di Widad Tamimi
Il Manifesto, 8 ottobre 2025
Due anni dopo, il 7 ottobre non è più soltanto una data impressa nel calendario del dolore: è una linea di frattura nella coscienza del mondo. Quel giorno ha scosso le fondamenta del diritto internazionale, della politica e persino della percezione morale che l’umanità ha di se stessa. Rileggere oggi quella tragedia significa guardare non solo alle 1.194 vite spezzate in Israele, ma anche alle decine di migliaia di palestinesi uccisi, feriti o sfollati nella risposta che ne è seguita. Significa riconoscere che la catena di violenze non è iniziata né finita allora, ma che da quel giorno la giustizia ha cominciato a reclamare con più forza il proprio spazio.
Per due anni, la memoria del 7 ottobre è stata contesa e manipolata. Da un lato, il ricordo del trauma israeliano, profondo e legittimo, dall’altro, la catastrofe palestinese che ne è derivata, ridotta spesso a “effetto collaterale”. Ma la memoria non è un tribunale e la giustizia non può essere selettiva. Il diritto internazionale umanitario - quello che regola i conflitti e tutela la vita dei civili - non ammette eccezioni: vieta gli attacchi contro i non combattenti, la distruzione di infrastrutture civili, l’uso della fame come arma di guerra. Tutto questo, in questi due anni, è accaduto ripetutamente e sotto gli occhi di tutti.
Il lavoro delle corti internazionali prosegue con pazienza e perseveranza: i mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant (i tre leader di Hamas, Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh sono stati uccisi in omicidi extragiudiziali da Israele) ci ricordano che il principio dell’universalità del diritto è concreto. La legge è uguale per tutti. Non si tratta di equiparare le colpe, ma di riaffermare un principio: la responsabilità penale non conosce bandiere né ideologie. In questo, la Cpi ha restituito dignità non solo alle vittime, ma anche al diritto stesso, troppo spesso subordinato alla ragion di Stato. Negli ultimi due anni, la distanza tra i governi e le opinioni pubbliche è cresciuta. Mentre le cancellerie restavano impantanate nei calcoli geopolitici, le piazze si sono riempite di studenti, giuristi, accademici, religiosi, e comuni cittadini che hanno chiesto la stessa cosa: verità, giustizia e rispetto del diritto internazionale. È questo forse il cambiamento più profondo: la consapevolezza collettiva che la giustizia non è più un affare di élite, ma una pretesa universale.
La politica internazionale ha fallito là dove avrebbe dovuto prevenire. Per decenni, ha ignorato la radice del conflitto, affidandosi a negoziati che scambiavano diritti con tregue temporanee, promesse con occupazioni, silenzi con armi. Il diritto, invece, pur tra lentezze e imperfezioni, sta tornando a essere l’unico linguaggio credibile. Le decisioni della Corte internazionale di Giustizia, le indagini delle Nazioni unite, le sentenze sui crimini di guerra segnano un ritorno di civiltà. Non basta ancora, ma è un inizio.
Oggi, ricordare il 7 ottobre non può significare scegliere una parte. Significa riconoscere che nessun popolo può costruire la propria sicurezza sull’annientamento di un altro. Significa anche accettare che la giustizia non è un ostacolo alla pace, ma la sua condizione necessaria. Israele dovrà affrontare la propria malattia interna - quella di uno Stato che si è difeso fino a perdere la misura della difesa.
La Palestina dovrà superare la frammentazione e il peso di rappresentanze che l’hanno spesso tradita. Ma entrambi i popoli potranno rinascere solo in un contesto dove la legge protegge i vivi e onora i morti, senza distinzione. Forse il più grande insegnamento di questi due anni è che il concetto stesso di Stato sovrano, se usato come scudo per violare i diritti umani, non ha più legittimità. Il futuro appartiene a un ordine giuridico capace di anteporre la persona all’interesse nazionale, la giustizia alla forza. Due anni dopo, il 7 ottobre ci obbliga a ricordare una verità semplice ma rivoluzionaria: non esiste pace senza giustizia, e non esiste giustizia che non sia universale.











