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di Mario Bertolissi

Corriere Veneto, 8 maggio 2022

Si sta avvicinando, inesorabilmente, una data: domenica 12 giugno. L’elettore dovrà scegliere i propri amministratori locali e potrà dire la sua su questioni di interesse nazionale: sulla giustizia. Su coloro che, appunto, la amministrano “in nome del popolo”, precisa l’articolo 101, 1° comma, della Costituzione.

Di quel “popolo”, cui “appartiene la sovranità”, chiarisce, fin dall’inizio, la medesima Carta costituzionale, in realtà estromesso da tutto o quasi da leggi elettorali pensate dai loro autori unicamente per rimanere in sella, senza alcuna percezione di ciò che l’uomo comune intende per interesse generale. Una giustizia tempestiva e giusta ne è una componente essenziale, come sottintende il detto: ci sarà un giudice a Berlino! Perché, tutto dipende da chi svolge le funzioni di magistrato, inquirente o giudicante, alle cui spalle campeggia l’ipocrita “La legge è eguale per tutti”.

Non è mai stata eguale per tutti e mai lo sarà. Tuttavia, è indispensabile prodigarsi, per evitare che il cittadino sostituisca la fiducia con la sfiducia, quando è testimone di condanne che si trasformano, alla fine, in assoluzioni. E quando assiste, esterrefatto, a contese tra magistrati, che nulla hanno a che fare con la funzione giurisdizionale. Molto, invece, con la politica, di cui sono espressione le correnti, che mettono in ombra la dedizione di tanti magistrati al proprio lavoro.

Le iniziative referendarie hanno questo retroterra. Il Parlamento avrebbe potuto intervenire per tempo. Ora, è alla ricerca di rimedi tardivi. Ma è già stata proclamata una giornata di sciopero da parte dell’Associazione nazionale magistrati, la quale è assai critica nei confronti del disegno di legge Cartabia.

Tuttavia - c’è da chiedersi - chi detiene il potere legislativo? Il Parlamento oppure l’Associazione nazionale magistrati, i quali - stabilisce l’articolo 101, 2° comma, della Costituzione - “sono soggetti soltanto alla legge”? Alla legge del Parlamento, ovviamente! Ecco perché i referendum sono indispensabili, quando l’inerzia, che paralizza, diviene insuperabile. È necessario che i cittadini dicano la loro: con un sì o con un no. Che si esprimano, dopo essersi informati. Ma incombe il silenzio e, molto probabilmente, a ridosso del 12 giugno si assisterà a una campagna referendaria-rissa, discontinua, confusa, ove gli argomenti favorevoli e contrari saranno branditi come una clava: non tanto per favorire il ragionamento, quanto per stordire. Ma di che cosa si tratta? Come ha deciso la Corte costituzionale?

Con la sentenza n. 56/2022, ha ammesso il referendum sulla legge Severino, che disciplina l’incandidabilità a membro dei Parlamenti europeo e nazionale; degli organi di governo regionali e locali…, perché ciò non è in contrasto con i parametri costituzionali, per come la stessa Corte li ha intesi. La richiesta dei proponenti - si tratta di nove Consigli regionali - è dovuta al fatto che la legge prevede l’automatica incandidabilità, anche in presenza di una condanna non definitiva, pure per reati non gravi, quale è l’abuso d’ufficio.

Con la sentenza n. 57, ha dato il via libera all’istanza, che intende limitare il ricorso alle misure di custodia cautelare in carcere, circoscritte a reati particolarmente gravi. Ciò, anche con riguardo al reato di finanziamento illecito dei partiti. A sua volta, la sentenza n. 58 non ha avuto nulla da eccepire - quanto all’ammissibilità - a proposito della separazione delle funzioni dei pubblici ministeri e dei giudici: il vincitore di concorso sceglierà e rimarrà inquirente o giudicante per sempre.

Ammissibile il referendum, che intende consentire a professori universitari e avvocati, che, in numero minoritario, fanno parte del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei Consigli giudiziari, di concorrere alla valutazione dei magistrati: lo ha deciso la sentenza n. 59. Mentre nulla osta a che i cittadini si esprimano sulla proposta di limitare l’incidenza delle correnti nella designazione dei candidati a componente del Consiglio superiore della magistratura: così, si legge nella sentenza n. 60. Facile e difficile, al tempo stesso, comprendere il significato e la portata di ciascun quesito. Se ne dovrebbe parlare, però, perché la democrazia è discussione, contraddittorio, confronto di idee. In questo caso, il silenzio non è d’oro.