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di Erminia Mazzoni


Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2022

 

L'attenzione alle parole del presidente Mattarella durante il discorso presentato alle Camere riunite per il giuramento solenne, a inizio del nuovo settennato, è un segnale di rispetto istituzionale e personale. Sono però tra quelli che ritengono corretto sottolineare, in un'epoca di facili smarrimenti della conoscenza, che il Presidente della Repubblica non scrive l'agenda politica del Governo. Le sue funzioni sono altre.

Valgano dunque le tante questioni poste quali condivisibili auspici. Le forze politiche facciano la propria parte mettendo in chiaro cosa intendono fare nei prossimi dodici mesi. Soprattutto dicano i "diversi" che governano insieme il paese a quali dei bisogni più urgenti pensano di dare risposta prioritaria togliendoli dal tritacarne della campagna elettorale per metterli in sicurezza nel fondo comune del Governo delle larghe intese.

Altra cosa è, invece, il passaggio sulla giustizia. Il Presidente della Repubblica è a capo del Csm. È dunque parte in causa. Sul tema Mattarella ha invocato "un profondo processo riformatore... Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della magistratura... l'ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità".

"È indispensabile che... il Consiglio superiore della magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono restare estranee all'Ordine giudiziario" e raccogliendo l'esigenza che "venga recuperato un profondo rigore". "Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati... la magistratura e l'avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei". Queste le "sagge parole sulla giustizia" di Sergio Mattarella.

In sintesi, l'azione di riforma della giustizia secondo il Presidente della Repubblica richiede, prima di ogni altra cosa, un intervento ordinamentale sugli statuti che regolamentano le attività dei suoi operatori - avvocati, magistrati e personale - perché la giustizia sia veramente "uguale per tutti" e sia un servizio e non un costo.

E credo, discostandomi con rispetto dal pensiero del professore Giovanni Verde, che Sergio Mattarella conosca bene "la malattia" del nostro sistema giustizia, e prescriva una "medicina" che saggiamente interviene sulla causa della patologia, il profilo di indipendenza, rigore e professionalità di chi amministra la giustizia perché propedeutico a come questa verrà erogata. Non è solo una modifica del sistema di elezione dei componenti del Csm, quella tratteggiata, ma è o almeno dovrebbe essere un cambiamento del modo di interpretare il principio di terzietà del giudice che si definisce a partire dall'organo di autogoverno.

Purtroppo la conflittualità politica, la disarticolazione delle prerogative costituzionali dei poteri dello stato, in conseguenza dei rimaneggiamenti parziali della carta fondamentale, e il crescere di un diffuso comprensibile atteggiamento conservativo di difesa hanno trascinato negli anni stancamente e inutilmente l'azione del legislatore. Oggi siamo ancora dentro un impegnativo cantiere. Gli anni passati non hanno consegnato alcun rilevante stato di avanzamento lavori. Niente di organico si è fatto strada, anche per la divisione della categoria. Troppe voci, che non documentano pluralismo ma protagonismo.

Sono fiduciosa che questa volta si raggiungeranno obiettivi più ambiziosi perché abbiamo da una parte il diffuso "imbarazzo" (sic) della magistratura tutta e dall'altra la pressione esercitata dal cronoprogramma del Pnrr. La riforma della giustizia è, infatti, la prima delle riforme orizzontali o di contesto che il Pnrr prevede e che è preordinata a raggiungere l'obiettivo della sostenibilità economica-sociale degli investimenti. Una giustizia che per la sua lentezza erode circa due punti di Pil, pari più o meno a 40 miliardi di euro, e che alimenta un comune sentimento di impunità, diventa per forza di cose elemento determinante anche nell'analisi delle misure di risanamento.

Il piano fissa una serie di interventi legislativi ordinamentali, strutturali, funzionali e poi sul diritto sostanziale, soprattutto penale e tributario, e su quello processuale. Ed è in questa seconda fase, e solo dopo aver chiuso la prima, che le riflessioni di Giovanni Verde su status del Pm, standard di rendimento e progressione di carriera possono diventare una significativa e lungimirante traccia da seguire.