di Silvia Avallone
Corriere della Sera, 24 dicembre 2024
Ho letto il saggio di Jonathan Haidt dal sottotitolo “Come i social hanno rovinato i nostri figli” e vorrei che in Italia e nel mondo producesse lo stesso casino che ha provocato negli Usa. Erano meno ansiogeni gli anni prima dello smartphone, con il cellulare e Internet sul pc a casa. “Fossero almeno felici! Ma non lo sono: al contrario, sono tristi” mi racconta un’insegnante delle superiori, “non li abbiamo mai visti così tristi prima dell’avvento degli smartphone”. “Tutti gli anni, e sottolineo tutti, si verifica almeno un caso di una ragazza che cambia scuola dopo la diffusione di foto intime sui social” si sfoga una docente delle medie, “e non ti dico i pianti e le angosce per queste chat piene di insulti e derisioni”.
“Li chiamano nativi digitali, ma conoscono TikTok e YouTube, di rado altri programmi” si sfoga una sua collega, “faticano a scrivere in corsivo. Non tutti: ci sono i ragazzini più seguiti, le ragazzine che leggono libri su libri. Ma poi ci sono quelli che si addormentano sul banco perché hanno passato la notte ai videogiochi”. “Ho dato il cellulare a mio figlio all’inizio della seconda media. Ho resistito il più possibile, poi ho ceduto. Perché come fai? Se ce l’hanno tutti... È una pressione continua. Hai paura di tenerlo isolato. Allora ti arrendi e, subito, l’ho visto trasformarsi: cupo, nervoso. Ha smesso di uscire volentieri, lo devo costringere” mi ha detto una mamma con angoscia. “Sai cosa penso? Che adesso sia più solo di prima”.
“Poi glielo togli” interviene un’altra (ci troviamo a un compleanno di bambini e la conversazione cade, immancabilmente, sul tema), “e, dopo le prime proteste, lo vedi rinascere. Lo mandi a giocare a calcio tutto il giorno in un campetto, e torna lui. Non è vero?”. “Sì, è vero”. “E allora perché ci adeguiamo? Perché non facciamo niente?”.
“Perché ce l’hanno tutti” è la classica obiezione che sento. Ma non è mai un’obiezione convinta: è una resa. Lo vedo, ovunque io guardi: sui treni, ai ristoranti, nelle sale d’aspetto, persino al parco giochi. Quando mi avvicino per sbirciare cosa guardano quei bambini rapiti, lo sguardo fisso, sono sempre video coloratissimi, velocissimi, che bombardano di immagini ipnotiche. E non riesco a non percepire, in questo incantamento, una potenza opposta a quella che esercitano i libri. Si intravede dagli occhi, dai muscoli del volto. Ma soprattutto dal ritorno dopo il viaggio.
Quanti genitori mi hanno raccontato di crisi d’astinenza dopo aver tolto dalle mani dei figli (bambini o preadolescenti) lo smartphone. In molti mi hanno restituito uno stato di scontrosità e nervosismo: gli effetti universali di una dipendenza. D’altra parte, sono le stesse conseguenze che subisco io da adulta: lo svuotamento dopo una navigazione passiva, il contrario del pieno - di riflessioni, domande, sentimenti - dopo una lettura coinvolgente.
Eppure, le biblioteche per bambini e per adulti sono, nonostante la loro bellezza e ricchezza, poco frequentate. Mentre su ogni mezzo di trasporto, per ogni strada, a ogni bar, e persino davanti a uno scivolo, vedo bambini con uno smartphone in mano accanto ad adulti con uno smartphone in mano. Sospesi in un silenzio irreale, come satelliti in orbita rispetto al mondo e agli altri. Jonathan Haidt, ne La generazione ansiosa, parla dell’esperimento più gigantesco e controverso dell’umanità. Perché fornire a un bambino uno smartphone connesso sempre e ovunque ai social network equivale a spedirlo su Marte. E noi lo abbiamo fatto: ci siamo buttati a capofitto su uno strumento senza conoscerne i possibili effetti, senza gli studi e le informazioni necessarie a padroneggiarlo con responsabilità. In buona fede, ma alla cieca, abbiamo dato questo strumento anche ai bambini e agli adolescenti.
Venivamo da anni felici: quelli del cellulare e di Internet a casa sul pc. Due innovazioni che ci avevano avvicinati, spalancato il mondo, promesso più democrazia. Quindi abbiamo accolto fiduciosi i passi successivi di queste tecnologie. E poi, bisogna essere onesti, che facilitazione! Bambini e adolescenti sono ribelli per struttura: farli mangiare a tavola composti, impedirgli di non cacciarsi nei guai, è un’impresa. Non lo dicono prima, ai genitori, quanto sia difficile, faticoso, stancante, crescere un figlio. A volte ci ritroviamo così fragili, così spaventati, e quell’oggetto incantatore, come il flauto magico, ci promette una soluzione immediata, apparentemente indolore. Come il gatto e la volpe, ci imbonisce. E noi ci cadiamo. E il dolore verrà: il prezzo amaro da pagare per un’ora più facile da gestire.
Qualcosa è successo, di segno opposto alle speranze iniziali, nell’impatto delle tecnologie della comunicazione sulle nostre vite. La promessa di una maggiore liberazione si è tramutata, molto spesso, in una maggiore dipendenza. Haidt individua questo momento cruciale nell’avvento dello smartphone con videocamera frontale e connessione Internet veloce. Con milioni di app, videogiochi, social sempre in tasca, sempre a chiamarci, irresistibili come il canto delle sirene. Perché questo, in fondo, è lo scopo con cui sono stati congegnati: trattenerci, rapirci (e farci spendere, e orientarci politicamente). Sussurrandoci: ogni tuo desiderio sarà esaudito. Subito. Cosa vuoi comprare? Chi vuoi sbirciare? Cosa vuoi ascoltare? A chi vuoi scrivere? Ti stai annoiando? Hai un problema di salute? Qui trovi tutto. E il “tutto” è un mostro abbagliante, il “tutto” è l’anticamera del disastro. Perché cosa siamo noi esseri umani senza desideri? Cosa siamo senza conflitti e confronti? Senza volto affacciato su un altro volto e relazioni prive di secondi fini?
Ma un conto è sperimentare senza paracadute e libretto d’istruzioni da adulti, un altro è farlo da bambini, quando ci formiamo. Smartphone e social in tenera età hanno, spiega Haidt, riconfigurato l’infanzia. Sostituito il gioco e l’incontro qui e ora, nella carne del mondo, con uno stare sempre altrove. Non quello dell’arte, dei sogni, dell’immaginazione, della lettura. Bensì un altrove che per lui assomiglia a un deserto lunare, a un’assenza di tutti gli stimoli di cui un bambino ha bisogno per crescere. Povero anche di quelle opportunità e di quelle relazioni di cui gli adolescenti necessitano per fiorire. Lo si capisce leggendo Haidt, ma anche guardandosi intorno, leggendo i casi di cronaca agghiaccianti che hanno per protagonisti sedici-diciassettenni.
Forse possiamo dircelo: che abbiamo sbagliato. Ad avere tutta quella fiducia, a usare senza prima sapere e capire. È difficile ammetterlo. Ma tutti noi sbagliamo continuamente, e solo grazie ai nostri errori impariamo, correggiamo il tiro. Sono i social a dirci che non possiamo sbagliare, pena insulti, perdita di follower, di status, pena il blocco. Ma è una bugia: non c’è altro modo di crescere se non cadendo. Non c’è altro modo di essere amati e amare se non negli errori e nei cambiamenti.
Ho accennato ai libri, alle biblioteche, che per me sono strumenti e luoghi che allenano alla libertà, all’indipendenza. Non si pensa senza le parole; non si affrontano i problemi, non si concepiscono sogni, non si supera un dolore se non si è capaci di dare loro un nome. Ecco, le parole sono proprio il bene fondamentale che l’uso precoce, sregolato e illimitato degli smartphone ha impoverito. Le parole sono il medium per eccellenza tra l’interiorità e l’esterno, tra le nostre emozioni, i sentimenti, i ragionamenti - invisibili - e quelli degli altri. E le parole si apprendono. Attraverso maestri che guidano, pagine che si sfogliano, il dialogo a viso e cuore aperto con gli altri.
Esiste un luogo deputato alla fioritura delle parole, del pensiero, delle relazioni sociali e dei sogni: la scuola. E quando penso che dobbiamo fare qualcosa per invertire l’impoverimento e affrontare la spirale di disagio giovanile che coincide anche con l’irruzione pervasiva di social e digitale nelle loro vite, penso alle classi, ai corridoi e ai cortili scolastici come primo cantiere di reazione.
Alle scuole dovrebbero andare i più grossi investimenti economici, di idee ed energie, per farle diventare luoghi non solo liberati dal richiamo continuo degli smartphone per permettere a bambini e ragazzi di concentrarsi, parlarsi, giocare, ma anche agenzie che forniscono un’educazione a questi strumenti. E, aggiungo, un’alternativa formidabile al virtuale: riportare i ragazzi a terra, farli appassionare al mondo.
Per cominciare, si potrebbero tenere aperte le scuole al pomeriggio. Offrire uno spazio concreto per studiare insieme alternativo alla solitudine della propria stanza (con schermo annesso). So di cosa parlo: al ginnasio ho studiato con i miei compagni a scuola al pomeriggio, e ringrazio ancora quei momenti di condivisione, collaborazione e responsabilità. Perché gli adulti ci avevano dato fiducia, ascoltati e trattati da grandi. Non ci vorrebbero chissà quali giganteschi investimenti, no? Ridimensionare le ore al telefono, ampliare quelle di relazioni reali e lavoro di squadra. Credete che i ragazzi si opporrebbero? Credo che dovremmo parlarci di più, con loro. Dovremmo mettere noi per primi in borsa il telefono, alzare gli occhi e guardarli.
La figlia di un’amica, all’ultimo anno delle superiori, una sera a cena ha annunciato con orgoglio: “Ho disinstallato TikTok, mi rubava troppo tempo. Voglio studiare di più, fare di più”. Non sottovalutiamoli mai, le nostre ragazze e i nostri ragazzi. Insegniamo loro imparando da loro. Nel saggio di Haidt, il cui sottotitolo è: “Come i social hanno rovinato i nostri figli” - un libro che vorrei facesse in Italia, e nel mondo, lo stesso casino che ha provocato negli Stati Uniti - si spiega bene come le relazioni umane, che sono il cemento della nostra vita, implichino un grande lavoro. Impegno, ascolto, racconto sincero di sé, gestione dei conflitti, empatia, solidarietà, mitigazione dei propri egoismi. L’amicizia è questo. L’amore è questo. La bellezza di accettare e accettarsi, la fatica di riuscirci. E torniamo a questa parola per me centrale: fatica. Discussione costante di sé stessi, scoperta delle proprie ambizioni attraverso il confronto e l’affaccio sul complesso e magnifico mondo interiore degli altri. Ci vuole tempo, ci vuole tanto esercizio attraverso il gioco e l’apprendimento. E ci vuole il corpo: la mimica facciale, la postura, i gesti attraverso cui ci si intende “a pelle”. Il contatto di un abbraccio, di una carezza.
Sui social la fatica non esiste. È tutto subito. È sì/no. È 0/1. Se mi fai uno sgarro, ti blocco. Se mi piaci nella frazione di secondo in cui ti dedico attenzione, ti metto un like. Smetto di seguirti se mi annoi. Sui social sono tutto preso a esibire me stesso, e immagino che gli altri mi amino in questa esibizione. Ma non ci può essere alcuna forma di amore in una relazione di superficie che dura tre secondi. C’è un uso, un’illusione di contatto. Un frammento di desiderio subito soddisfatto, subito esaurito. Lo smartphone può servire a molte cose: a cercare una via, a pagare una bolletta senza fare la fila, a comprare qualcosa che non troviamo nei paraggi, a sensibilizzare su un tema. Ma non ad amare, non a crescere.
Quando avevo 11 anni, tutti fumavano: nei bar, nei ristoranti, in alcune carrozze del treno. Non si faceva la raccolta differenziata dei rifiuti e la coscienza ecologica era pressoché zero. L’alimentazione non teneva conto né della salute né del rispetto per l’ambiente. Miss Italia era trasmesso in prima serata sul primo canale e rappresentava il sogno obbligato per ogni ragazza: sii bella e sorridi. Ne abbiamo fatti di passi avanti da allora. E ne abbiamo fatti anche alcuni indietro. Quando avevo 11 anni, tutti i miei parenti fumavano. E qualche anno dopo avrei iniziato anche io. Perché? Perché fumavano tutti, appunto. E adesso? Sia io che i miei parenti abbiamo smesso.
Se vi sembra che il paragone sia esagerato, 42 Stati degli Usa hanno chiesto l’introduzione di un’etichetta che indichi i social “pericolosi” al pari di alcol e sigarette. Quello che interessa a me, però, non sono tanto i confronti, quanto la genesi delle dipendenze. I ragazzi sarebbero così dipendenti da questi dispositivi se non vedessero noi adulti sempre incollati lì?
Ho iniziato la mia personale battaglia con lo smartphone prima di diventare madre: l’ho silenziato, gli ho tolto tutte le notifiche, altrimenti non avrei scritto più niente. Avevo già iniziato ad addomesticarlo, a disubbidire alle sue esigenze per piegarlo alle mie. Ma è stata la maternità a farmi compiere il giro di boa: voglio che le mie figlie mi vedano non con il telefono in mano, ma con un libro.
Dopo la notizia che d’ora in poi nelle scuole medie gli smartphone verranno chiusi in una scatola e resi inoffensivi (sono stata di recente in Francia, e lì il bando vale anche per le superiori), abbiamo deciso di farlo anche noi a casa - noi genitori, le nostre figlie sono troppo piccole per averlo. Quando siamo insieme, c’è un baule dove mettere lo smartphone. Perché l’educazione alla tecnologia siamo noi adulti i primi a non averla: mail di lavoro di sabato e di domenica, WhatsApp a qualsiasi ora del giorno e della notte, che ti raggiungono ovunque tu sia, con chiunque tu sia. Amo il computer che sta lì sulla scrivania e non mi viene dietro quando esco. Amo i ritrovi con gli amici durante i quali nessuno, per educazione, per rispetto, ma soprattutto per la voglia di stare insieme, tira fuori uno smartphone.
“Ce l’hanno tutti”: ne siamo sicuri? Tutti no. Tra la miriade di articoli che ho letto sul tema ce n’è uno rivelatore. Lo trovate online (ripeto: con educazione e maturità, l’online è portentoso). Si tratta di un reportage di Milena Gabanelli e Fabrizio Tortora su Data Room del Corriere della Sera. Svela come i bambini dei big della Silicon Valley lo smartphone e il tablet non ce l’hanno, o, se ce l’hanno, devono osservare regole stringenti. I figli di coloro che hanno reso i bambini degli altri “la generazione ansiosa” sono tenuti in salvo dall’ansia. Le famiglie più avvantaggiate economicamente e culturalmente crescono i figli lontani dagli schermi, oppure applicano limiti ferrei, mentre le tante famiglie in svantaggio vi ricorrono frequentemente per abbandono sociale e solitudine. Perché se devi lavorare e non hai parenti vicino, se non hai i soldi per una babysitter o un centro estivo o un’attività sportiva, se vivi in una società senza relazioni, come fai a intrattenere un bambino? È l’ingiustizia sociale connessa all’abuso di smartphone che più mi fa rabbia. La solitudine delle famiglie senza reti parentali nelle grandi città, delle madri senza aiuti. Perché i nidi sono costosi e per pochi, le tate un lusso, le scuole al pomeriggio restano chiuse, nei quartieri e nei condomini non ci si conosce, figuriamoci aiutarsi, e allora uno non sa come fare a causa della solitudine, e la solitudine dilaga.
Anche perché ci si illude - altro aspetto sviluppato da Haidt - che in casa, davanti allo schermo, i pericoli non ci siano. Laddove in strada, in cortile, in piazza, sia pieno di malintenzionati e maniaci sessuali. Ci si illude di avere tutto sotto controllo, ma in realtà lo perdiamo su quel che è più importante: l’evoluzione sana dei nostri figli, la loro serenità.
I social, in cui ci si ostina a non chiedere la carta d’identità agli utenti per registrarsi (una follia), sono zeppi di pedofili che agganciano i bambini sotto mentite spoglie. Zeppi di bulli, di esempi negativi, ed è difficile per un bambino di 11 o 12 anni discernere le persone che offrono contenuti costruttivi da quelle che inviano messaggi pericolosi, le notizie vere da quelle false. A 11, 12 anni ti trovi nell’età più critica in assoluto. Devi capire chi sei, cosa ti piace. Devi staccarti dai tuoi genitori. Sei in balia del giudizio degli altri. Se ripenso alle mie scuole medie, mi tornano in mente tante di quelle crudeltà da parte dei coetanei - che per fortuna non erano amplificate e reiterate dai social. E ricordo tante di quelle stupidaggini che ho commesso - per fortuna sepolte nell’oblio della realtà. Però mi ricordo anche una cosa bella: avere le chiavi di casa, andare a scuola da sola o con le amiche. Un’opportunità che poi è diventata sempre più bella via via che sono cresciuta: la libertà di esplorare, svelarmi il mondo. La responsabilità di farlo.
La vendita dei motorini è crollata insieme all’avvento degli smartphone. Se le mie figlie mi chiedessero il motorino a 14 anni proverei un lungo brivido lungo la schiena, lo ammetto. Eppure, quanto ho goduto sul mio cinquantino, a quanti appuntamenti segreti mi sono presentata, quanti posti nascosti ho scoperto, quanto mi sono sentita libera sul mio Quartz pieno di adesivi? Proverei una grande paura, se le mie figlie mi chiedessero il motorino, sì, ma non l’angoscia che provo all’idea di dar loro uno smartphone prima che siano fiorite di desideri e sogni, prima che abbiano fatto il pieno di giochi, amicizie, passioni, che abbiano la maturità e la cultura necessaria per trasformarlo in un ponte ulteriore verso il mondo, non in un suo sostituto.
Non si torna indietro. Peccato che, a vedere il maschilismo, il sessismo e la violenza che circolano sul web, sorge il dubbio che questa tecnologia, così com’è impostata, abbia contribuito, certo insieme ad altri fattori, a farci involvere anziché evolvere. Sono aumentati in modo esponenziale, anche in Italia, i problemi di salute mentale e i reati tra i giovanissimi. Omicidi, bullismo, e suicidi. Certo, la società degli adulti è diventata più aggressiva: il linguaggio d’odio divampa in molte trasmissioni televisive e per strada, oltre che sui social. Quasi ogni giorno padri uccidono madri davanti ai figli. L’educazione sentimentale e sessuale non avviene attraverso un dialogo profondo a casa e a scuola, ma sui siti porno, di nuovo intrisi di violenza e disparità di genere.
Allora dobbiamo compiere un passo di lato: guardarci in faccia, noi come società, senza filtri, e affrontare le crepe. Riprendere in mano gli strumenti della cultura e dell’educazione, usarli con cognizione. Riempire di nuovo le piazze di bambini che corrono, di adulti che si incontrano e si parlano, con rispetto e curiosità. Quindi piegare la tecnologia al servizio della libertà, della comunità e della giustizia sociale. Dobbiamo farlo subito, prima che anche l’Intelligenza Artificiale ci travolga. Perché non possiamo usarla contro le guerre, i cambiamenti climatici, la fame, le discriminazioni, gli incidenti sul lavoro? Perché dobbiamo delegarle proprio le cose più belle della vita: la creatività, l’affettività, le relazioni?
Tra le mille storie recenti ed evanescenti da cui veniamo bombardati, ce n’è una che ha avuto il potere di restare salda nella mia mente: quella di Lesly Jacobo Bonbaire, la tredicenne che, dopo un incidente in elicottero nel giugno del 2023, dopo aver visto morire sua madre e averne abbracciato il cadavere, si è messa in marcia dentro la giungla colombiana con i suoi fratelli più piccoli di 9, 5 e 1 anno. Ha resistito un mese nella giungla, ha protetto i suoi fratelli. Ha portato sé stessa e loro in salvo. Caldo, freddo, sete, fame, insetti, piante velenose, giaguari. Quella ragazza, nel pieno della nostra epoca immateriale, ha compiuto un corpo o corpo epico con il mondo. Ha ingaggiato un duello con la vita e la morte, e ha vinto. Vinto nel senso più luminoso del termine: ha conosciuto, ha ascoltato, ha resistito, ha amato. Lo ha fatto come un’eroina. Ma le hanno anche insegnato a farlo: a distinguere le piante, a orientarsi tra gli alberi, a curare un bambino, a conquistare tempo e spazio, a cavarsela nella peggiore situazione. E a restare al mondo.
Ecco, io vorrei essere così, vorrei che le mie figlie fossero così: in una misura infinitamente minore, certo, ma piantate nella realtà con coraggio. Vorrei che le mie figlie diventassero capaci di attraversare le tante giungle che occorrono per crescere. Che andassero a scuola da sole, un giorno, con le loro amiche, come è stato possibile per me: senza alcun gps, senza lo sguardo agganciato allo schermo. Le mani libere, gli occhi liberi, il cuore libero. Libere anche di gestire conflitti e cadute, persino di curare questo mondo così malato. Lo vorrei per loro e per tutte le bambine e i bambini. Perché, a differenza dei big della Silicon Valley, non me ne faccio niente di mettere in salvo loro da un pericolo, se poi gli altri ci cadono dentro. Non me ne faccio niente di essere felice da sola. Perché non sono felice da sola.
Questo dibattito grande che desidero sull’uso responsabile di social e smartphone dovrebbe essere anche, insieme, un dibattito sulla ricostruzione delle nostre comunità. Un abbattimento di questa solitudine, di questo isolamento pieno di diffidenza, tristezza e rancore. Guardo con molta simpatia al ripopolamento di alcuni borghi dove ci si ritrova in presenza, come una volta, a prendersi cura insieme di un territorio e a passare le serate a parlarsi, le feste insieme. Ripopolamento permesso proprio, guarda caso, dal wifi, dal lavoro da remoto, dalle nuove tecnologie. A cui va impresso il potere dei legami.
Una sera a cena in un ristorante sul mare mia figlia Nilde giocava con un paguro e un’altra bambina, più o meno della stessa età, al tavolo accanto, con un cellulare. Mi interrompo per una premessa a cui tengo: smettiamola, noi genitori, di paragonarci, giudicarci, metterci gli uni contro gli altri. Cerchiamo invece di sostenerci per fare meglio, e pretendiamo una società che ci aiuti a crescere nel modo migliore i nostri figli senza abbandonarci a noi stessi. Abbiamo tutti paure simili, fragilità simili: uniamo le nostre diversità per il futuro di chi amiamo.
Torno al paguro: dopo un po’ era chiaro che dovessimo riportarlo in acqua. Siamo andate a liberarlo tra gli scogli. Osservando da una certa distanza il ristornate illuminato, i tavoli, la sua coetanea al cellulare, ho detto a Nilde: “Prova a chiedere a quella bambina se ha voglia di giocare con te”.
Lei ha scosso la testa: aveva paura. E lo capisco. Quanto fanno paura le relazioni, anche a noi adulti? I possibili rifiuti. Il no detto in faccia. È sempre un rischio enorme: stringere un’amicizia, affacciarsi su un’altra persona, conoscerla, permetterle di conoscerci. E in questo gli smartphone sono micidiali, perché ci forniscono una scusa perfetta per restare trincerati nelle nostre paure. “Provaci. Se ti dice di no, ci rimarrai un po’ male, poi ti passerà” l’ho incoraggiata. “Ma tu provaci lo stesso, magari ti dice sì!”.
Non è mai facile: affrontare la vita, viverla. Non è facile per i genitori vedere i propri figli che vanno, cadono e si fanno male. Ma è esattamente il nostro compito e dobbiamo darci forza l’un l’altro verso l’obiettivo per permettere loro di crescere. Che vadano, che sbaglino, che disubbidiscano. Nel mondo, insieme agli altri. Non soli in una stanza. Che diventino loro stessi, che siano liberi.
Nilde è andata. Voltandosi verso me e suo padre, all’inizio, facendo il giro largo. Ma poi ha macinato la giusta determinazione e si è presentata al tavolo dell’altra bambina. Le ha parlato brevemente. Lei ha sollevato lo sguardo dallo schermo e, dopo un secondo, è scattata in piedi. Sono corse insieme al centro della piazzetta. Hanno cominciato subito a giocare a un due tre stella come se si conoscessero da sempre. Hanno riso, hanno fatto rumore, hanno dato vita a un luogo. Noi e i suoi genitori ci siamo guardati e ci siamo sorrisi.
“Ciò che udivo era soltanto la melodia dei bambini che giocavano, soltanto quello, e l’aria era così limpida in mezzo a quel vapore di voci mescolate, maestose e minute, remote e magicamente vicine, schiette e divinamente enigmatiche (...), e allora capii che la cosa disperatamente straziante non era l’assenza di Lolita dal mio fianco, ma l’assenza della sua voce da quel concerto di suoni”. È uno dei passaggi finali del capolavoro di Nabokov, è il capoverso che sempre, a ogni lettura, mi commuove. Non esiste spettacolo più alto e meraviglioso dei bambini che giocano insieme. Degli adolescenti che ridono, si abbracciano.
Non esiste promessa più tersa di un futuro migliore. Prova più chiara che nascere in questo mondo è un prodigio. E noi adulti abbiamo il dovere di fare il massimo affinché ogni infanzia, ogni adolescenza, sia la più felice possibile. Che faccia più casino possibile, rumore, canto, disordine, gioia. E anche noi adulti dovremmo fare più rumore, casino, gioia. Anche noi non dovremmo avere paura della libertà.









