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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 25 aprile 2026

La magistrata di sorveglianza a Roma: “Le operazioni sotto copertura in carcere sono un tradimento della fiducia che i detenuti devono avere verso le istituzioni. È una norma che confligge con il ruolo fondamentale che svolge la polizia penitenziaria nel percorso trattamentale e rieducativo attraverso l’osservazione quotidiana delle persone detenute con cui sono a stretto contatto quotidiano. E il fermo preventivo è quasi incomprensibile”.

Chiara Gallo, magistrata di sorveglianza a Roma, con questo siamo al quinto pacchetto sicurezza approvato in tre anni di governo Meloni…

Le scelte compiute dal legislatore negli ultimi anni si muovono in una direzione molto chiara: da un lato aumento della repressione, con nuovi reati, aumento di pene e nuove misure di controllo nei confronti delle condotte devianti messe in atto da persone che vivono in condizione di marginalità o degrado per ragioni sociali ed economiche, anche con introduzione di meccanismi automatici di esecuzione della pena in carcere. Dall’altro aumento delle garanzie di impunità nei confronti delle condotte dei pubblici amministratori e, in generale, dei colletti bianchi, con l’abolizione dell’abuso di ufficio, la riduzione della possibilità di effettuare intercettazione, l’obbligo di interrogatorio preventivo. Una linea di politica criminale molto chiara che aumenta ingiustizia e diseguaglianza. Questo si vede moltissimo in sede di esecuzione penale: il magistrato di sorveglianza sempre più spesso si trova di fronte persone condannate per reati non particolarmente gravi che devono scontare pene brevi, ma che non hanno una rete di sostegno fuori del carcere. Al di là del volontariato, che può fare poco con numeri così alti, non ci sono strutture pubbliche di accoglienza, non ci sono opportunità di lavoro. Non c’è nulla. Solo il carcere, che tra l’altro versa in una condizione di grave sovraffollamento. Il che rende obiettivamente impossibile garantire una detenzione dignitosa, condizione di base necessaria per ogni forma di trattamento.

Nell’ultimo decreto si parla, tra le altre cose, di “operazione sotto copertura per la sicurezza degli istituti”, cioè di agenti infiltrati nelle carceri. Da giudice che si occupa di persone detenute, cosa ne pensa?

È una norma che confligge con il ruolo fondamentale che svolge la polizia penitenziaria nel percorso trattamentale e rieducativo attraverso l’osservazione quotidiana delle persone detenute con cui sono a stretto contatto quotidiano. I detenuti si rivolgono quotidianamente agli agenti per rappresentare bisogni ed esigenze della vita quotidiana e la creazione di un rapporto di fiducia è un passaggio essenziale del trattamento penitenziario. Pensare che in un contesto così delicato si possano introdurre agenti che si fingono detenuti per indagare e addirittura istigare alla commissione di reati, significa conoscere poco il carcere, tradire la fiducia che i detenuti devono avere nelle istituzioni e rendere sempre meno effettivo il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena.

Lei ha svolto per diverso tempo la funzione di gip. Queste nuove leggi danno sempre più poteri alle forze dell’ordine e sottraggono competenze alla magistratura. Pensiamo al fermo preventivo: paradossalmente il pm prende il posto del giudice nel decidere se confermare o no la misura. Alla faccia della separazione delle carriere…

A mio avviso il fermo preventivo presenta notevoli dubbi di compatibilità con la Costituzione. Il fermo deve essere solo comunicato al pubblico ministero e non è prevista una convalida da parte del giudice. I presupposti per l’adozione di un provvedimento così grave sonoe generici e di fatto incontrollabili. Ed è del tutto evanescente il criterio in base al quale la limitazione della libertà può essere protratta “fino al compimento dei conseguenti accertamenti di polizia”. Impossibile capire di cosa si tratti, mentre è evidente che lo scopo della norma sia quello di impedire alla persona fermata di partecipare ad una manifestazione. Inoltre si sottovaluta il pericolo derivante dalla concentrazione di un numero elevato di soggetti in una struttura detentiva diversa dal carcere, che non ha le regole di controllo e di trasparenza che ha il carcere, a cominciare dal ruolo di vigilanza del magistrato di sorveglianza. Aver affidato il controllo di garanzia al pubblico ministero, temo che non risponda tanto ad un tardivo ripensamento sul ruolo giurisdizionale e di garanzia del pm quanto ad una scarsa attenzione ai diritti delle persone coinvolte.

Secondo lei c’è un’emergenza sulla sicurezza tale da giustificare tutti questi provvedimenti?

L’esperienza dimostra che il tema della sicurezza non può essere adeguatamente affrontato attraverso la previsione di nuovi reati e l’innalzamento delle pene. Bisognerebbe affrontare i gravi problemi sociali che sono all’origine di molti reati: l’immigrazione, le tossicodipendenze, la povertà, le disuguaglianze, l’assenza di misure di sostegno e di supporto, l’assenza di strumenti effettivi per garantire il trattamento e il reinserimento dei condannati.