quanto formalmente opposti, ne condividono appunto il presupposto, quello della tutela penale come principio di salvaguardia dell’ordine politico ideale.

Ovviamente in questo quadro la pena non serve a risarcire il vulnus e a ripristinare la normalità, proprio restituendo, quando sia possibile, il reo risanato alla società, secondo la logica liberale e costituzionale, ma serve al contrario a sacrificare il reo per propiziare il risanamento della società e celebrare in quel sacrificio la liberazione dal male. Inevitabilmente la legge penale così non solo diventa la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma anche il mezzo privilegiato della politica.

Se legge penale scrutina e battezza i nemici del popolo è per ciò stesso la legge suprema ed è insensato volerne relativizzare i responsi. Quindi dietro il buttate la chiave c’è qualcosa di più o di peggio di una violenza di Stato: c’è la violenza sacra di Girard non ancora emancipatasi nel rito simbolico delle religioni; c’è la liturgia del sangue necessario alla vita e alla pace di tutti; c’è l’irrevocabilità della eterna battaglia del bene contro il male, precipitata nella contingenza di qualunque episodio di cronaca.

Il primato della galera, come sola ipostasi della giustizia, non risponde affatto a un’istanza di sicurezza, ma a un bisogno diffuso di identità politica ed è impossibile mitigarne gli effetti con appelli puramente umanitari, che sono destinati a finire nel nulla se non risvegliano il senso della catastrofe antropologica di una democrazia fondata sui sacrifici umani.