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di Silvia Gusmano


L'Osservatore Romano, 1 marzo 2020

 

Storia dell'avvocato Bryan Stevenson e della sua Equal Justice Initiative. "La maggior parte delle cose importanti non possono essere capite da lontano, "Bryan. Ti devi avvicinare", mi ripeteva sempre mia nonna".

Un invito, un imperativo che ha guidato negli anni l'avvocato statunitense fondatore dell'Equal Justice Initiative, organizzazione senza scopo di lucro impegnata a porre fine all'incarcerazione di massa e alle punizioni eccessive, a sfidare l'ingiustizia razziale ed economica, e a proteggere i diritti umani delle persone più deboli e vulnerabili. Una vicenda vera, dolorosa e incredibile che lo stesso Bryan Stevenson racconta in Il diritto di opporsi. Una storia di giustizia e redenzione (Roma, 2019, pagine 446, euro 16), bestseller oltre oceano ora finalmente proposto al pubblico italiano da Fazi nella traduzione di Michele Zurlo.

Bryan Stevenson è un giovane avvocato da poco laureatosi a Harvard quando decide di trasferirsi a Montgomery, in Alabama, per fondare l'Equal Justice Initiative. Al racconto della sua formazione, Stevenson intreccia le storie delle persone che ha difeso e che lo hanno introdotto in un groviglio di cospirazioni, macchinazioni politiche, inganni legali e razzismo diffuso, costringendole a modificare radicalmente e definitivamente la sua concezione della giustizia.

Il libro si apre con il caso di Walter McMillian, un afroamericano condannato a morte per l'omicidio di una ragazza bianca, nonostante innumerevoli prove dimostrassero la sua completa estraneità ai fatti. E si chiude con Anthony Ray Hinton, rimasto in isolamento per tre decenni all'Istituto correzionale di Holman in una cella di un metro per due, proprio in fondo al corridoio che porta alla camera in cui, nel periodo da lui trascorso nel braccio della morte, vennero giustiziati oltre 50 detenuti. Hinton che in un caldo mattino del venerdì santo 2015 uscendo di prigione divenne la 152a persona a essere scagionata dopo un'ingiusta condanna a morte.

Il diritto di opporsi - divenuto anche un film ora al cinema con Michael B. Jordan, Jamie Foxx e Brie Larson - è la storia della vita di Stevenson, e di un progetto volto a perseguire una giustizia più equa ("prima la facoltà di legge mi era sembrata astratta e avulsa da tutto il resto, ma dopo aver incontrato chi era imprigionato e non aveva speranza, ogni cosa divenne rilevante e di estrema importanza"). Perché equo non è un sistema che continua a trattare meglio le persone ricche e colpevoli rispetto a quelle povere e innocenti; che nega agli indigenti l'assistenza legale di cui hanno bisogno; che rende la ricchezza e la posizione sociale più importanti della colpevolezza.

Cresciuto nel Delawre, "un luogo in cui la storia razziale del nostro Paese aveva proiettato un'ombra lunga", Stevenson sa benissimo cosa significhi essere condannati prima ancora di aver a che fare con la legge. Nella terra della sua infanzia gli afroamericani vivono segregati in ghetti isolati dai binari della ferrovia, in piccole città o all'interno dei "settori di colore" nelle campagne. "Sono cresciuto in un insediamento rurale in cui c'erano persone che vivevano in baracche minuscole; famiglie sprovviste di impianti idraulici interni e che erano costrette a usare i gabinetti all'esterno. Le nostre aree di gioco all'aperto le dovevamo condividere con i polli e i maiali. I neri intorno a me erano gente forte e determinata, ma esclusa ed emarginata. (...) Era come se tutti avessimo addosso una veste non gradita fatta di differenza razziale, che ci vincolava, ci confinava e ci limitava".

Alternandolo con il racconto della sua vita, Stevenson esamina le incarcerazioni di massa e le pene estreme in America, racconta la facilità con cui le persone sono giudicate e l'ingiustizia che viene regolarmente commessa "quando consentiamo che siano la paura, la rabbia e il distacco a dare forma al modo in cui trattiamo i più vulnerabili tra noi". Non solo. Stevenson è convinto che negli ultimi decenni le cose negli Stati Uniti siano peggiorate: viviamo in un periodo drammatico della storia recente americana "che ha segnato in maniera indelebile la vita di milioni di americani di ogni razza, età e genere, e la psiche del Paese nel suo complesso".

"La prima volta che ho messo piede nel braccio della morte, nel dicembre 1983, gli Stati Uniti muovevano i primi passi verso una trasformazione radicale che ci avrebbe resi una nazione inclemente e punitiva senza precedenti, e il cui esito sono state incarcerazioni di massa che non hanno corrispettivi storici. Oggi noi deteniamo il più alto tasso di carcerazione al mondo". I dati non lasciano scampo: si calcola che un bambino di colore su tre, tra quelli nati in questo secolo, verrà incarcerato.

Le pagine che Stevenson dedica ai minori in carcere sono decisamente le più dure. "Ho rappresentato ragazzini vittime di abusi e abbandonati, che sono stati perseguiti come adulti e che hanno subito ancor più abusi e maltrattamenti dopo essere stati mandati in strutture destinate agli adulti". Alcuni stati americani non prevedono un'età minima per perseguire i minori come adulti: un quarto di milione di bambini sono stati mandati nelle prigioni e nei penitenziari destinati agli adulti a scontare pene a lungo termine. E alcuni di loro non hanno neppure dodici anni. A lungo, infatti, gli Usa sono stati l'unico Paese al mondo a condannare i bambini all'ergastolo senza neanche la libertà condizionale. Quasi tremila minori - chiosa Stevenson - sono stati condannati a morire nelle carceri.

Un risultato molto concreto, però, l'avvocato l'ha raggiunto: nel 2012 in seguito a quanto da lui argomentato nel caso di Kuntrell Jackson, la Corte suprema degli Stati Uniti ha vietato la condanna all'ergastolo obbligatorio senza condizionale per tutti i minori di 18 anni. Sono dunque state centinaia le persone che nel Paese hanno ottenuto finalmente la scarcerazione dopo essere state condannate a morire in prigione per crimini commessi quando erano ragazzini.

A fronte di una spesa per prigioni e penitenziari salita da 6,9 miliardi di dollari nel 1980 ai quasi 80 miliardi di dollari oggi, quel che colpisce delle pagine di Stevenson è il ritratto di un ordinamento che nega una seconda possibilità a chi sbaglia. Con effetti a catena deleteri. Se ad esempio sono già state condannate per droga, viene negata alle donne povere, e inevitabilmente ai loro figli, la possibilità di accedere ai buoni spesa e alle case popolari. Ciò ha dato vita a "un nuovo sistema di caste che costringe migliaia di persone a vivere senza un tetto, che proibisce loro di stare con la propria famiglia e nelle loro comunità, e che le rende virtualmente non idonee al lavoro". Alcuni Stati privano definitivamente del diritto di voto chi è stato condannato per un reato penale; il risultato è che nel sud del Paese la privazione del diritto di voto tra gli afroamericani ha raggiunto livelli che non si vedevano più da prima del Voting Rights Act del 1965.

Gli Stati Uniti - prosegue Stevenson - hanno rinunciato al recupero, all'istruzione e ai servizi per i carcerati, "perché a quanto pare fornire assistenza è troppo gentile e compassionevole". Hanno istituzionalizzato politiche che riducono le persone ai loro atti peggiori, bollandole per sempre come criminali, assassini, stupratori, ladri, spacciatori, molestatori sessuali, delinquenti; "identità che non possono cambiare, indipendentemente dalle circostanze in cui sono avvenuti i loro crimini o da tutti i miglioramenti che possono aver compiuto nella propria esistenza".

Come se tutto ciò non bastasse, tra i condannati il numero di innocenti è altissimo. La somma di presunzione di colpevolezza, povertà, pregiudizi razziali e complesse dinamiche sociali, strutturali e politiche ha dato vita a un sistema costellato di errori in cui migliaia di innocenti soffrono in prigione.

Quella vicinanza suggeritagli dalla nonna, ha pertanto insegnato una lezione fondamentale all'avvocato Stevenson: ognuno di noi è ben di più dell'atto peggiore che possa aver commesso. "Il lavoro che ho svolto con i poveri e con i carcerati mi ha persuaso che il contrario della povertà non è la ricchezza. Il contrario della povertà è la giustizia".