di Vittorio Monti
Corriere della Sera, 20 maggio 2022
Una volta, cose dell’altro secolo, c’era il ministero di “Grazia e Giustizia”. Come se la prima missione fosse perdonare. Quella del giudizio veniva dopo: infatti con le sentenze non si è mai provveduto alla svelta. Per giustificare i ritardi, vale sempre il famoso proverbio, chi va piano arriva sano e lontano, nel presupposto che, senza fretta, la meta sarà quella sana, sinonimo di giusta.
Quindi garanzia del bene sociale fondamentale: il vero colpevole condannato e il vero innocente assolto. Fosse sempre così, l’andatura lenta andrebbe non solo tollerata ma addirittura prescritta: meglio una giustizia lumaca con garanzia incorporata di una versione rock ma fallace. Purtroppo, spesso anche la lumachina va in testa coda. Almeno sembra a chi ha l’impagabile fortuna di guardare il mondo dei tribunali standone fuori.
La valutazione pessimista è indotta dalle ricorrenti giravolte delle decisioni. Una sequenza frequente prevede condanna in primis e assoluzione successiva, ma con comodo. Esistono le varianti: condanna, condanna bis, poi tutto da rifare, a volte con ritardataria chiusura a favore del processato e contorno di pianti liberatori dopo l’infinito calvario. Nei politici, spesso un’esultanza che sa molto di scampato pericolo, poco d’impegno serio a sveltire le procedure.
Il copione non prevede scuse pubbliche al riabilitato: si accontenti di tornare a rivedere le stelle. Gli ottimisti ad oltranza considerano positiva all’alternanza dei verdetti, percorso tortuoso proprio perché garantito. Per gli scettici, più cresce il numero dei i giudici in azione e più aumentano le possibilità dell’errore, perciò non tollerano che, sempre in nome dell’unico popolo italiano, si salti dal pollice verso al suo contrario. Poco alla volta dilaga la sfiducia: irritata da lungaggini (a Modena dieci anni per riconoscere danni da terremoto), effetto lotteria sulle sentenze, polemiche fra togati, la gente finisce per timbrare la prima mossa come bersaglio sicuro.
L’indagato è subito colpevole, ecco l’ingiustizia sommaria: esemplare il caso Tortora. La comunicazione giudiziaria diventa mina antiuomo, che uccide la reputazione. Difficile farla rivivere, quando il sospetto fa flop come le bolle di sapone: purtroppo il senza colpa paga dazio al destino. Causa girandola di verdetti (ora, la storia del pescatore di Cattolica, un anno in galera e poi assolto), non c’è da stupirsi del consenso diffuso su un’amara conclusione: solo l’innocente deve avere paura di finire sotto processo.
Il colpevole no, soprattutto se può difendersi senza badare a spese. Questi sono giorni cruciali per il futuro della giustizia, tra riforme e referendum. Eppure, nemmeno nella città dove Irnerio fondò la scuola del diritto, l’argomento è trend topic. Soprattutto la gente rispettosa delle regole, attenta ai doveri e ai divieti più che a diritti e permessi, resta in silenzio.
Autoprotezione indicativa sullo stato del rapporto fra la Giustizia con l’iniziale maiuscola e il cittadino con quella minuscola. Quando un cosiddetto “mostro” viene resuscitato per “non avere commesso il fatto”, anche il giornalista deve sentire un pugno nello stomaco, se ha ceduto ad etichette facili, invece di esercitare un severo filtro sulle notizie giudiziarie.
Nei giorni scorsi un magistrato della Procura ha indicato, tra i rischi della riforma Cartabia, che i pubblici ministeri siano “sempre più timorosi nell’affrontare inchieste e processi dall’esito non scontato”. Sperabile che, proprio quando è molto difficile trovare la verità, gli accusatori non siano timorosi. Semmai più scrupolosi.










