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di Giulia Merlo

Il Domani, 17 dicembre 2025

Se è vero che le idee non hanno genere, è altrettanto vero che i volti che le rappresentano hanno un significato. E se il dibattito sempre più polarizzato e asfittico sul referendum per la riforma della magistratura sta dimostrando qualcosa è che la giustizia è ancora cosa da uomini. Per scelta dei media, ma soprattutto degli stessi comitati per il Sì e per il No alla riforma, che ormai quotidianamente si danno battaglia. Un paradosso, se si pensa al forte attivismo messo in campo dall’avvocatura, dalla magistratura e dall’accademia e al fatto che le prime due categorie sono composte rispettivamente per il 47 per cento e il 57 per cento di donne (per la terza non esistono numeri esatti ma una stima di professoresse in materie giuridiche è del 35 per cento).

Eppure, nella scelta di figure rappresentative da mettere a capo dei vari comitati, la presenza femminile è ridotta men che al lumicino. A oggi se ne possono citare appena due, entrambe per il No: la professoressa di diritto costituzionale Giovanna De Minico a Roma, la magistrata Alessandra Galli a Genova Voce autorevole che si è fatta sentire per il No è stata quella della prima presidente emerita della Cassazione, Margherita Cassano, mentre sul fronte politico ha iniziato a spendersi l’ex ministra Rosy Bindi. Può essere che i tempi siano ancora prematuri, nella confusione prenatalizia della presentazione dei comitati, e che inizieremo il 2026 con almeno un riequilibro. Se la tendenza è quella attuale, tuttavia, ci si può sentire autorizzati a dubitarne.

Senza irrigidirsi sulla medaglia di presidente di comitato, è comunque sufficiente accendere la televisione o sfogliare un giornale i volti dei duellanti sono quello del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del viceministro Francesco Paolo Sisto, del presidente delle Camere penali Francesco Pendii e dell’ex presidente Giandomenico Caiazza, contrapposti a quelli del presidente dell’Anni Cesare Parodi, del segretario Rocco Maruotti, il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri e del presidente del comitato per il No dell’Anni Enrico Grosso.

Anche la sfida televisiva - a oggi rimandata per mancanza di accordo tra avversari - sarebbe stata tra Nordio e Parodi o Grosso. Lo slogan indignato del “tutti uomini” a poco serve, si può solo prendere atto. Tuttavia sorge spontanea una domanda da porgere indifferentemente ai sostenitori del Sì e del No: possibile che non ci fosse nemmeno una collega degna di rappresentare a livello nazionale le rispettive posizioni?

Possibile che a nessuno sia venuto in mente, fosse anche solo per espediente comunicativo, che individuare una donna avrebbe rotto questa noiosa monocromia maschile? Possibile che, plasticamente, l’unica immagine femminile della giustizia sia ancora quella della dea bendata con bilancia e spada da incollare sulle locandine dei convegni? L’interrogativo è rivolto soprattutto ai comitati per il No che, secondo i sondaggi rincorrono (e potrebbero raggiungere) gli avversari del Sì. La magistratura da tempo ha almeno parzialmente perso il favore dei media, e l’ombra del caso Palamara grava ancora sulla categoria: qualsiasi comunicatore, allora. consiglierebbe di tentare di cambiare registro anche -o almeno - sul piano dell’immagine.

Quanto sarebbe più interessante, mediaticamente, contrapporre a Nordio, nel tanto cercato confronto televisivo, non l’ennesimo rappresentante istituzionale, ma una magistrata donna, magari non centenaria Una donna, forse, smetterebbe di far apparire la magistratura, agli occhi del pubblico che poco o nulla sa di giustizia, come una schiera di uomini potenti e incravattati, forti delle loro nomine e sempre in bilico sul crinale dell’indignazione per lesa maestà.

In questa fase così delicata per la sua storia, la magistratura potrebbe provare ad apparire per ciò che è realmente: dietro la schiera dei vertici istituzionali, dei capi delle procure e dei tribunali ancora in maggioranza in mano agli uomini, c’è una generazione di giovani magistrati, in maggioranza donne, che tutti i giorni vivono le difficoltà professionali, condivise con gli avvocati, di una macchina giudiziaria ingolfata e sempre in debito di risorse strutturali e di personale, con l’obiettivo di rendere, insieme, giustizia ai cittadini. Al netto del merito sulla separazione delle carriere e sullo spregio istituzionale del sorteggio, questa campagna referendaria come tutte le disfide politiche - si vincerà anche sulle parole d’ordine e sulla credibilità di chi le rappresenta. E fino a ora, una maggioranza silenziosa è mancata di certo.