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di Luca Liverani

Avvenire, 5 maggio 2022

“Voi cappellani in carcere siete decisivi. Rendete possibile la speranza. Tessete il rapporto con l’esterno, aiutando il fuori a capire il dentro, e viceversa. Voi, che visitate il detenuto, questo nostro fratello più piccolo”.

È sceso dalla sua Bologna ad Assisi per ringraziarli personalmente. Il cardinale Matteo Zuppi si sintonizza subito coni sacerdoti - e le suore, i diaconi, i volontari - che hanno chiuso ieri a Santa Maria degli Angeli il Convegno nazionale degli operatori della pastorale penitenziaria. Una partecipata tre giorni - quasi 300 persone - che ieri ha raccolto anche il contributo di riflessione su Chiesa in carcere, cammino sinodale e territorio, offerto dal presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, don Tonio Dell’Olio.

Per Zuppi - che ha raccolto l’invito dell’ispettore generale dei cappellani don Raffaele Grimaldi - “il carcere non può e non deve essere un’isola impenetrabile. Chilo dice ha una visione ignorante, illusoria, colpevolmente enfatizzata. La vera sicurezza la dà una giustizia riparativa, che rimedia al danno. Se no, non è giusta. Esistono anche itinerari personali di giustizia riparativa, intrapresi con grande coraggio tra familiari della vittima e colpevoli, penso ad Agnese Moro e Adriana Faranda. Ma non è un percorso che può essere imposto”.

Zuppi auspica che “le riforme in Parlamento su giustizia e carcere garantiscano due dimensioni: lo spazio, per garantire condizioni di vita degne e per preparare al “dopo”: lavoro, formazione, educazione; e il tempo, da riempire di significato perché abbia un orizzonte. Senza, è solo un momento punitivo e terribile”. Per l’arcivescovo insomma “chi vuole “buttare la chiave” si illude: senza misure alternative la recidiva è più alta e la società più insicura. Già oggi tantissimi potrebbero scontare meglio la pena, in vis La del reinserimento”.

Concorda don Tonio Dell’Olio: “Definiamo “alternative” le misure fuori dal carcere, ma anche alla luce delle recidive e per fedeltà costituzionale, sarebbe ora di dire che è il carcere ad essere alternativo alle altre misure, l’extrema ratio”.

Per il presidente della Pro Civitate “il Sinodo del carcere sta in due passaggi fondamentali: ascolto e territorio. Non potremo capirlo se non ci convertiamo all’ascolto attento, non potremo convertire né il carcere né noi stessi come Chiesa, se non ci attrezziamo per uno sguardo d’insieme verso il mondo, di cui il carcere è lo specchio”.

Parlare di sinodo tra le sbarre, nota don Dell’Olio, “sembra una provocazione”, visto che il detenuto “non ha la libertà di partecipazione al processo sinodale”. Il carcere però “non coincide solo col detenuto”. E non è solo un cammino, “ma un esercizio di ascolto” per “dare la parola a chi non l’ha mai avuta o non l’ha mai saputa usare, secondo don Milani”.