di Simona Sparaco
La Stampa, 18 marzo 2026
Arrestato per un pettegolezzo, è stato risarcito in modo ridicolo. Lunedì 23 marzo, giorno di referendum, mio padre avrebbe compiuto 83 anni. Uso il condizionale perché invece se ne è andato due mesi fa senza preavviso, ma senza neanche soffrire. La giustizia molte volte non sembra abitare in questo mondo, ma la morte di mio padre è stata in qualche modo giusta, per uno come lui, che nella vita ha sofferto ingiustamente.
Erano vent’anni che non mi capitava di incrociare l’immagine del magistrato Henry John Woodcock, forse perché l’ho sempre accuratamente evitata e il solo pensiero mi faceva rabbrividire. La settimana scorsa però l’ho visto spuntare dal televisore con la prepotenza di un fastidioso pop up. Partecipava a un dibattito da dove è uscito ridicolizzato e incespicante, come forse lo avrà conosciuto mio padre vent’anni fa. Non so dove io abbia trovato il coraggio di ascoltarlo senza cambiare canale. Non ho mai raccontato la nostra storia pubblicamente e difficilmente ne parlo persino con gli amici. Da quando papà ci ha lasciati, però, ci ho ripensato a lungo. Lui per me è stato un vero eroe romantico, l’uomo più importante della mia vita, insieme ai miei figli e a mio marito. Era a capo di un’impresa che ha fondato mio nonno e che ha contribuito a ricostruire l’Italia con le autostrade, i porti, gli ospedali e tanto altro, dagli anni Quaranta fino al 2002, l’anno in cui Woodcock la demolì.
All’epoca avevo vent’anni, dovevo dare un esame all’università. Quella mattina però la sveglia non fece in tempo a suonare. Nella mia stanza entrarono due poliziotti, che dovevano perquisire la casa. Cercavano persino tra i miei libri, tra gli appunti dell’esame, i diari. Ricordo lo sguardo sgomento di mio padre e i suoi occhi che però, quando incrociavano i miei, cercavano di nascondere la loro preoccupazione. È sempre stato così con noi figli, ci ha sempre nascosto le sue sofferenze, ci è sempre apparso leggero e spensierato anche quando non lo era affatto. Lo portarono via in manette, a bordo di una di quelle camionette che si usano per i criminali. Era stato accusato di avere corrotto il direttore generale dell’Inail con un appartamento situato in una via che non esisteva nemmeno negli stradari. Mio padre si presentò a quel direttore in quella stessa camionetta che li trasportava fino al carcere di Potenza: prima di quel giorno non si erano mai visti.
Nelle cinquecento pagine di intercettazioni che ricevemmo dall’avvocato e che io, mia madre e i miei fratelli leggemmo per tutta la notte, non c’era nulla, se non la dichiarazione di un funzionario dell’Inail che dopo ore di interrogatorio diceva: “Ho sentito dire che Luigi Sparaco pare abbia dato una casa al direttore generale per ottenere un appalto”. In altre parole, un pettegolezzo. Assurdo e “vuoto come una cornice senza quadro” come ripeteva spesso mio padre. Quando venne interrogato da Woodcock gli disse: “Una casa non è una busta che ci si mette in tasca. Se pensate che io abbia dato una casa a una persona che non conosco, per favore trovatela”.
Rimase in galera per mesi, e quando finalmente ottenne l’ordine di scarcerazione il Gip aveva talmente fretta di andarsene in vacanza che si dimenticò di firmarlo, e così mio padre venne liberato solo alla fine di un’estate che io ricordo torrida e asfissiante. Aveva condiviso la cella con un ragazzo accusato di tentato omicidio, la cui madre ci spedì a casa delle mozzarelle di bufala perché diceva che il figlio era stato tranquillo in carcere solo quando papà dormiva con lui. Mio padre non era uno che si soffermava sui dettagli, dormiva bene in una branda tanto quanto in un letto di lusso, e aveva sempre un atteggiamento gioviale e premuroso con chiunque.
Quell’esperienza l’aveva dato in pasto ai notiziari che lo definivano un corruttore. Lo massacrarono, ma lui non perse mai la sua dignità, e dopo otto anni di processo venne assolto perché il fatto non sussisteva. Quella casa, e il reato di cui era stato accusato, semplicemente non esistevano. Peccato che però durante quegli otto anni di processo Woodcock ottenne per l’impresa di mio nonno l’interdizione ai lavori pubblici, che suonava come una condanna a morte. Mio padre riuscì a tenerla in piedi quasi fino alla fine del processo solo perché diede fondo a tutti i suoi risparmi per non mandare a casa i dipendenti. Arrivò persino a vendersi la casa dove eravamo nati e cresciuti per evitare il fallimento, ma non bastò. E quando venne assolto fu risarcito per ingiusta detenzione con una cifra ridicola. L’impresa poteva fare causa allo Stato per i danni subiti, ma mio padre non aveva più desiderio di avere a che fare con gli avvocati. Era un uomo di fede, innamorato della sua famiglia e dei piccoli piaceri della vita, come il buon cibo o una partita di calcio giocata bene. Chi non è passato sotto le forche caudine di un sistema giudiziario molto spesso malato, il più delle volte giurassico, non può capire, ma quasi tutti hanno avuto a che fare con le sale d’attesa di un ospedale. E allora a quelle persone io chiedo: se un medico sbagliando uccide il padre di una ragazza di vent’anni, non avrebbe quantomeno il coraggio di chiederle scusa? Un medico per bene lo farebbe. E molto spesso paga anche per i suoi errori. Un magistrato come Woodcock no, non l’ha mai fatto. Non mi ha mai chiesto scusa per averci rovinato la vita.
Ecco, se posso azzardare un giudizio sulla campagna referendaria che ormai volge al termine, mi è sembrato che molti magistrati non siano consapevoli di quanto i loro errori e la loro fama di visibilità possano sconvolgere la vita non solo di un essere umano, ma di tutte le persone che gli stanno intorno: dipendenti, amici, genitori, coniugi, figli.
Forse è vero che la giustizia non è di questo mondo, ma la vita segue percorsi imperscrutabili, come quello che mi ha portato a scrivere questo articolo proprio adesso. Chissà come reagirebbe mio padre leggendolo, immagino con lo stesso sorriso mite che rivelava il suo amore incondizionato nei confronti della vita, nonostante tutto.











