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di Giovanni Tizian

 

L'Espresso, 9 febbraio 2020

 

Colloquio con Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria. Anche a lui hanno dato del "ladro di bambini". Ma Roberto Di Bella non ha mai mollato di un centimetro. E dalla sua trincea del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria ha continuato la sua guerra all'educazione mafiosa, alla pedagogia che la 'ndrangheta insegna tra le mura domestiche. Di Bella è netto: "La giustizia minorile italiana è un modello in tutta Europa".

Il presidente del tribunale dei minorenni di Reggio Calabria che dal 2012 con il protocollo "Liberi di scegliere" sta aiutando i figli dei boss della 'ndrangheta a uscire dal circuito criminale. Il suo metodo si ispira ai principi delle convenzioni internazionali sulla tutela dei minori. È il magistrato, insomma, che prospetta ai figli degli affiliati un'opportunità di vita diversa da quella che hanno scelto i loro padri.

Nei casi in cui siano evidenti i segnali dell'indottrinamento mafioso, il tribunale firma un provvedimento di decadenza della responsabilità genitoriale. Ragazzi e ragazze spesso seguite dalle madri. A oggi più di venti nuclei sono andati via dalla Calabria con il nostro sostegno, più di 70 minori. I bambini e i ragazzi vengono così affidati a famiglie del circuito delle associazioni che hanno aderito al protocollo e lasciano il territorio di influenza del clan.

Un'esperienza unica, l'ultima frontiera di lotta alle cosche, raccolta in un libro uscito di recente firmato dal giudice. "Liberi di scegliere", appunto, è il titolo. "L'ho scritto con l'obiettivo di far conoscere storie dimenticate, storie terribili, perché alcune vicende non possono essere dimenticate".

 

Presidente Di Bella, dopo l'indagine su Bibbiano c'è stato un attacco generalizzato alla giustizia minorile. È necessaria davvero una riforma?

"In realtà no, tanto che all'estero è molto apprezzata. Piuttosto credo vada potenziata: gli uffici giudiziari minorili sono un presidio strategico di legalità, fronte avanzato per governare i disagi delle fasce deboli. Spesso unico rimedio all'assenza dei servizi essenziali sul territorio. Il nostro tribunale dei minorenni è diventato un collante, abbiamo siglato protocolli con la prefettura, con la procura per la circolazione delle informazioni utili a capire se in una famiglia mafiosa sia in atto l'indottrinamento dei piccoli. Senza di noi il territorio sarebbe allo sfascio totale. Ma non basta potenziare il tribunale, servono politiche sociali, assistenti sociali formati. Per questo facciamo formazione".

 

Sull'allontanamento dei figli dei boss, all'inizio avete subito molte critiche. Vi hanno accusato di ogni nefandezza...

"Attacchi pesanti anche da opinionisti importanti. Ci dipingevano come ladri di bambini, giudici che confiscano minori. Qualcuno si era spinto oltre paragonando la nostra "barbarie" a quella della 'ndrangheta. L'obiettivo era solo aiutare i ragazzi. È questo che ha mosso tutto, l'istinto di sopravvivenza professionale e personale. Non potevamo più assistere inermi alla distruzione delle nuove generazioni, condannate alla 'ndrangheta. Negli anni abbiamo visto sfilare tanti ragazzi che potevano avere un futuro diverso e invece sono stati inghiottiti nel buco nero della 'ndrangheta. A poco a poco i risultati ci danno ragione. Abbiamo superato di tutto, critiche e anche le minacce ricevute dal carcere. Il 5 novembre 2019 abbiamo firmato un protocollo importante con il Miur, procura nazionale antimafia, ministero della Giustizia, procura di Reggio Calabria e Cei, che sta finanziando il progetto con 1'8 per mille. Il Miur sta diffondendo il protocollo tra i vari dirigenti scolastici per far conoscere ai ragazzi l'esperienza del tribunale dei minorenni che dirigo".

 

A Bibbiano sotto accusa c'è il sistema dei servizi sociali. Che in Emilia sono stati sempre considerati un modello. Dalla sua esperienza cosa ci può dire sul rapporto tra tribunali e assistenti sociali e psicologi?

"Di Bibbiano non posso dire nulla perché non conosco i fatti. Più che relazioni false, a noi è capitato di ricevere relazioni "timide" nei contenuti, di assistenti sociali spaventati dai contesti in cui avevano messo le mani. Relazioni timide, ma non false. I tribunali dei minorenni non sono autonomi, ci awaliamo dei servizi sociosanitari del territorio. Per questo bisogna rinforzare le politiche sociali del territorio, formare assistenti sociali insieme ai magistrati minorili. È facile criticare, ma prendiamo la situazione qui in Calabria: è drammatica. Abbiamo paesi senza assistenti sociali. Così il disagio dei giovani sfugge ai radar. In ogni caso, l'allontanamento è solo l'extrema ratio di fronte a casi conclamati".

 

Sulla base di quali elementi vanno allontanati i figli dalle famiglie?

"Posso parlare per il mio tribunale. Chiediamo sempre un'indagine psicosociale, lavoriamo con équipe di psichiatri infantili, psicologi e assistenti sociali. Chiediamo agli psicologi di comunicarci gli strumenti scientifici che utilizzano. E vogliamo che ci sia un avvocato curatore del minore. Questi avvocati devono poter presenziare a tutti gli atti del servizio sociale del territorio. Una serie di garanzie che mettono al riparo da provvedimenti sproporzionati. Chiediamo ai genitori di seguire le prescrizioni. Se questo non avviene c'è il secondo step: vediamo se c'è un parente idoneo e disponile. Se questo non è possibile, prevediamo l'entrata in struttura di semi convitto. Solo in situazioni estreme allontaniamo temporaneamente. La famiglia naturale va salvaguardata finché possibile, ma nel caso di abusi e maltrattamenti è necessario prevedere soluzioni alternative. Lo dicono le convenzioni internazionali: mettono al centro il/ la minore e a lui/lei vanno garantite condizioni ottimali per la crescita".