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di Andrea Galli

Corriere della Sera, 13 aprile 2025

Da Monza a Saronno, continua il viaggio del “Corriere” tra gli adolescenti che la Treccani definisce “gruppi di strada chiassosi, con la tendenza ad attaccar briga, dal modo di vestire appariscente e dal linguaggio volgare”. Le strofe del rapper Paky: “Mentre mi sta cercando la Digos, sono a St. Moritz”. Son tutti qui, i maranza. Come al solito. Una distesa di borselli portati ormai quasi ad altezza della gola, nemmeno più ad altezza del petto, e per la cronaca trattasi di merce taroccata; nonché di piumini smanicati, pure taroccati; di crocefissi, altresì taroccati, idem come sopra.

Però stavolta i maranza se ne stanno zitti, buoni buoni, e hanno comprato il biglietto del treno evitando di muoversi gratis e non comprando le bottiglie di birra e superalcolici da esibire fino alla meta finale, ovvero Porta Garibaldi a Milano, per raggiungere a passo svelto, urlando nei tunnel sotterranei cori da stadio, l’adiacente piazza Gae Aulenti, i riflessi del sole sulle finestre dei grattacieli, i selfie e i video da mettere su Instagram e TikTok. Insomma i maranza si comportano all’esatto contrario rinunciando in aggiunta all’aggressività verbale contro qualsiasi persona di sesso femminile. Bambine, donne, anziane.

Proprio così. Pazzesco. Davvero. Anestetizzati. Ma grazie mille, per forza: quest’oggi, sabato 8 aprile 2025, quando siamo intorno alle 13, la stazione ferroviaria di Monza - in più punti scassata, sottoposta a cantieri, ma ultra-videosorvegliata ammesso beninteso che le telecamere funzionino a dovere e non siano state posizionate come mero effetto dissuasore, del resto capita di frequente anche fuori dalle stazioni, per esempio a Milano -, la stazione ferroviaria di Monza è percorsa da decine di poliziotti e carabinieri; costoro attendono i tifosi del Como per la partita di calcio della serie A col Monza. Il che, in questo viaggio a puntate del Corriere fra i maranza, ci dà un’idea.

Non soltanto Nordafrica - Ma prima, la definizione: per la Treccani, maranza è un giovane appartenente a un gruppo di strada chiassoso; egli evidenzia atteggiamenti sguaiati, attacca briga, veste in modo appariscente, parla volgare. Chi ignora il fenomeno, uno in verità dei ciclici fenomeni adolescenziali, che maturano di generazione in generazione e innescano le doverose riflessioni di psicoterapeuti e sociologi, e pensa che i maranza siano soltanto i nordafricani, marocchini, tunisini, libici oppure egiziani nulla cambia, e la convinzione piace assai a questi soggetti legittimando in loro certi pensieri discriminatori verso gli stranieri, fa niente se hanno cittadinanza italiana.

Errato, totalmente errato: il maranza non ha una specifica provenienza territoriale, non si basa sulle nazionalità di appartenenza: quella dei maranza è una sottocultura trasversale dal punto di vista geografico (e anche dilagante come, diciamo, trend). Basta interrogare un adolescente e ve lo confermerà: il maranza è un cafone, porta fastidio e minacce, ha una sorta di fisiologica necessità di ancorarsi a una comitiva per sentirsi protetto, al sicuro, libero di agire con comportamenti illegali che forse, fosse in solitaria, eviterebbe. Dopodiché, eccoci all’idea prima menzionata, e venuta osservando i poliziotti e i carabinieri in azione nella stazione di Monza. Abbiamo interpellato fra Milano, Como, Varese e la stessa Monza, dirigenti di commissariati, marescialli di pattuglia, comandanti, ispettori, vicequestori. Per capire, certo in linea di massima e nell’ovvio relativismo delle nostre esistenze e del nostro mondo, il comportamento dei genitori convocati per conoscere le idiozie e i reati compiuti dai figli.

Ebbene, la tendenza degli adulti è quella d’accusare gli altri. Subito all’inizio. Per levare ogni responsabilità all’erede. Se ha agito come ha agito, ecco, allora sarà stato provocato, doveva difendersi, è stato costretto, non aveva alternative, l’hanno minacciato di ritorsioni in caso di “disobbedienza”, l’hanno bullizzato, oppure è colpa degli insegnanti, colpa dell’allenatore, colpa del prete della parrocchia, colpa del meteo impazzito, colpa della pandemia, colpa dei terrapiattisti, colpa degli svalvolati che affollano i mezzi di trasporto, le strade, le piazze; magari magari, colpa pure dei social network, di chi ha inventato i cellulari.

A St. Moritz - Ci dice un dirigente di commissariato, trent’anni di esperienza in mezzo alla dolente e dolorosa commedia umana, che comanda questa sindrome qui: “Intendo la sindrome del “cocco di mamma”. Magari da noi, convocato, il genitore si arrabbia e cazzia il figlio, fa un po’ di scena, annuncia castighi biblici, ma tanto poi, a casa, ricomincia ad adularlo, servirlo, riverirlo, evitargli di dirgli qualche volta “no”, sia mai, per carità, pure se ha sfregiato un amico”. Non mancano i papà, cinquanta e sessantenni, che attaccano a piangere quando, insomma, dovrebbero reggere, gestire la situazione, far gli adulti. Macché. Frignano. Penosamente. Singhiozzano. Scene, dice uno di quelli che le vedono in diretta, che generano una mestizia massima, un senso di sconfitta.

Il rapper Paky (Vincenzo Mattera, da Napoli), che va parecchio fra i maranza, canta strofe del genere: “Non c’è tempo per uscir pulito / Mentre mi sta cercando la Digos / Sono a St. Moritz a fare il disco / alle Mauritius, ci faccio jujutsu / Aspetto arrivi il giorno del giudizio”.

Lo si ascolta a Saronno, dove intanto ci siamo trasferiti - cittadina di 40mila abitanti in riqualificazione, meta di famiglie del ceto medio che non reggono il carovita di Milano; c’è un reale gran fermento, anche esistenziale, ma la stazione ferroviaria permane una pena: una specie di hotel delle anime sia laide sia perdute.

Nei boschi - Capita infatti di vedere, come adesso, uno sbandato che vaga coi jeans abbassati; Saronno, riferiscono gli investigatori, è frequentata dai “soldati” della droga assoldati nei boschi dello spaccio in provincia di Varese e, col problema di nuovo in aumento, nel parco delle Groane che tange paesi ugualmente eletti a buen retiro lontano dalla metropoli.

Tre maranza, quando mancano sette minuti alle 17, aspettano il treno per Milano. Ascoltano quello là, Paky. Dicono che faranno un salto in piazza del Duomo. Fra di loro si chiamano “bro”, cioè brother, fratello. Indossano dei jeans skinny, aderenti. Uno ha tatuata una testa di leone alla base della nuca. I tatuaggi, dicono, se li fanno al Lorenteggio, i costi sono ancora decenti. Hanno in programma una cena dal McDonald’s della stazione Centrale. Se riescono, prendono l’ultimo treno per Saronno. Sennò amen. Domandiamo loro del tema dei coltelli. Alla nostra Sara Bettoni, il medico Stefania Cimbanassi, gran capa del Trauma team dell’ospedale Niguarda, ha raccontato: “A inizio degli anni Duemila le ferite penetranti da arma bianca rappresentavano il 2% mentre oggi sono il 18 per cento”.

La città delle lame - Sì, Milano è la città delle lame: nel 2024 ci sono state 96 rapine tra minorenni coi coltelli. Sulle lame, i maranza non rispondono. Ne avranno una, o più d’una, nel borsello (marca Gucci, fake, ovvio)? Su Saronno ci han dato un indirizzo. Ci abitano dei parenti, dei conoscenti, di maranza appena spediti nel carcere minorile del Beccaria dopo rapine in serie in metrò. L’indirizzo conduce alla periferia tra rotonde, la farmacia aperta giorno e notte, enormi ristoranti fast-food, antichi centri commerciali, palazzi in costruzione (pure tutta questa parte di Lombardia è sottoposta a massiccia speculazione edilizia).

Una signora marocchina non risponde al citofono, manda in avanscoperta un uomo che nel vialetto del basso condominio ci spedisce a quel paese non prima d’aver urlato che lavora ed è in regola. La Padania razzista, i migranti, il faticare e il tenersi la fedina pulita come speranza di un lasciapassare, invocando accettazione senza pregiudizio.

Una teoria delle bande - C’è un saggio di due sociologi americani, Richard A. Cloward e Lloyd E. Ohlin, entrambi docenti a New York, sulle bande adolescenziali; tre i tipi di formazione evidenziati: 1) la banda criminale dedita al furto, all’estorsione e a ogni altra forma di appropriazione indebita; 2) la banda conflittuale che pratica la violenza come mezzo per procacciarsi maggiore influenza sociale; 3) la banda astensionista dedita agli alcolici e alla droga. Il saggio venne pubblicato nel 1960.