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di Felice Florio

L’Espresso, 14 marzo 2025

Viaggio tra Nisida, il Beccaria e la comunità Kayros: storie di minorenni alle prese con la pena e il percorso di rieducazione. Perché il reato commesso non sia uno stigma eterno. Il silenzio è interrotto solo dal ribattere delle onde sulle rocce del promontorio di Nisida. Dietro a un cancello aperto, si inerpica una strada. I tornanti sono sferzati dalla salsedine, che si incaglia nelle piante di cappero. La natura è prepotente, finché sul costone non si staglia un secondo cancello, in questo caso chiuso. Qui finisce la libertà e inizia la sua privazione. Ciò che la barriera di metallo non riesce a precludere allo sguardo è la bellezza del golfo di Napoli. L’istituto penale per minorenni di Nisida è un posto che trabocca di luce. È un carcere, con le sue celle, le grate arrugginite, ma è lambito dall’acqua, la stessa che bagna l’isola della Gaiola e la costa di Posillipo.

Il mare, qui, è il solo orizzonte possibile per “dei ragazzi che non cercavano il futuro, vedevano solo il presente”, racconta il direttore Gianluca Guida. Da 30 anni, attraversa quei cancelli, ogni giorno. “La bellezza del contesto in cui siamo aiuta i ragazzi nel percorso”. La natura non è stata così generosa con la periferia di Milano, dove sorge un altro istituto, il “Beccaria”. Nell’ultimo anno, il clamore di rivolte e tentate evasioni che si sono verificate tra le sue mura hanno riportato alla ribalta la questione della giustizia minorile, in Italia, Paese in cui ci sono 17 istituti penali per i ragazzi fino a 25 anni d’età.

Il sovraffollamento, problema che un tempo affliggeva solo le strutture per adulti, è così pressante da aver portato il ministero a considerare il trasferimento di giovani detenuti nella casa circondariale di Bologna “Dozza”. È un esempio delle tante criticità che si sommano all’interno di edifici fatiscenti. Antonio Sangermano, il capo dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, è al lavoro per la messa a terra delle ristrutturazioni, attraverso i fondi del Piano nazionale complementare, una costola del Pnrr. Il magistrato, che prima di approdare in via Arenula è stato per sette anni procuratore del tribunale minorile di Firenze, non nasconde nemmeno l’esigenza di potenziare i programmi trattamentali. Servono più esperti negli istituti per minorenni.

“Gli entopsicologi - tra gli altri - perché un conto è parlare con un ragazzino di Milano e un conto è avviare un dialogo con un ragazzino che viene dal Ghana o che ha attraversato il Mediterraneo vedendo morire la sorella, la madre”. Non c’è alcuno stigma razziale nelle sue parole, ma la consapevolezza che “i minori stranieri non accompagnati sono portatori di special needs, che derivano ovviamente da tradizioni, culture diverse, da politraumatismi”.

Non che il bisogno di supporto psicologico non sia necessario per chiunque, in carcere. “Oggi il carcere fa d’ammortizzatore sociale a molte problematiche che hanno poco di criminalità, ma molto di disagio sanitario”, afferma Guida.

Il direttore di Nisida ha visto cambiare il suo carcere con l’arrivo di nuovi detenuti da altri territori: “Un tempo, i ragazzi che arrivavano qui erano scugnizzi, poveri che dovevano arrangiarsi nella vita. Poi sono arrivati quelli utilizzati dalla Camorra per spacciare. Poi è stato il tempo dei ragazzi delle paranze, quelli che dovevano guadagnarsi un posto nelle gerarchie criminali. Oggi ospitiamo ragazzi con bisogni più complessi, fragili per tante ragioni, non solo campani, difficili da interpretare”.

E per i quali, in molti casi, l’esecuzione della pena in comunità sarebbe più idonea. Ogni attore della giustizia minorile, ministero compreso, vorrebbe potenziare il comparto comunitario poiché, spiega Sangermano, il carcere “non può diventare una discarica sociale in cui finiscono i derelitti e le persone che hanno problematiche psichiatriche, magari non diagnosticate, o sono assuntori di sostanze stupefacenti. Tutte le volte che c’è un’alternativa al carcere che garantisca la sicurezza sociale e il finalismo rieducativo della pena in una comunità è quella la strada che va percorsa”.

Le comunità accreditate, nel Paese, sono centinaia, a fronte di 17 istituti penali per minorenni, ma il fabbisogno non è colmato. Fra le più note c’è quella fondata da don Claudio Burgio. Si chiama Kayros e si trova sul lato opposto di Milano rispetto al Beccaria, a Vimodrone. Ai ragazzi che frequentano il corso di teatro con lui, ha insegnato una parola greca, epoché. È un invito, che rivolge agli spettatori, a sospendere il giudizio per immedesimarsi nella rappresentazione. Ed è una richiesta che emerge spesso dai ragazzi imbrigliati nelle maglie della giustizia minorile: abbandonare i pregiudizi verso chi ha commesso un reato. Epoché è diventato il sottotitolo del primo documentario del quotidiano Open, Giudizio sospeso.

Un cortometraggio co-prodotto da Eclettica in cui si intrecciano le storie di quattro ragazzi, che hanno commesso dei reati prima di compiere i 18 anni e, adesso, si trovano a Nisida, al Beccaria e nella comunità Kayros. Ognuno è in una fase diversa del processo rieducativo. Ciò che li accomuna è la prospettiva di un futuro in cui torneranno a essere liberi. Nessuno può prevedere se, quando usciranno dalle articolazioni del sistema giudiziario, cadranno ancora.

Loro sono convinti di no. Ma chiedono, intanto, che il reato commesso sia considerato come un momento della loro esistenza. Importante certo, un momento che ha delle cause e soprattutto delle conseguenze. Ma a parte quel momento, loro erano e restano dei ragazzi come tutti gli altri: hanno dei sogni, sono spaventati, si emozionano. Non sanno ancora cosa voglia dire diventare grandi. Ma c’è qualcuno che lo sa davvero?