di Valentina Pazé
Il Manifesto, 17 agosto 2026
Di fronte alla guerra andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma dei conflitti è immerso fino al collo. Dei disertori come di chi una volta a casa non regge il peso delle atrocità. Affidandoci alle armi, accettiamo la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono i più giusti, ammesso che sia possibile identificarli. È la ragione per cui i tentativi di giustificare la guerra associandola all’idea di giustizia non sono mai stati convincenti. “Non chiamerei mai pace le armi che tacciono perché hanno vinto i ‘più forti’”. Così conclude il suo ragionamento a favore di una pace “giusta” (e, all’occorrenza, armata) Roberto Della Seta. Il problema è che, affidandoci alle armi, proprio questo accettiamo: la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono anche i più giusti, ammesso e non concesso che sia sempre possibile identificarli con certezza.
Questa è la ragione per cui i reiterati tentativi di giustificare la guerra assimilandola a una procedura giudiziaria, e associandola all’idea di giustizia, non sono mai stati convincenti. Nei tribunali vince chi ha ragione. O, per lo meno, tutto è congegnato in modo da favorire questo esito, al netto degli errori, sempre possibili. In guerra ha ragione chi vince. Punto. E se Aristotele poteva ancora tentare di dimostrare che non si dà forza (bia) senza virtù (areté) e chi prevale in battaglia dimostra per ciò stesso il proprio superiore valore, nelle guerre asimmetriche della modernità - da quelle coloniali a quelle iper-tecnologiche di oggi - questa tesi diventa risibile.
Chi, dunque, ritiene “eticamente disturbante l’idea di una pace senza giustizia” dovrebbe cercare altre vie, alternative alle armi, per raggiungere l’obiettivo. Ma, poi, giustizia in che senso? E per chi? È giusto che uno Stato disponga delle vite dei propri cittadini per perseguire i propri obiettivi? È etico? La risposta di Kant è nota: “Venire assoldati per uccidere o essere uccisi sembra racchiudere in sé un uso degli esseri umani come semplici macchine e utensili in mano a un altro (lo Stato) che mal si concilia col diritto dell’umanità nella nostra propria persona”. Perché in questo, alla fine, consistono le guerre, decise dai governi e combattute dai popoli: nell’usare i soldati come carne da cannone e le vittime civili - bambini compresi, a cui nessuno ha chiesto di scegliere tra la vita e la patria - come strumento di pressione e di propaganda. Lo sanno bene coloro che la guerra l’hanno vista da vicino, per averla combattuta o subita.
E allora oggi, prima ancora che Kant o Bobbio, dovremmo rileggere, e far leggere a scuola, Eric Maria Remarque e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima divenuto amico di Günther Anders. Il primo per ricordarci ciò di cui è fatta, davvero, la guerra: sangue e merda, terrore e morte, corpi maciullati, menti devastate. Il secondo per riflettere sui veleni che la guerra inocula anche in chi la combatte “dalla parte giusta” e torna a casa celebrato come un eroe, ma abitato per sempre da incubi e fantasmi.
Al di là delle discettazioni astratte sul rifiuto più o meno assoluto della violenza, oggi andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma della guerra è immerso fino al collo. Messaggi molteplici, non univoci, non sempre facili da decifrare. A incrinare le narrazioni di popoli eroici che combattono per la libertà e la giustizia ci sono coloro che scelgono di disertare, di rendersi irreperibili, di non tornare al fronte dopo una licenza. In Ucraina e in Russia il loro numero è in crescita, tanto da aver reso necessarie modalità di reclutamento sempre più coercitive: dalle famigerate ronde che setacciano i quartieri delle città ucraine in cerca di imboscati alle campagne martellanti del governo russo per adescare “volontari” nelle università o in paesi lontani, fino al ricorso, in entrambi i contesti, alle carceri come serbatoio di reclute da spedire in prima linea.
C’è poi chi - come il maggiore Eatherly - torna dal fronte trasfigurato e incapace di reinserirsi nella vita civile. Il numero dei suicidi tra soldati e soldatesse reduci da Gaza (due solo negli ultimi giorni) è impressionante, così come quello di chi necessita di cure psichiatriche (per non parlare delle condizioni dei sopravvissuti al genocidio, a cui questa assistenza non viene offerta). Ma il suicidio di reduci e veterani è fenomeno comune e ben noto. Negli ultimi venticinque anni negli Stati uniti più di trentamila soldati, in servizio o veterani, si sono tolti la vita: quattro volte di più di quelli che sono stati uccisi nei vari teatri bellici (7.057). Qualsiasi ragionamento su guerra, pace, giustizia, di tutto ciò dovrebbe tenere conto…
Infine, a proposito dei mezzi per realizzare “la giustizia”, si può oggi discuterne ignorando che viviamo nell’era atomica, in cui la massima fiat iustitia pereat mundus rischia - come mai prima d’ora - di condurre a una catastrofe senza ritorno? Si può, oggi, scommettere sul fatto che “la Bomba”, anzi “le bombe” atomiche tattiche, tanto più pericolose quanto apparentemente meno letali, rimangano in mano ai “buoni”, che se ne serviranno a soli fini di deterrenza? Quanto è realistico coltivare simili illusioni?










