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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 21 novembre 2024

Colpisce che il metodo di questi interventi legislativi venga ignorato o accolto senza grandi reazioni dall’opinione pubblica. Sulle leggi di “interpretazione autentica” - nelle quali cioè il legislatore, per ovviare a una situazione di pretesa incertezza giuridica, impone che una certa norma sia interpretata dai magistrati secondo un significato selezionato tra i vari possibili - si può sostenere tutto e il contrario di tutto, visto che negli anni i giuristi dei più vari orientamenti, scervellandosi sul sottile confine con l’intromissione abusiva e sostanzialmente retroattiva nello svolgimento dell’amministrazione della giustizia, hanno via via definito queste leggi “rapsodiche” (Verde), “labirintiche” (Pugiotto), “Torre di Babele” (Antonini).

Ma almeno una cosa non si può far finta di non vedere nell’emendamento di interpretazione autentica delle norme urbanistiche oggi in approvazione alla Camera, così come pochi mesi fa nell’altra legge di interpretazione autentica “paracadutata” per timbrare la natura pubblica anziché privata della Fondazione Milano-Cortina 2026: non si può far finta di non vedere la (persino dichiarata) volontà di sterilizzare l’inchiesta milanese sulle tacite deroghe alla legge urbanistica incoraggiate per anni dal Comune di Milano per favorire il “dinamismo” di costruttori e investitori, esattamente come in estate il proposito di circoscrivere sul nascere l’altra indagine appena avviata sul comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali.

Un identico schema azione-reazione sta del resto carburando le nuove norme (già fatte per decreto o in via di attuazione) sullo spostamento delle competenze delle sezioni immigrazioni fra Tribunali e Corti d’Appello (dopo le sentenze sgradite a Roma, Bologna e Catania sui trattenimenti in Albania), o sulla centralizzazione al Tribunale di Roma di tutti gli appelli contro i sequestri di aziende di interesse strategico nazionale (dopo i sigilli a Siracusa al depuratore di Priolo e il lungo contenzioso sull’Ilva di Taranto).

E se sul merito dei singoli temi a volte si sviluppa un minimo di attenzione, colpisce invece che il metodo di questi interventi legislativi a gamba tesa venga dall’opinione pubblica o ignorato o accolto con reazioni di intensità nemmeno lontanamente paragonabili a quelle suscitate dalle leggi “ad personam” nell’era Berlusconi. Forse non è solo perché quelle erano vissute come lontani favori dall’alto, che l’allora legislatore faceva a se stesso o al proprio entourage, mentre le odierne leggi “ad personas” (come ad esempio anche tutti i vari provvedimenti agevolativi di chi non ha pagato le tasse, o la recente abolizione dell’abuso d’ufficio, o le norme derogatorie alla sicurezza del lavoro e dell’ambiente per dare priorità alle attività industriali battezzate di “interesse strategico nazionale”) sorridono a intere corporazioni, a ben individuati e coltivati blocchi sociali, a robuste categorie di operatori economici.

Forse è anche effetto dell’inconsapevolezza - nei cittadini appartenenti agli altri blocchi sociali - non soltanto di non essere tra i beneficiati da queste tutele legislative, ma di esserne anzi penalizzati nella quotidianità della propria (dis)eguaglianza: ad esempio quando sarà la loro impresa a essere tagliata fuori da una commessa affidata a un “amico degli amici” grazie all’assenza di gara in un ente decretato per legge “privato”; o quando sará il loro figlio a essere preso in giro dopo anni di studi in un concorso universitario truccato o in una selezione di personale in cui il curriculum (senza più abuso d’ufficio) valga come carta igienica; o quando davanti alla luce della propria finestra spunterà come un fungo un quasi grattacielo “regolarizzato” a posteriori da una norma urbanistica di interpretazione autentica.

Ed é indirettamente questa inconsapevolezza dei cittadini a rendere non più tabù anche ciò che fino a pochi anni fa un po’ tabù era ancora. E cioè chiedere ai magistrati “responsabilità” nelle scelte, in realtà per pretendere che stiano bene attenti a considerare, più dei torti e ragioni, i rapporti di forza tra chi ha torto e chi ha ragione; invocare il valore della “prevedibilità” delle loro decisioni, in realtà per ottenere che i tempi di un’indagine siano scanditi in modo da non interferire con i tempi di marcia di opere pubbliche o eventi internazionali; invitare le toghe alla “sobrietà”, in verità per invitarle ad agire intimorite dai possibili contraccolpi personali delle proprie decisioni; e additare il corretto criterio della “proporzionalità”, in realtà per indurre i magistrati a subordinare le proprie decisioni alle supposte “compatibilità” della contingenza economica e a farsi condizionare dalla ricerca di sintonia con le supposte aspettative sociali.