sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Sergio Lorusso


Gazzetta del Mezzogiorno, 11 dicembre 2019

 

Rischia di essere un D-day per la giustizia penale italiana il 1° gennaio 2020. Salvo imprevisti, difatti, le controverse norme che cancellano la prescrizione dopo la sentenza di primo grado entreranno in vigore, mentre verranno congelate (per la quarta volta) su iniziativa dei Cinque Stelle quelle che ridisegnano il regime delle intercettazioni.

Per restare nella metafora, forse eccessiva ma efficace, le truppe d'assalto populistico-giustizialiste ritengono così di aver sferrato l'attacco decisivo per liberare il nostro processo dall'occupazione garantista che si perpetua da più di un trentennio, fonte - a loro avviso - di debolezze investigative e di lungaggini processuali funzionali a impunità varie (ed eventuali), i cui beneficiari sarebbero soprattutto gli imputati eccellenti.

Ora, che l'attuale Codice di procedura penale non abbia prodotto risultati esaltanti e apprezzabili è indubbio. Negarlo significherebbe mancare di onestà intellettuale. Il vero punto, però, consiste nell'individuare rimedi efficaci alle sue défaillances e alle sue carenze, secondo una visione d'insieme che tenga conto anche di fattori spesso trascurati quali la sufficienza e l'idoneità delle risorse (umane e strumentali).

Un buon medico, prima di formulare una diagnosi e di individuare un'adeguata terapia, effettua l'anamnesi del paziente. Cioè a dire, ricostruisce la sua storia per comprendere come sia potuto arrivare all'attuale stato di malessere. Orbene, molti sono immemori di come l'iter involutivo dei tempi processuali - con i suoi riflessi sulla certezza della pena - abbia radici lontane datando quanto meno all'immediato Dopoguerra, quando vigeva il codice 1930 (pur più volte riveduto e corretto). Non certo un codice garantista.

E che la propagandistica demolizione della prescrizione sortirà ben pochi effetti rispetto all'intenzione dichiarata di accorciare la durata irragionevole dei nostri processi. In molti hanno ricordato come la stragrande maggioranza dei processi si prescrivano prima del giudizio di primo grado. Occorre aggiungere che il vero virus da cui scaturisce la smisurata dilatazione dei processi è costituito dai tempi morti incuneati tra le fasi, quelli in cui non succede nulla. O, ancora, che un vetusto e farraginoso sistema di notificazioni produce inaccettabili stasi - specie nei processi con una pluralità di imputati - che certo l'evaporazione della prescrizione non può risolvere.

La visione del legislatore, insomma, è (colposamente o dolosamente) miope. Sull'altro fronte c'è la vicenda delle intercettazioni. Frutto, evidentemente, di un' indecorosa contrattazione. Indecorosa e disdicevole perché i temi della giustizia dovrebbero sottrarsi alle tecniche governative di stampo mercantile riguardando tutti i cittadini e riferendosi a principi che dovrebbero essere considerati i capisaldi della società.

Ma tant'è. La giustificazione del ministro Bonafede è risibile, e fa leva ancora una volta sulle difficoltà tecniche per le procure. Tali difficoltà permangono da quasi un anno e mezzo, e che il guardasigilli le evochi come causa del rinvio ha il sapore di un'inconsapevole autoaccusa per inefficienze legate al sistema giustizia.

La riforma delle intercettazioni, certo, è perfettibile, ma contiene alcune norme migliorative dello status quo che mirano a tutelare la privacy dei soggetti coinvolti introducendo il reato di diffusione di riprese e registrazioni fraudolente e prevedendo che gli ufficiali di polizia giudiziaria, qualora si imbattano durante l'attività di captazione in comunicazioni non rilevanti ai fini di giustizia penale o che contengano dati sensibili, non debbano trascriverle neanche sommariamente. Sotto l'albero di Natale, insomma, gli italiani troveranno una giustizia impoverita che magari appagherà il loro rancore ignorando che il Codice di procedura serve non già a punire qualcuno "a prescindere" ma a verificare se quel qualcuno ha effettivamente commesso il reato che gli si addebita.

E che quel qualcuno potrebbe essere chiunque, suo malgrado. Francesco Carrara, un grande giurista del XIX secolo, affermava - con mirabile sintesi - che mentre il Codice penale rappresenta il codice dei delinquenti quello di procedura penale contiene una serie di regole poste a tutela dei galantuomini. È da qui che nasce la presunzione d'innocenza, assai ostica per i giustizialisti.

L'affermazione è nota a (quasi) tutti i giuristi, ma naturalmente non lo è alla maggior parte dell'opinione pubblica: sarebbe bello, magari, che qualcuno la ricordasse negli innumerevoli talk show dedicati all'argomento. Descrive, in poche parole, l'essenza della giurisdizione. E invece no, non è una dichiarazione alla moda, e forse è sottovalutata anche dai difensori dei diritti individuali.

Così come spesso si ignora che le intercettazioni - strumento investigativo legittimo ed efficace - devono essere maneggiate con cura, per limitare al massimo l'effetto deleterio (e talora devastante) che le stesse possono produrre nelle vite altrui, si tratti di indagati poi dichiarati innocenti o addirittura di persone terze del tutto estranee alla vicenda giudiziaria, la cui sfera personale viene invasa e resa pubblica. L'albero di Natale della giustizia, quest'anno, non è illuminato.