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di Giuseppe De Filippi


Il Foglio, 27 gennaio 2021

 

Concentrate i vostri sforzi di comprensione dei fatti politici (è dura per tutti, non bisogna abbattersi) sulla questione giustizia. Come bussola avrebbe funzionato per tutti gli ultimi 30 anni, consentendo di capire a sufficienza degli sviluppi nella competizione per il potere e anche di quelli economici, sociali e della possibilità di riformare le istituzioni.

Insomma non proprio tutto poteva leggersi attraverso il codice della giustizia, ma una gran parte del lavoro sarebbe stata acquisita. Allora proviamoci anche adesso, perché non serve un retroscenista (professione in disuso nei tempi recenti in cui succedono più cose sulla scena che sul retro) per legare la crisi di potere con l'appuntamento fatale della relazione del ministro Alfonso Bonafede.

Oggi il Foglio ne tratteggia un ritratto al quale non c'è niente da aggiungere e che descrive un politico e una linea sulla giustizia incompatibili con un governo che si dichiara liberale, europeista e tutto il resto che sapete.

Bonafede sembra essere rimasto impigliato nel primo grillismo, fuso com'era (anche per il momento storico in cui è nato) con il giustizialismo mediatico e specialmente televisivo, e con quel piano di lavoro non si può governare, ma al massimo ci si può scalmanare all'opposizione per acchiappare voti, cioè quello che facevano i grillini prima maniera.

A questo punto, per seguire le convulse ore che ci portano alla cena, proviamo solo a guardare le cose che hanno a che fare con la giustizia e con Bonafede. Tra le prime in cui andiamo a incappare c'è l'apertura di disponibilità da parte di esponenti di Forza Italia verso l'appoggio a una nuova maggioranza, sufficientemente contiana, cioè a partire dalla quasi-maggioranza attuale, a condizione di avere una riforma della giustizia in cui si rimettano in discussione gli eccessi persecutori della linea mutuata da Bonafede ma proveniente da altri ambienti (ribadiamo: quel primo grillismo un po' scopiazzava in giro, sentiva quello che c'era nell'aria, era manettaro perché c'era la moda del giustizialismo, ma nella sua anti-politicità avrebbe potuto assumere, senza scossoni, anche altri atteggiamenti).

La stessa cosa vale per gli altri centristi, per di più ora colpiti nel loro leader da un'inchiesta proveniente da uno dei campioni della giustizia spettacolarizzata. La domanda politica è se Giuseppe Conte e, con un'altra decisione, i 5 stelle, riescono a superare non tanto la figura di Bonafede quanto quei legami culturali e opportunistici con cui una decina di anni fa si celebrò il matrimonio tra grillismo e uso politico della giustizia.

L'impressione è che poi quella roba passasse sempre un po' sopra la testa dei grillini, non completamente credibili quando tentavano di intestarsi (onestà, onestà) le battaglia degli schieramenti tipicamente legati all'attività di un certo potere giudiziario. Un sussulto, un barbaglio, di questa condizione lo ebbe a sperimentare anche Bonafede, quando si vide esposto a improvvisi attacchi per aver scelto, con una discreta quota di autonomia, il direttore del Dap, scelta per la quale venne pubblicamente attaccato da Nino Di Matteo nientemeno che dagli studi di Massimo Giletti.

Allora si tratterebbe di recuperare un po' di quell'autonomia di decisione e provare a lavorare con o forse al posto di Bonafede. Se qualcosa si muove lungo questo asse allora ci saranno notizie anche per il governo e la maggioranza. Seguite e parlatene a cena. Sul dibattito, intanto, si potrebbe prendere tempo con soluzioni creative.