sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giovanni Russo Spena

Left, 27 maggio 2022

Il pacchetto referendario con i cinque quesiti su cui saremo chiamati a votare il 12 giugno non rappresenta una riforma dell’ordinamento penale. Che invece è quello che serve adesso, anche per contrastare derive securitarie dettate da presunte emergenze.

Lo scontro tra politica e magistratura è, dal secondo dopoguerra, fattore di logoramento della democrazia costituzionale. Non se ne può più. La stessa “riforma Cartabia”, il tentativo più recente, mi appare come un generoso ma mediocre compromesso, nato tra mille spinte, a volte contrapposte, a volte strumentali, delle forze politiche della composita maggioranza. Mentre la magistratura, dilaniata dal correntismo e dalla scarsa autorevolezza, dopo il doloroso “scandalo Palamara”, va ad uno sciopero tardivo e sostanzialmente privo di obiettivi.

Uno sciopero senza grande rilievo e partecipazione. Non è una buona notizia. Parla di “fallimento” il segretario di Magistratura democratica; dobbiamo ripartire, dice, “dalla consapevolezza degli errori compiuti e dalla necessità di recuperare il valore della partecipazione”. Credo anche io che occorra un serio ripensamento, avendo come bussola i precisi riferimenti della Costituzione per quanto attiene all’ordinamento giudiziario.

Il 12 giugno, non a caso, votiamo su 5 quesiti referendari attinenti all’ordinamento giudiziario. Ne abbiamo già parlato (su Left del 4 marzo 2022). Mi limito ad una riflessione, storica e di sistema: qual rapporto tra Parlamento (democrazia rappresentativa) ed istituto referendario? Io non credo, al contrario del giornalismo più docile verso il potere costituito, che i referendum rendano evanescente la funzione parlamentare.

Credo, invece, alla luce degli articoli 71 e 75 della Costituzione, nel rapporto dialettico tra referendum e democrazia rappresentativa. Penso, però, sia sbagliato l’uso strumentale e fuorviante dei referendum. Il 12 giugno voteremo su un “pacchetto referendario”, su una “strategia referendaria”, come scrivono i proponenti. E sbagliato.

Non è questa la strada per una “giustizia giusta”. Un’enfasi inopportuna, che finisce per limitare partecipazione, convinzione, adesione. Porto ad esempio un solo quesito, quello che, per esperienza professionale, ritengo il più importante socialmente ed il più complesso. Parlo del quesito collegato all’abuso della custodia cautelare. Problema fondativo per uno Stato di diritto, perché la custodia cautelare spesso si trasforma in un anticipo della pena: il carcere senza processo e senza sentenza. Ne soffre soprattutto la “povera gente”.

Sappiamo, infatti, che l’esecuzione penale ha risvolti classisti. Il Parlamento, intanto, pur dopo la sentenza della Corte Costituzionale, non riesce, per le spinte più regressive in esso presenti, a legiferare correttamente nemmeno sul superamento dell’ergastolo ostativo. Quale è il punto? Il quesito, che affronta un tema così rilevante, è sbagliato; la sua approvazione recherebbe danno. Perché esso non interviene sugli abusi, ma opera una riduzione del campo di applicazione. Sarebbero impuniti reati come il finanziamento illecito dei partiti (non a caso), i reati ambientali, femminicidi, perché il giudice non potrebbe emettere misure cautelare basate sul pericolo della “reiterazione del reato”, se non in alcuni casi.

Allora, forse, la via è un’altra per riformare realmente la giustizia; altre le priorità. Illustro le mie, con spirito collaborativo. Occorre ristrutturare profondamente il complessivo sistema organizzativo (personale, risorse, ecc.) affinché si giunga realmente ad un processo più breve. E dopo anni di arretramento, sono necessari radicali interventi di forte segno democratico, anche per costruire un argine al degrado securitario, patriarcale, omofobo, razzista, proibizionista.

Quante norme dovremo abrogare? Quanti “pacchetti sicurezza”? Le vere riforme riguarderanno il codice penale e di procedura penale, ripristinando il rispetto della concezione costituzionale della pena (“mai vendetta di Stato”, disse Aldo Moro nell’Assemblea costituente), allargando i campi di applicazione delle misure alternative al carcere, fissando, come è nei Paesi europei, un tetto massimo alla pena detentiva.

A tale scopo, inoltre, il pubblico ministero non può essere attratto nella sfera dell’esecutivo e diventare braccio armato del governo. Va rispettato il principio costituzionale della “obbligatorietà dell’azione penale”. Viviamo un passaggio di fase pericoloso. L’emergenzialismo post pandemia e, ora, il clima bellico e l’autonomia di guerra stanno segnando una deriva verso lo “Stato di eccezione”, lo “Stato del controllo”.

Si diffondono misure repressive, arresti domiciliari, fogli di via, obblighi di firma, come strumenti del potere per “insorgenze di ordine pubblico”; cioè per colpire attivisti politici, movimenti politici, soggetti critici verso il potere. La casistica sta diventando preoccupante. Sembra, insomma, che all’ordinamento penale sia stata delegata la regolazione dei conti con il conflitto sociale. Non è giunto il momento di una discussione vera (che vorremmo ospitare) per lanciare una sfida democratica che rinnovi le istituzioni repubblicane?