di Claudio Mencacci*
Corriere della Sera, 19 ottobre 2025
Ricerche scientifiche dimostrano il suo impatto positivo su depressione e ansia. Dobbiamo difendere la gentilezza, costruire un baluardo, viviamo in un tempo che corre più veloce della nostra capacità di comprenderlo. Guerre, crisi ambientali, disuguaglianze, precarietà: tutto cambia rapidamente, spesso in peggio e l’ostilità e la durezza sembrano diventare il linguaggio comune, nei social media, nel dibattito pubblico, perfino nei rapporti quotidiani. In questo scenario la gentilezza appare come un valore fragile, quasi fuori posto. Ma è proprio qui che rivela la sua forza più grande: quella di chi sceglie di non rispondere alla violenza con la violenza. Non è debolezza né fuga dal reale: essere gentili significa scegliere di non somigliare al mondo che ci ferisce. È un gesto politico, un atto di resistenza civile, un modo per restare umani nel caos, è coraggio morale.
Essere gentili non significa essere ingenui, è la decisione consapevole di non lasciarsi trascinare nella spirale dell’aggressività, della sopraffazione, del cinismo. È il rifiuto di farsi disumanizzare. In un mondo che premia chi urla più forte, la gentilezza è una forma di resistenza, ponte tra tutte le persone, anche se non parlano la stessa lingua, catena che tiene legati gli uomini. Ricerche recenti dimostrano che la gentilezza ha effetti positivi sulla salute mentale, sulle relazioni sociali e sul benessere emotivo. In particolare la gentilezza verso gli altri ha mostrato di provocare una diminuzione di depressione, ansia e solitudine. Una specifica emozione, chiamata dal sanscrito Kama “muta-mosso dall’amore”, è un sentimento di unità, appartenenza e connessione con altri esseri umani. La gentilezza scivola tra le dita della vita, nutrendo chi la riceve e chi la dona, dovrebbe diventare il modo naturale della vita, non l’eccezione. Ascoltare, rispettare le opinioni diverse, sorridere, essere pazienti, mostrare interesse verso gli altri. Non è un sentimento privato, ma una responsabilità pubblica.
Essere gentili significa rifiutare la cultura dell’odio, delle ostilità, della violenza. Richiede forza interiore per non rispondere alla rabbia con altra rabbia, per non lasciarsi trascinare dal cinismo. La gentilezza diventa così un modo per affermare la propria libertà contro la brutalità dei tempi, non cambia il mondo in un giorno, ma cambia il modo in cui ci stiamo dentro. E da quel piccolo, quotidiano cambiamento può nascere la possibilità di una convivenza nuova, più giusta, più accogliente, più umana. In tempi di disordine, la gentilezza è una forma di ordine. Richiede forza interiore per non rispondere alla rabbia con altra rabbia, per non lasciarsi trascinare dal cinismo. Diventa così un modo per affermare la propria libertà contro la brutalità del contesto. “In un mondo che tenta di renderti duro, rimanere gentile è una vittoria”.
*Direttore Emerito Neuroscienze Salute Mentale, Asst FBF-Sacco, Milano











