di Rinaldo Romanelli*
L’Altravoce, 26 agosto 2025
La separazione delle carriere era “Il sogno di Licio Gelli” ed infatti era prevista nel suo “piano di rinascita democratica”, sequestrato il 4 luglio 1981 in un doppio fondo di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del “venerabile” e successivamente pubblicato negli atti della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta da Tina Anselmi. Si tratta di un argomento utilizzato, a rotazione, da molti per screditare la riforma costituzionale della magistratura in corso di approvazione in Parlamento. Senza pretesa di completezza, lo hanno a più riprese detto o scritto Caselli, Travaglio, Conte (e un numero imprecisato di appartenenti al Movimenti 5 Stelle), Di Matteo e qualche altro magistrato più o meno autorevole a titolo personale. Fin qui poco male.
Si tratta di una suggestione di basso livello, che evidentemente nasconde l’incapacità di utilizzare qualche argomento critico più efficace, alla quale, restando sullo stesso piano di superficialità, basterebbe rispondere che anche la riduzione del numero dei parlamentari era espressamente prevista nel “piano” del Gran Maestro e proprio su proposta del governo Conte, è stata approvata nel 2019, in seconda lettura alla Camera, con una maggioranza bulgara (553 favorevoli, 14 contrari, 2 astenuti). Tutti d’accordo insomma.
Quando però la medesima affermazione viene veicolata direttamente dalla Associazione Nazionale Magistrati, sui propri canali social, attraverso le dichiarazioni del rappresentante dell’Associazione tra i familiari delle Vittime della Strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, appare doveroso ristabilire la verità dei fatti e, al contempo, porsi qualche domanda.
Il “piano” di Licio Gelli, com’è noto era un progetto eversivo che mirava al controllo delle istituzioni democratiche, inclusa la magistratura, attraverso una serie di azioni volte alla destabilizzazione del sistema politico e sociale italiano.
Prevedeva espressamente al primo punto del programma relativo all’ordinamento giudiziario: “unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione - articoli 107 e 112 ove il P. M. è distinto dai giudici)”. Nessuna differenza, dunque, tra Giudici e Pubblici Ministeri, ovvero esattamente il contrario di quello che prevede la riforma Nordio, secondo la quale la separazione delle carriere si realizza con la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, e quindi, una netta divisione delle organizzazioni dei magistrati d’accusa e dei Giudici.
Al secondo punto è prevista poi: “responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del P. M. (Modifica costituzionale)”.
Responsabilità che presuppone, ovviamente, un Pubblico Ministero alle dirette dipendenze del Ministro. La riforma, al contrario, assicura espressamente l’autonomia e l’indipendenza del P.M. (esattamente come quella del Giudice) da ogni altro potere. Immagina poi il Venerabile la: “riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale)”. Il P.M. dipende dal Ministro della Giustizia e il C.S.M. (unico) risponde del proprio operato al Parlamento e così viene totalmente cancellata l’autonomia e indipendenza di tutta la magistratura, requirente e giudicante.
Qualcuno può seriamente sostenere che queste linee programmatiche abbiano qualcosa a che fare, anche in lontananza, con la riforma costituzionale della magistratura di cui si discute? Certo è vero che nel “piano”, tra l’altro è scritto anche “separare le carriere requirente e giudicante”, locuzione che, letta alla luce di passaggi sopra riportati significa, con tutta evidenza, semplicemente escludere la possibilità di passare dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa, cosa che è già stata in larga parte realizzata nel 2007 e resa ancora più difficile dalla riforma “Cartabia”, approvata nel 2022 dal Governo Draghi sostenuto da: Movimento 5 Stelle, PD, + Europa, Italia Viva Forza Italia e articolo Uno. Tutti d’accordo insomma (tranne Fratelli d’Italia). I responsabili della comunicazione di A.N.M. che associano il “piano” del Gran Maestro alla riforma Nordio, dunque, non lo hanno letto? O Non lo hanno capito (ipotesi improbabile, posto che il testo è facilmente comprensibile anche da parte di un utente di intelligenza meno che media)? O semplicemente scelgono consapevolmente di fare disinformazione propalando tesi tanto infondate quanto offensive nei confronti di chiunque sostenga la riforma? Scegliete voi cosa vi sembra meno peggio. In ogni caso l’immagine che ne esce non è particolarmente edificante per il sindacato delle toghe.
*Segretario dell’Unione Camere Penali Italiane











