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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 3 novembre 2025

La cosa più sconcertare nell’inchiesta di Monza sul commando delle “femministe” d’assalto accusate di stalking e diffamazione è il tribunale in versione chat per emettere sentenze di call out per reati segnalati da chissà chi e del tutto presunti. Al di là delle offese, delle bestemmie, della violenza verbale, dell’inopportunità di parole e comportamenti, c’è una questione di fondo che dovrebbe sconcertare più di ogni altra cosa nell’inchiesta di Monza sul commando delle “femministe” d’assalto accusate di stalking e diffamazione. E cioè il ricorso alla giustizia fai da te. Sommaria e inappellabile.

Non denunce, garantismo e processi nelle aule di giustizia ma un tribunale in versione chat per emettere sentenze di call out per reati segnalati (ripeto: segnalati) da chissà chi e del tutto presunti. Per i pochi che a questo punto non dovessero conoscerne il significato: un call out è una chiamata alle armi della maldicenza (da esercitare in forma fisica e digitale) per “uccidere” la reputazione, le relazioni sociali, la professionalità di qualcuno. “Vessazione pubblica” e “gogna digitale”, la definisce la procura. Maldicenza nata da convinzioni personali, da misteriose segnalazioni, appunto, o da azioni non gradite del malcapitato o la malcapitata di turno.

Quindi funziona così: io per qualcuno dei motivi appena elencati ti ritengo un “abuser”, un molestatore, un manipolatore, oppure mi convinco che hai sostenuto la causa di gruppi omofobi o misogini. E che faccio? Organizzo un call out contro di te. Ti denigro pubblicamente, mi attivo per far scappare i follower dai tuoi canali social, faccio pressione su organizzatori di eventi (chiamo o segnalo via web il “reato” che ti ho cucito addosso) per far cancellare il tuo nome o per farti escludere da eventi futuri; pubblico post per dichiarare la tua indegnità o ne parlo in chat di gruppo. Costruisco la tua “morte sociale e politica”, per dirla con le loro parole.

Un concetto piuttosto bizzarro di giustizia. Che ovviamente non avrebbe senso nemmeno se ci fossero le prove provate che il reato tal dei tali sia stato commesso davvero. Non ha senso, è pericoloso e incompatibile con un sistema democratico il concetto che sta alla base di tutto questo, cioè sostituirsi ai tribunali e mutuare dalla giustizia e dal codice penale parole a casaccio.

Un potenziale stupratore, un molestatore, va denunciato, non ricoperto di fango via call out. Quindi, per quanto sgradevoli, il problema più grave di questa storia non sono gli insulti via chat a Mattarella o a Liliana Segre. È rimpiazzare il potere giudiziario con il potere di sputtanare e rovinare.