di Raffaele Alberto Ventura*
Il Domani, 22 agosto 2026
La morte del professore di Cambridge accusato di plagio ha suscitato un’ondata di indignazione. Vale la pena capire come si spezzano le reazioni a catena delle shitstorm prima dell’esplosione. Il suicidio del professore di Cambridge Jason Arday, accusato di plagi e millanterie, ha suscitato un’ondata di indignazione planetaria. All’affollatissima veglia funebre tenuta lunedì in Trafalgar Square e sui social network, molti hanno denunciato un vero e proprio linciaggio mediatico. Sono stati centinaia i giornalisti di tutto il mondo a dare risalto alla sua storia, che però si difendono: la notizia c’era. Ci siamo abituati, negli ultimi anni, alla fuga delle shitstorm nel mondo reale, con esiti tragici. Tra i suicidi direttamente collegabili alla sovraesposizione digitale, in Italia ricordiamo il caso di Tiziana Cantone, perseguitata da un vecchio video porno, quello di Roberto Zaccaria, accusato di truffa sulla televisione nazionale, e ancora quello della ristoratrice che aveva pubblicato una falsa recensione ed era stata smascherata. Talvolta queste persone non sono innocenti, eppure il castigo che viene loro inflitto dalla furia cieca della folla appare totalmente sproporzionato. Visto che non impariamo mai, l’unica risposta alla gogna di ieri sarà la contro-gogna di domani. I manifestanti alla veglia funebre di Arday scandiscono il nome di Nathan Cofnas, il ricercatore apertamente razzista che ha innescato il caso (e che ora ha scritto di essere stato sospeso dall’Università di Ghent questa vicenda), additandolo come bersaglio di un ulteriore linciaggio. Nemmeno lui probabilmente si aspettava che divampasse un incendio. In rete la responsabilità è distribuita, frammentata, vaporizzata, polverizzata: il male è risultato di tante piccole azioni tutto sommato innocenti. Cambridge, Jason Arday e l’università che non è: da professori a simboli isolati Effetto farfalla Sul caso di Arday magari un commentino, una condivisione, un like, uno sguardo lo hai dato anche tu. Avevi diritto di farlo, forse persino ragione: la sua storia era davvero strana. Poi, però, è finita così. Il problema è quello che gli ingegneri chiamano il carico critico, gli economisti effetto farfalla, i chimici reazione a catena, i fisici effetto domino… Insomma la responsabilità cumulativa determinata dall’accumulo di singole azioni che, prese individualmente, possono sembrare insignificanti, ma che collettivamente hanno un impatto significativo. In questo caso come si distribuisce la colpa?
La questione è astratta. Più urgente è capire come possiamo spezzare le reazioni a catena prima dell’esplosione, dove e come intervenire per isolare il contagio. Continuiamo ad applicare vecchie abitudini a un contesto che funziona in modo totalmente nuovo. Ma oggi valgono regole nuove perché l’ecosistema comunicativo digitale ha fatto emergere nuove peculiarità. La prima è la non-linearità. Siamo abituati a pensare ai rapporti tra causa ed effetto, azione e reazione, come lineari e proporzionali.
Perciò ci pare assurdo dare peso a eventi minuscoli; eppure questi possono fare leva su vulnerabilità sistemiche a causa della viralità della comunicazione online. Nei sistemi si parla di transizione di fase e oscillazioni caotiche ma è lo stesso meccanismo della tragedia greca. Perché in effetti la non-linearità non è un fenomeno inedito: caratterizza, ad esempio, le questioni di onore, nelle quali una sola parola fuori posto poteva innescare una scalata agli estremi. La civiltà moderna aveva inventato un raffinato sistema di filtri, soglie e dispositivi per neutralizzare queste catene catastrofiche. Non funzionano più. Perché dobbiamo smettere di parlare di “salute mentale” Un contesto nuovo La seconda novità la chiamo iper-pubblicità.
Con i social media siamo passati dall’esistere in uno spazio pubblico, nel quale eravamo esposti al giudizio di una sfera ristretta di persone, a una condizione per cui ogni testo rischia presto o tardi di finire sotto gli occhi di qualcuno che non lo capirà o se ne sentirà offeso. Ogni traccia che lasciamo può potenzialmente raggiungere il mondo intero, procurandoci i nostri quindici minuti (almeno!) di gogna pubblica. Terzo, il sovraccarico. È banale ricordare la velocità della comunicazione online. Ma velocità non significa solo che le cose succedono prima, senza lasciarci il tempo di reagire, o che coinvolgono più persone in meno tempo, che già è un bel problema. Significa anche che succedono cose diverse, cose che non accadrebbero se gli stessi eventi fossero distribuiti secondo una temporalità diversa.
Come mostrano le epidemie e le corse agli sportelli bancari, i sistemi complessi sono sensibili alla congestione e al sovraccarico, soprattutto se confrontati con progressioni esponenziali. Nel caso delle reti sociali, ogni contenuto viene continuamente riassorbito e amplificato attraverso condivisioni e interazioni, creando l’equivalente di un effetto Larsen, quel fischio fastidioso buttato fuori dall’amplificatore quando reimmetti l’output in input. Rallentare un’epidemia (stando a casa), una corsa agli sportelli (chiudendo la banca) o una shitstorm (regolando il traffico algoritmico) permette di evitare la saturazione del sistema.
Tanto tra tre giorni si sarà passati ad altro. Quarto, è aumentata la diversità. I monopoli e oligopoli mediatici del Novecento ci avevano restituito un’immagine uniforme della società, e in una certa misura avevano contribuito a realizzarla. Un modello standard di way of life, di famiglia, di carriera, di umanità. Così quando ci si rivolgeva a un pubblico, si davano per scontate varie cose: un certo livello di alfabetizzazione e di istruzione, una cultura e una sensibilità condivisa, un grado medio di intendimento. Ma la società è molto più varia, e dietro a un avatar digitale potrebbe esserci uno straniero, un minorenne, un neurodivergente, la vittima di un trauma, un attaccabrighe o semplicemente una persona che sta attraversando un brutto momento.
Prevedere come interpreterà quello che diciamo è una roulette russa. Com’è cambiata la vergogna nell’età dei social e degli avatar La comunicazione fuori controllo La quinta novità è che non possiamo garantire l’Integrità dei segnali. Tendiamo a considerare che sia nostro diritto essere giudicati sulla base di quello che abbiamo detto e scritto, e non di qualche sua deformazione. Nelle realtà accade esattamente il contrario, perché nei canali digitali nulla oggi garantisce l’integrità dei segni che consegniamo alla circolazione. Insomma gran parte delle polemiche sorge dall’alterazione volontaria o involontaria di un messaggio: elementi decontestualizzati, tagliati, deformati, riassunti… Ognuno di noi deve valutare con grandissima attenzione il canale al quale affida il proprio contenuto, e accertarsi che non subirà deformazioni troppo importanti. Questo significa che bisogna prevedere una codifica “resiliente” alle deformazioni e agli slittamenti di codice.
Chi si è posto lo stesso problema prima di noi, cioè gli specialisti di comunicazione aeronautica, ha individuato diversi criteri per minimizzare il rischio di malintesi: chiarezza, ridondanza, standardizzazione, riduzione rumore di fondo... Sesto aspetto, lo spillover. La rete aumenta in modo esponenziale i tre fattori che, in epidemiologia, definiscono la contagiosità di una malattia: la trasmissibilità, l’interconnettività e la persistenza. Alla radice di molte vicende si riscontra frequentemente uno spillover, ossia il salto del virus da una specie all’altra: dal portatore sano - inteso come il creatore del fotomontaggio e il suo pubblico designato - a un pubblico del tutto incapace di cogliere l’ironia intrinseca - o per meglio dire, quella particolare forma di ironia.
Oggi siamo tutti esposti al rischio della decontestualizzazione, del fraintendimento, della falsificazione, perché condividiamo in qualche modo lo stesso spazio pubblico, ma non condividiamo i linguaggi e i riferimenti culturali. La settima e ultima (per ora) caratteristica della comunicazione contemporanea è la politicizzazione. Tutto è potenzialmente politico, e se qualcosa può servire efficacemente a un uso politico - perché sembra confermare un frame interpretativo, o perché chi comunica incarna qualche fazione o stereotipo, o più generalmente perché fornisce l’occasione per esprimere qualcosa - allora verrà sottratto alla sua funzione originaria per svolgerne una diversa, che non controlliamo più. Il caso Arday ha subito, assieme a tutti i precedenti effetti, anche quest’ultimo. Una piccola vicenda accademica è diventata un caso mondiale perché sembrava esemplificare un punto che, evidentemente, stava a cuore a molti: gli eccessi delle politiche d’inclusione. Siamo tutti il ragionier Fantozzi. Come siamo diventati classe disagiata.
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