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di Montesquieu

La Stampa, 30 novembre 2024

Fin dalle prime lezioni di diritto costituzionale, nel primo anno di giurisprudenza, si fissa il principio della divisione dei poteri come principio guida nel passaggio dallo Stato assoluto a quello liberale, sullo sfondo dell’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino. Questo sanno, almeno, quanti hanno seguito quel corso di studi; questo dovrebbero sapere i tantissimi connazionali che hanno avuto una esperienza parlamentare, capi dei partiti in testa. Questa banale premessa diventa meno banale se si considera che nel declinante anno in corso corre l’anniversario di una trentennale, furibonda battaglia politica che ha per oggetto non tanto l’adesione al principio, quanto la formidabile attuazione che ne hanno dato i nostri padri costituenti. Data di inizio il 1994, dopo quarant’anni di proficuo e pacifico sistema incentrato sul parlamento, capace di ovviare a una impossibile alternanza alla guida del governo per le fratture internazionali della guerra fredda. Grazie alla presenza e alla collaborazione, nelle nostre Camere, di due grandi partiti costituzionali, l’uno sempre, l’altro mai al governo: la democrazia cristiana e il partito comunista.

Da allora, percorrendo con eccesso di sintesi fenomeni come Tangentopoli e Mani pulite, con contorno di partiti dissolti ed elettorati orfani in libera offerta, nasce quella che chiamiamo, per comodità e apparenza, seconda Repubblica. Due i poteri da scardinare da parte del partito e contestuale governo berlusconiano, piombato in campo a dichiarata difesa e potenziamento di un impero a un tempo economico e soprattutto mediatico: il primo, proprio la centralità del Parlamento, messa dai Costituenti ad ostacolo deliberato di un incontrollato potere decisionale governativo. In subordine solo apparente, il potere pregnante del sistema pubblico radiotelevisivo, ostacolo politico e giuridico allo sviluppo competitivo di quel potere mediatico privato. Il quarto potere: il più ambito per il raggiungimento di quelli politici. Il parlamento deve passare sotto il controllo pieno del governo: ed è la stagione della “privatizzazione” delle Camere, uno snaturamento che tocca il suo livello estremo, al limite della sovversione costituzionale, con la nomina di legali, e diretto dipendenti, del capo del governo alla guida delle commissioni Giustizia delle Camere. Prodromo delle legittimamente famigerate leggi ad personam. È esploso il contrasto più violento, tra potere politico e potere giurisdizionale. Contrasto che ne crea un altro, quello del potere politico con il potere di garanzia del capo dello Stato, mirabile invenzione dei costituenti, di cui non si sopporta il ruolo di regia e decisione nella formazione dei governi, fino alla nomina dei ministri (qualcuno ricorderà il caso Previti/Scalfaro); e quello di promulga delle leggi, per intuibili motivi. Un quadro a tinte forti, con una precisazione necessaria: nella strategia, senza remore, del Cavaliere, manca un sottofondo ideologico minaccioso per gli assetti istituzionali, e quindi un pericolo concreto di concorrenza costituzionale formale. Il livello è quello di abitudini costituzionali materiali: che non siano state poi nel tempo rimosse le catene che hanno bloccato e umiliato le Camere, è colpa precipua dell’inerzia delle opposizioni costituzionali. Per convinzione di stabilità complessiva, e per non elegante convenienza nei propri turni di governo.

Ed ora, l’oggi. La odierna coalizione di destra, all’apparenza fotocopia dell’originario centrodestra, assomma questi tratti distintivi: un forte tasso di ideologia assente nel pragmatismo berlusconiano. La stessa ideologia che portò il partito avo dell’odierno presidente del Consiglio a una naturale incompatibilità costituzionale. In parte subita, in parte non minore strutturale, mai dismessa. Quindi, la revisione costituzionale come marchio distintivo, assente nella precedente versione di centrodestra: come emerge dagli obiettivi prioritari di questa coalizione di governo. Ancora: una inedita intolleranza per le posizioni ostili nella comunicazione, fino allo scontro individuale, giurisdizionale, tra il capo della coalizione e singoli esponenti di area di opposizione. L’assalto, massiccio, ai posti chiave del servizio pubblico, senza la disposizione di una classe giornalistica predisposta allo scopo. Infine, davvero preoccupante, democraticamente, l’intimidazione al potere giudiziario, senza l’alibi di una legittima difesa emozionale. Sullo sfondo, un quadro costituzionale alternativo, lo sguardo girato all’indietro. Chi può e deve, chi ha prerogative di garanzia, chi ha a cuore la “nostra” Costituzione, ha motivo e materia di riflessione profonda.