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di Gad Lerner

Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2023

Il capoluogo ligure è il prisma attraverso cui Luzzatto analizza la parabola umana e collettiva delle Brigate rosse. È la città di Sossi e Coco, di Dura che uccide l’operaio Rossa e di via Fracchia. Questa, me ne scuso in anticipo, più che una recensione sarà una condivisione: trovo che il libro di Sergio Luzzatto “Dolore e furore. Una storia delle Brigate rosse” (Einaudi) sia un’opera pressoché definitiva. Indispensabile a chi voglia decifrare la vicenda dei militanti della sinistra, che tra il 1974 e il 1981 non esitarono a trasformarsi da rivoluzionari in criminali.

Luzzatto era un adolescente quando nella sua città, Genova, imperversava una colonna brigatista spietata intorno a cui era cresciuta una fama di imprendibilità. Capace di sequestri di persona per vendetta (il giudice Sossi) o autofinanziamento (imprenditori facoltosi); capace di sterminare in un’azione di commando il procuratore Coco con la sua scorta e poi altri carabinieri e funzionari di polizia; ma anche di sparare alle gambe di un manager iscritto al Pci (Castellano) e perfino di uccidere Guido Rossa, l’operaio sindacalista dell’Italsider che aveva denunciato un loro propagandista in fabbrica, Francesco Berardi (a sua volta morto suicida in carcere). Senza contare che, per la sua efficienza logistica e militare, la colonna genovese svolse un ruolo importante anche nel sequestro Moro.

Il libro non dissimula il movente emotivo dell’autore, figlio di un intellettuale socialista, alle prese con tanta gelida, inspiegabile violenza. Ma, trattandosi di uno storico valente, Luzzatto va ben oltre: riconosce in Genova il prisma più adatto attraverso cui ricostruire l’intera parabola delle Brigate rosse. Zoomando, dunque, non su via Fani, il luogo del sequestro Moro, a Roma; ma su via Fracchia, la strada di un quartiere popolare genovese in cui nel gennaio 1979 si consumò l’omicidio dell’operaio comunista Guido Rossa; e dove 15 mesi dopo, nel marzo 1980, i carabinieri del generale Dalla Chiesa finirono a raffiche di mitra quattro brigatisti, tra cui il misterioso capocolonna “Roberto”. Solo una settimana dopo le Br con una telefonata svelarono la sua identità: Riccardo Dura. Lo fecero, infrangendo le regole della clandestinità, perché il loro avvocato Edoardo Arnaldi aveva ricevuto un avvertimento da chi aveva riconosciuto in quel cadavere riverso a terra un ex compagno di Lotta continua. Cioè il ragazzo tanto più benvoluto per via di un’infanzia disgraziata che l’aveva visto recluso assurdamente sulla nave-scuola Garaventa, indegno carcere minorile ormeggiato in porto, e ciò per via della povertà e dei conflitti familiari. Tirava avanti con imbarchi da marinaio, Riccardo Dura. Nel 1975 aveva lasciato Lotta continua e nessuno ne sapeva più niente.

Io che ho vissuto a Genova in quegli anni terribili, fra il 1979 e il 1981, non l’ho mai conosciuto. Ne sentii parlare da morto con uno strano impasto di tenerezza e orrore da parte di compagni che ricordavano la simpatia con cui reagiva alla malasorte, e che non riuscivano a spiegarsi la sua trasformazione in killer spietato, promosso da Mario Moretti e Rocco Micaletto nella direzione strategica delle Br.

Sergio Luzzatto si cimenta con questa umanità che diviene disumanità. Descrive questo sconosciuto privo di formazione politica assurto a capo di una colonna in cui militavano anche intellettuali di rilievo come il docente di Lettere Enrico Fenzi, tra i massimi studiosi italiani di Petrarca, e il medico aiuto-primario Sergio Adamoli, figlio del partigiano Gelasio Adamoli, primo sindaco comunista di Genova. Senza dimenticare Gianfranco Faina, altro docente universitario che si separerà dalle Br su posizioni situazioniste e luddiste.

A impressionarci, nel corso della lettura, è l’originario intreccio fraterno di questi personaggi, nel fermento riformista e rivoluzionario di fine anni Sessanta, con figure ben altrimenti illuminate provenienti dall’ambiente scoutistico, dell’anti psichiatria basagliana, dagli studi di pedagogia avviati da un caposcuola come Andrea Canevaro, dal dissenso cattolico impersonato da don Andrea Gallo. È in questo ambiente che si forma a Genova anche il cognato di Enrico Fenzi: il criminologo Giovanni Senzani, passato alla storia come ultimo capo feroce delle Br in disfacimento. Don Gallo non ha mai rinnegato l’amicizia che lo legò a Senzani.

Sullo sfondo, naturalmente, c’è la classe operaia di una città che restava la capitale dell’industria pubblica italiana - Ansaldo, Italsider, Italcantieri - anche se gli anni del boom avevano ceduto il passo al declino sociale ed economico. Genova, con l’immigrazione dal Sud, aveva sfiorato gli 850 mila abitanti nel 1965 ma da allora aveva cominciato la sua curva discendente (oggi sono meno di 600 mila). Nelle fabbriche, dove era fortemente radicato il Partito comunista, si respirava aria di crisi. Dal loro interno proveniva anche la letteratura alternativa di operai-scrittori come Pippo Carruba, Vincenzo Guerrazzi, Giuliano Naria. Criticavano il Pci e il sindacato, ma solo Naria si lasciò coinvolgere inizialmente dalle Br. Negli stabilimenti, così come tra i lavoratori del porto, il reclutamento brigatista rimase trascurabile. E l’assassinio di Guido Rossa - con la possente, addolorata reazione popolare che suscitò - precluse definitivamente alle Br ogni via di accesso. Un fallimento politico e morale che, purtroppo, finì per esasperare anche la svolta militarista della colonna, rimasta fino ad allora integra ma destinata a infrangersi in una scia di sangue.

Come si sarà capito, fra le numerose fonti orali consultate da Sergio Luzzatto, con sconcertanti testimonianze dei diretti protagonisti, ci sono marginalmente anch’io che facevo il giornalista a Il Lavoro. Nella primavera del 1979 il generale Dalla Chiesa aveva ordinato una retata di presunti brigatisti, malamente imbastita però intorno a false testimonianze che coinvolgevano a sproposito militanti estranei alle Br. Me lo raccontò la teste-chiave, Susanna Chiarantano. Il risultato fu l’assoluzione e la scarcerazione di tutti gli imputati, fra i quali effettivamente solo alcuni, come Enrico Fenzi, arrestato due anni dopo con Mario Moretti, erano brigatisti. Dalla Chiesa lamentò “l’ingiustizia che assolve”, ma la colonna genovese continuò ad agire indisturbata fino al pentimento di Patrizio Peci, colui che nel 1980 indicò il covo di via Fracchia.

L’epilogo sarà atroce. Guidate da Giovanni Senzani, che da giovane aveva denunciato su L’Espresso l’inciviltà delle carceri minorili in Italia, ciò che restava delle Br passò dalla lotta armata a “una guerra privata applicando codici di tipo barbaricino”. Sono parole dell’illustre giurista Federico Mancini, che di Senzani era stato il maestro. Rapirono e uccisero per vendetta Roberto Peci, il fratello di Patrizio. Anche di questa tragedia conservo ricordi personali strazianti, narrati nel libro. La nostra gioventù militante sfociava in un dramma che mescolava persone in buona fede con criminali senza scrupoli. Non dimenticherò mai quando andai a bussare alla camera di albergo di Franca Rame, che la sera stessa aveva uno spettacolo a Genova, per dirle che il “suo” avvocato Arnaldi, impegnato con lei nel “Soccorso rosso” a tutela dei detenuti politici, era un brigatista e si era appena suicidato.

Sergio Luzzatto ci consegna un’opera implacabile, intrisa di dolore e furore, ma anche di pietà, nella quale continua a chiedersi: “Quali fili ideologici, politici, morali, sociali, potevano mai tenere unite le immagini dei proletari minorenni in catene” nel 1969 a quella del venticinquenne Roberto Peci incatenato e trucidato nel 1981? “Risposta: i fili che in questo libro ho cercato di dipanare”. Chi vorrà leggerlo ne uscirà scosso.