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di Vittorio Coletti


La Repubblica, 15 giugno 2020

 

Vedendoli così, sopraffatti dal dolore e dallo sgomento, ai genitori di Martina Rossi non viene da dire altro che doverose e sentite parole di conforto e sostegno nella loro battaglia umana e legale. La loro figlia, si sa, è morta in Spagna in circostanze molto dubbie, che, all'inizio, i magistrati spagnoli hanno giudicato non imputabili a nessuno; poi quelli italiani, in primo grado, hanno ritenuto colpa indiretta di due giovanotti aretini, condannandoli, e ora, in appello, di nuovo non attribuibili a terzi, tanto che hanno assolto gli imputati "perché il fatto non sussiste". L'ultima parola spetterà alla Cassazione.

Questi due genovesi hanno un'aria così dignitosa e forte nel loro inesauribile dolore che ci si sente autorizzati, commentando il loro calvario giuridico, a parole non solo di circostanza. Il padre di Martina, sentita la sentenza di assoluzione degli imputati, ha detto "non c'è più la giustizia". È difficile, in certi momenti, ricordare che la giustizia degli uomini coincide con la condanna solo se i colpevoli sono giudicati tali oltre ogni ragionevole dubbio, se no, quando i giudici non raggiungono la convinzione e la prova della colpevolezza degli accusati, coincide con l'assoluzione.

Istintivamente ce ne dimentichiamo; lo fanno tanti, anche politici e magistrati. Siamo inclini a identificare la giustizia con la condanna degli imputati e non ci rendiamo conto che, se l'azione giudiziaria è cresciuta nei secoli in civiltà giuridica e umana, è proprio perché, oltre a condannare, ha preso anche ad assolvere.

Uno straordinario progresso culturale e civile ha indotto, solo da due o tre secoli in qua (e non ovunque), a inserire nei doveri della giustizia anche l'assoluzione, non solo dell'innocente (come ovvio), ma persino del colpevole di cui non è evidente o comprovata la colpa. Per millenni, fin quasi a ieri, in certi paesi ancora oggi, chi arrivava davanti a un giudice era condannato. Poteva essere perdonato, ma non assolto. La civiltà del diritto moderno, quella nata dopo Beccaria, ha cambiato e quasi capovolto questa regola non scritta e l'assoluzione nel dubbio è diventata oggi un cardine del giudizio penale, non meno della condanna del colpevole.

È vero che un'interpretazione e un'applicazione puramente formaliste e cavillose della legge hanno a volte portato ad assolvere imputati assai sospetti, con gran discredito di giudici e giustizia, che debbono rispettare le forme ma non tradire lo spirito delle leggi. Tuttavia l'assoluzione in caso di dubbio resta uno dei più nobili gesti della giustizia legale. Hanno mille ragioni i genitori di Martina a dubitare degli imputati al processo di Firenze, tanto più che, senza l'intervento di qualcuno, si dovrebbe supporre che una ragazza serena e festosa come loro figlia si sia improvvisamente e inspiegabilmente buttata dalla finestra.

Ma la giustizia degli uomini può condannare solo quelli che ritiene non solo altamente sospettabili, ma anche colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio, perché, se ne resta uno, ha il dovere di assolvere. Il principio che è meglio mandare assolto un colpevole che condannare un innocente è ormai scritto nelle tavole del diritto e parifica di fatto all'innocente l'imputato di cui non è ben dimostrata la colpa.

Oggi non si dà neppure più, nel dispositivo delle sentenze, l'assoluzione per insufficienza di prove, neanche se questa è la motivazione del proscioglimento. La giustizia umana ha imparato che la verità processuale non è, purtroppo, quella storica, e proprio per questo esige quasi una certezza nei giudici per autorizzarli a una condanna e fa del dubbio un principio così sacrosanto che si è organizzata per rivedere uno stesso giudizio in più gradi.

È un acquisto in civiltà di cui non misuriamo, forse, il bene prezioso. Eppure la credibilità e l'autorevolezza della giustizia odierna stanno proprio nell'ampio spazio del dubbio, nel dovere dell'assoluzione quando non è assolutamente (o quasi) certo il reato o il colpevole. Del resto, la povera vittima di un omicidio sarebbe forse, per altro minimamente e vanamente, risarcita dalla condanna dei suoi assassini.

Ma che bene ne potrebbe avere se i condannati fossero innocenti o non del tutto accertata la loro colpa? Sarebbe più onorata da una giustizia che, nonostante il dubbio, condanna o da una che, nel dubbio, assolve?