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di Francesca Schianchi

La Stampa, 23 luglio 2025

Sì del Senato alla separazione delle carriere tra omaggi a Berlusconi e proteste. Ora si torna alla Camera, poi il referendum. Nordio: “Riprenda il dialogo con le toghe”. A vederla dall’alto, mezza vuota per buona parte della seduta e percorsa da un brusio continuo, l’Aula del Senato non sembrerebbe impegnata ad approvare “l’epocale riforma della giustizia”, come da trionfante definizione del ministro Carlo Nordio. Sembrerebbe più un clima da discussione generale su un tema secondario: si cambia la Costituzione tra un “colleghi abbassate la voce” e applausi di cortesia, non c’è attenzione né pathos, pure gli attacchi passano quasi inosservati, nessuno che sbraiti e si lamenti.

La destra sa di avere numeri schiaccianti (finirà con 106 sì, 61 no e 11 astenuti) e si crogiola nella consapevolezza di poter fare quello che vuole, persino approvare una riforma costituzionale senza permettere nemmeno una modifica al testo originario; l’opposizione è ormai rassegnata, neanche l’ostruzionismo è servito, si limita a una protesta simbolica, la Costituzione esibita a testa in giù alla fine, la foto di Falcone e Borsellino con la scritta “Non nel loro nome”.

Nel nome di Silvio Berlusconi invece sì, lo è eccome, questa riforma che divide le carriere dei magistrati, separa i Csm, li fa eleggere per sorteggio e istituisce un’Alta corte disciplinare. Lo ricorda quasi commosso il forzista Pierantonio Zanettin, “pronuncio questo intervento dallo scranno che gli appartenne”, lui che “dall’alto dei Cieli sorride e si compiace del lavoro dei suoi allievi”, conclude ispirato. Alla fine gli azzurri gli si stringono intorno, è tutto un abbraccio festoso, arriva anche il segretario Tajani: “Una grande vittoria, era il sogno di Berlusconi, oggi si realizza, sarà soddisfatto”.

Perché sia definitiva, in realtà, manca ancora una doppia lettura a Camera e Senato: ma sarà solo un sì o un no senza modifiche - con questi numeri della destra, un sì garantito - è solo questione di tempo. Poi ci sarà il referendum, l’anno prossimo: ma insomma, il grosso è fatto, e che a celebrare il risultato siano soprattutto i forzisti si capisce. Della triade di riforme, una per partito di maggioranza, è di sicuro quella più vicina alla meta: l’autonomia differenziata cara alla Lega è stata in buona parte smontata dalla Corte Costituzionale; il premierato che per Giorgia Meloni “è la madre di tutte le riforme” è fermo in qualche cassetto.

Prosegue il dibattito senza scossoni, da destra è tutto un dire che “non è una riforma contro ma per la magistratura” (la leghista Erika Stefani) e “restituiamo autorevolezza alla magistratura per troppo tempo incastrata nel gioco correntizio” (il fratello d’Italia Alberto Balboni); dall’opposizione si dà una lettura contraria. In sintesi: è una modifica costituzionale fatta contro le toghe che mira, ripetono in tanti - con l’eccezione di Carlo Calenda, che vota a favore, mentre gli altri senatori di Azione e quelli di Italia viva si astengono - a minarne l’autonomia. Ma nulla scalfisce il sorriso serafico di Nordio ai banchi del governo: non il dem Dario Franceschini quando dice “la prossima tappa sarà mettere i pm sotto il potere politico”; nemmeno Matteo Renzi quando ritira fuori il caso Almasri, “se ha mentito si deve dimettere”.

O il Cinque stelle Roberto Scarpinato quando parla di “regolamento di conti della casta dei potenti contro la magistratura”: l’ex magistrato Nordio non batte ciglio, nulla può rovinargli questa giornata. Alla fine, dirà che spera che “il dialogo con le toghe riprenda con maggiore serenità”, eppure di quello mancato in Parlamento, impedito dall’uso dei tempi contingentati e dello strumento del canguro, non si dispiace troppo. Allarga le braccia: “Le audizioni sono durate sei mesi in Commissione, ma c’è stato un tale sbarramento… Loro hanno usato l’ostruzionismo e noi i regolamenti parlamentari perché c’era il rischio che la riforma saltasse”.

Adesso, chiusa questa seconda lettura, senza speranze di ribaltare il risultato nelle prossime due, dall’opposizione guardano già al referendum. Lo fa capire Franceschini, quando interviene per paragonare la stessa voglia di pieni poteri ammessa da Salvini nell’estate del Papeete del 2019 a ciò che anima oggi Giorgia Meloni, “ma lei è più furba e non lo dice”: la chiamata al voto dell’anno prossimo, senza quorum, “potrebbe essere il vostro Papetellum”, prevede. Chissà, manca ancora molto tempo. Per ora, la premier incassa il risultato: “Andiamo avanti con decisione”.