di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 8 giugno 2025
Immaginiamo una piazza. Un luogo popolata. Un’agorà viva, dove i cittadini parlano, ascoltano, dissentono, propongono. Per Jürgen Habermas, la giustizia non nasce né nei tribunali chiusi né nelle stanze silenziose del potere, ma in luoghi simili a questa piazza: luoghi dove si parla in condizioni di uguaglianza, dove si cercano ragioni valide, dove la parola è principio d’ordine e non solo strumento di influenza. La giustizia, nella sua forma più profonda, è il frutto di un discorso. E le istituzioni, in questa prospettiva, non sono altro che i pilastri di un discorso che è diventato struttura. Ciò che rende giusta una norma, dunque, non è il suo contenuto, ma la modalità con cui è stata accettata.
La validità è la legittimità ottenuta discorsivamente. Il nesso tra giustizia e istituzioni emerge chiaramente: le istituzioni non sono meri apparati di regolazione, ma le condizioni di possibilità della comunicazione pubblica. Devono garantire ciò che Habermas chiama “condizioni simmetriche di partecipazione” - l’eguaglianza nell’accesso, l’assenza di coercizione, la trasparenza delle argomentazioni. Nelle nostre società complesse, queste condizioni non si danno spontaneamente. Devono essere costruite, difese, istituzionalizzate. È qui che la giustizia si traduce in architettura civile. Parlamenti, tribunali, assemblee, media pubblici, perfino i processi di consultazione partecipata, diventano spazi di deliberazione discorsiva. Quando funzionano, non semplicemente amministrano: rendono il diritto un’espressione dell’autonomia collettiva. “Il diritto - scrive il filosofo - è legittimo solo se può essere accettato discorsivamente da coloro che ne sono destinatari in quanto co-legislatori”.
La giustizia, ci dice Habermas, è il cuore pulsante del vivere sociale, è innanzitutto comunicazione. Comunicazione intesa non tanto come strumento ma come fondamento. Non come mezzo per influenzare l’opinione degli altri, ma come via per facilitare la comprensione reciproca. In questo senso, l’agire comunicativo di cui abbiamo parlato nel Mind the Economy della settimana scorsa, non va inteso come un lusso etico, ma come una condizione necessaria all’esistenza stessa della giustizia.
Nel secondo volume della sua Teoria dell’Agire Comunicativo (Il Mulino, 1986), Habermas estende questa etica del discorso sul piano politico ed istituzionale. Egli distingue tra due modelli fondamentali del comportamento umano: l’agire “strategico”, volto al successo, alla manipolazione e al controllo dei risultati, e l’agire “comunicativo”, orientato invece alla comprensione intersoggettiva, all’instaurazione di un dialogo sincero con l’altro. Se il primo domina le strutture del sistema sociale, come il mercato, la burocrazia e l’amministrazione della legge, il secondo abita la Lebenswelt (il mondo della vita) fatto di cultura condivisa, norme informali, identità storiche. Tale distinzione è per Habermas non solo sociologica, ma principalmente etica. Nell’agire comunicativo, ciascun parlante solleva pretese di validità - verità, giustezza, sincerità - che possono essere criticate e difese. La comunicazione autentica, per questo, non è mai neutra: rappresenta già, in sé, un atto di riconoscimento reciproco. “Nel linguaggio dell’agire comunicativo - scrive Habermas - non si tratta di influenzare l’altro, ma di raggiungere con lui un’intesa”.
Sulla base di questo presupposto, allora, la giustizia non può più essere considerata come una distribuzione algoritmica di beni o diritti, opportunità e risorse. Dev’essere, invece, pensata come l’esito di un processo discorsivo e dialogante di convergenza tra soggetti liberi e uguali.
È su questo terreno che Habermas costruisce la sua Diskursethik, l’etica del discorso che sottolinea come la validità delle norme non possa essere dedotta a priori, né ricavata empiricamente. Essa, infatti, emerge come risultato dell’interazione tra cittadini liberi e partecipanti, nell’ambito di un confronto pubblico, nel dialogo condiviso. Quando ci chiediamo, dunque, se “questa norma è giusta” non possiamo trovare risposta né nel sentimento identitario, né nell’utilità individuale. Occorre, piuttosto, riferirsi alla possibilità che tale norma venga accettata da coloro che abitano la “piazza” che partecipano al dibattito pubblico e si rendono protagonisti di una deliberazione informata e libera da ogni forma di coercizione. La “situazione discorsiva ideale”, come la definisce il filosofo, cioè una finzione regolativa e non un fatto empirico, diviene in questo modo il criterio morale necessario per valutare azioni e istituzioni.
Ogni azione comunicativa si inserisce in un contesto culturale preesistente (Hintergrund), fatto di linguaggi, valori, abitudini. Uno “sfondo” che non è generalmente oggetto di riflessione cosciente nella vita quotidiana, ma può diventarlo nei momenti di crisi o di conflitto normativo. In quei momenti, le norme passano dallo stato di certezza tacita a oggetto di discussione critica. È in questi momenti di transizione che si manifesta la connessione tra giustizia e comunicazione. È in questi momenti che scopriamo che una norma è giusta se, e solo se, può essere giustificata discorsivamente da chi ne è soggetto e co-estensore. Non basta che essa sia coerente o efficace: deve essere accettabile in condizioni di simmetria argomentativa. Solo così il diritto, il giudizio, la sanzione possono acquisite legittimità.
Il sottotitolo del secondo volume della Teoria dell’Agire Comunicativo che in italiano è stato tradotto come Critica della ragione funzionalistica, nella versione inglese recita Il Mondo della Vita e il Sistema. Il “mondo della vita” è rappresentato dall’insieme di saperi impliciti, dalle relazioni, dalle culture condivise che rendono possibile l’agire quotidiano e la comunicazione intersoggettiva. Il “sistema”, invece, è fatto dagli apparati burocratici ed economici che operano secondo logiche funzionali: quella del denaro, innanzitutto, del potere e dell’efficienza. Il problema della modernità, secondo Habermas, è che i sistemi tendono a “colonizzare” il mondo della vita, svuotando i processi comunicativi di senso e legittimità. “Il disaccoppiamento tra sistema e mondo della vita - scrive il filosofo - minaccia di interrompere la razionalità comunicativa, sostituendola con imperativi strategici o funzionali”. Nel passaggio dal mondo della vita ai sistemi funzionali, Habermas scorge il rischio della “delinguistificazione” delle interazioni. Le azioni coordinate attraverso denaro e potere tendono, in questo modo, a diventare transazioni strumentali, in cui le pretese di validità si attenuano o scompaiono. Un processo inevitabile nella complessità moderna, ma che va per questo controbilanciato dalla creazione e dalla difesa di spazi discorsivi in cui si ricostruisca il legame tra norma e riconoscimento.
Il diritto, in particolare, gioca su questo terreno un ruolo ambivalente. Da un lato, consente la convivenza tra sconosciuti in una società pluralistica; dall’altro, rischia di sostituire la legittimità con la mera legalità. Habermas sostiene che la giustizia nel diritto moderno “non si basa più sul prestigio dello status, ma sulla legittimità di un ordine legale rispettato come valido”. Ma tale rispetto non è scontato: deve essere costantemente rigenerato nel discorso pubblico. La giustizia, allora, non può che consistere nella ricostruzione dei legami tra individuo e istituzioni, tra democrazia e razionalità: una ricostruzione che passa per il rafforzamento dello spazio pubblico, della partecipazione e della fiducia. Tutti devono poter parlare. Tutti devono poter essere ascoltati. Tutti devono poter mettere in discussione le pretese normative del “sistema”. In questo senso, la giustizia non è una struttura data, ma un processo aperto, un cantiere discorsivo sempre in opera. Il legame tra l’agire comunicativo, la giustizia e la politica diviene, in questo snodo, evidente. Perché le scelte politiche sono legittime solo se scaturiscono da un processo discorsivo in cui tutti i soggetti potenzialmente coinvolti abbiano avuto la possibilità di esprimere la propria opinione, argomentare, dissentire. È la visione “deliberativa” della democrazia.
La giustizia politica, quindi, non è una proprietà delle norme, ma, piuttosto, delle procedure con cui tali norme vengono validate. Se l’agire comunicativo è la via privilegiata per la costruzione della legittimità normativa, allora le istituzioni - politiche, giuridiche, amministrative - non vanno pensate semplicemente come strutture esecutive o strumenti di potere ma, piuttosto, come l’incarnazione istituzionale del dialogo. In questo senso, la ricerca della giustizia e l’agire comunicativo si intrecciano proprio nel definire il modo in cui le istituzioni facilitano o impediscono la partecipazione dei cittadini al discorso pubblico. È un processo che viene costantemente messo in pericolo dall’incombenza del “sistema”. Quando quest’ultimo, infatti, colonizza il “mondo della vita”, le logiche del denaro o del potere invadono gli spazi comunicativi, la possibilità stessa del discorso pubblico si restringe.
Le istituzioni, se vogliono essere giuste, devono resistere allora a questa colonizzazione, riaprendo spazi alla parola, alla contestazione, alla co-deliberazione. Habermas, che naturalmente è più che consapevole della complessità delle società moderne, non propone un ritorno a forme assembleari o comunitaristiche. Egli riconosce, invece, la necessità di apparati formali, burocrazie e sistemi funzionali, ma pone per essi una condizione decisiva: che tali sistemi siano connessi, attraverso canali permeabili e trasparenti, al mondo della vita da cui traggono legittimità.
L’etica dell’agire comunicativo ci chiama alla responsabilità e alla partecipazione. Ci chiede di creare spazi in cui la parola conti davvero, il disaccordo sia accolto e il consenso sia costruito e non imposto. Il progetto politico che emerge da questa prospettiva è chiaro: istituzionalizzare l’agire comunicativo significa trasformare la democrazia da mero meccanismo di voto a processo deliberativo continuo. Significa rafforzare quei luoghi - parlamenti, media pubblici, consultazioni civiche, dibattiti - in cui gli argomenti possono confrontarsi liberamente, senza dominio, sopraffazione o esclusione.
È per questo che Habermas difende con forza l’idea di una “democrazia deliberativa”, in cui le decisioni collettive siano fondate su una ragione pubblica condivisa, e non solo su interessi aggregati o compromessi opachi. In questo modello, le istituzioni giuste non sono quelle che impongono norme, ma quelle che rendono possibile la loro co-costruzione discorsiva.
Il rapporto tra agire comunicativo e giustizia passa attraverso il disegno e il funzionamento di questo genere di istituzioni. Una società è giusta non solo quando distribuisce equamente le risorse e le opportunità, ma quando garantisce a ciascuno il diritto di parola, la possibilità di incidere, la dignità di essere ascoltato. Condizione minima della convivenza democratica. Solo in una società che si prende cura della parola - che ne rispetta la fragilità, ne riconosce il potere, ne protegge l’apertura - potrà fiorire, allora, una giustizia degna di questo nome. Perché ogni volta che, in un’assemblea, in un’aula di tribunale, in un forum pubblico, ci sforziamo di capirci, di ascoltare, di rispondere con argomenti e non con slogan, staremo facendo giustizia.











