di Giovanni Orsina
La Stampa, 8 maggio 2019
Sogno una campagna elettorale nella quale non si parli di questioni giudiziarie. È il sogno meraviglioso di un paese civile nel quale i giornali non riportano intercettazioni telefoniche e a nessuno viene chiesto di dimettersi per un avviso di garanzia, ma si aspetta una sentenza passata in giudicato (eh sì: nel paese civile una condanna in primo grado non basta - anche se, a parziale risarcimento dei fan della ghigliottina, per arrivare al giudicato in quello stesso paese non occorrono tempi biblici).
Purtroppo è soltanto un sogno. Sono venticinque anni ormai che la realtà italiana batte sentieri ben diversi, e con una ripetitività tale da dimostrarsi più noiosa ancora del mio irenico garantismo onirico. Pure in questa campagna elettorale europea del 2019, allora, tocca prendere faticosamente atto di come-piaccia o non piaccia - l'inchiesta lombarda che è diventata ieri di pubblico dominio e l'ormai ben noto caso del sottosegretario Armando Siri siano destinati ad avere un impatto sulla scena politica, e valutare di che tipo di impatto possa trattarsi.
Il Movimento 5 stelle è il principale beneficiario delle due vicende, ovviamente. L'opposizione alla corruzione del ceto amministrativo, il giustizialismo, l'invocazione all'onestà definiscono il terreno dell'antipolitica "pura" sul quale il grilliamo è nato, ha prosperato, e non può che muoversi con la massima disinvoltura.
La purezza resta pericolosa, certo: là dove arrampicandosi sulla scala dell'antipolitica il Movimento è salito al potere, come a Roma, restar fuori dalle cronache giudiziarie s'è rivelato più complicato del previsto. Ma oggi non si parla di Roma: si parla di un sottosegretario della Lega e della Lombardia governata dal centrodestra, quindi i pentastellati non hanno che da rallegrarsi. Non solo. Se, come pare, Armando Siri sarà infine costretto a fare un passo indietro senza che questo, almeno per il momento, produca conseguenze per la sopravvivenza del governo, il Movimento sarà infine riuscito a mettere a segno un colpo contro Salvini, approfittando dell'imprudenza del leader leghista che, per difendere il sottosegretario, s'è addentrato su un terreno politicamente sdrucciolevole.
E un solo colpo dato a fronte dei tanti che i pentastellati hanno incassato, certo. Ma è arrivato al momento giusto, e potrebbe restituire un qualche dividendo elettorale. L'inchiesta lombarda riguarda soprattutto Forza Italia. Non pare questione da poco, e gli esponenti del partito che vi sono coinvolti non sono di secondo piano. Ciò detto, fra tutti i partiti in lizza per le elezioni europee quello di Berlusconi è forse quello che meno può risentire di una vicenda del genere.
A motivo sia della tradizione garantista di Forza Italia - non sempre saldissima, in verità, ma comunque ben più salda di quella delle altre forze politiche - sia dei suoi rapporti travagliati con la magistratura. La Lega, infine. Almeno per il momento l'inchiesta lombarda sfiora soltanto il presidente della Regione, Attilio Fontana.
Ma al Pirellone Forza Italia è parte essenziale della maggioranza a guida leghista, quindi è difficile immaginare che Salvini riesca a non pagare proprio nessun prezzo politico - mentre, dall'altro lato, non è impossibile ipotizzare che la vicenda rafforzi chi nella Lega ritiene opportuno perseguire la completa indipendenza da Berlusconi.
Quanto al caso Siri, mostra per un verso, e per l'ennesima volta, che il giustizialismo è un'arma pericolosa: chi trae vantaggio dal brandirla finisce prima o poi per restarne vittima. E per un altro verso introduce un primo velo, non pesantissimo ma neppure irrilevante, sull'aura di invincibilità che ha circondato finora il ministro dell'Interno.









