di Lorenzo Allegrucci
Italia Oggi, 15 agosto 2026
Alessandro Malacarne esplora come i social network influenzano il processo penale, analizzando l’equilibrio tra accertamento e riservatezza. Un’indagine rigorosa su strumenti investigativi e implicazioni giuridiche nel contesto digitale. I social network sono diventati archivi sterminati di condotte, relazioni e informazioni, dunque una fonte sempre più rilevante per chi indaga e per chi giudica. L’autore, Alessandro Malacarne, partendo da questa verità giuridica effettua una ricerca rigorosa, capace di dare ordine giuridico a un territorio non ancora disciplinato in modo organico, il pregio maggiore è il metodo. L’autore non cede né all’entusiasmo acritico per la tecnologia né alla tentazione di comprimere ogni novità entro categorie immutate, muove dai problemi concreti e li sottopone a un esame sistematico e comparato, dando risposta alla domanda: “fino a che punto il digitale modifica il modo in cui il processo penale cerca, acquisisce e valuta la conoscenza?”.
La prima parte costruisce le coordinate teoriche. I social sono descritti come veri “ambienti esistenziali”, nei quali la distinzione tra pubblico e privato diventa mobile e spesso ingannevole. Malacarne mette a fuoco il difficile equilibrio tra accertamento, segretezza delle comunicazioni, domicilio informatico e riservatezza, affidando al principio di proporzionalità il compito di graduare le garanzie. Nella seconda parte l’indagine mostra tutta la sua originalità. Il lettore incontra strumenti diffusi ma poco regolati: il social network patrolling, ossia il monitoraggio investigativo delle piattaforme; le fonti aperte; le attività sotto copertura e la false friend technique, con cui un agente accede a contenuti riservati usando un profilo simulato. L’autore distingue l’acquisizione occasionale dalla sorveglianza sistematica e spiega perché l’accessibilità di un dato non equivalga alla rinuncia a ogni tutela. Ciò che un utente pubblica può essere visibile, ma l’aggregazione massiva dei contenuti ne ricostruisce abitudini e relazioni con un’invasività ben diversa dalla semplice osservazione.
Lo studio affronta poi il sequestro dei dispositivi, codici di accesso, biometria, cloud, chat cifrate e ruolo dei provider, l’efficienza investigativa resta indispensabile, ma non può creare una zona franca sottratta alla legalità e al giudice. Notevoli anche le pagine sulla dimensione transnazionale dei dati e sulle indagini open source dinanzi alla Corte penale internazionale.
La terza parte segue il materiale social fino al dibattimento. Screenshot, messaggi, fotografie e video pongono questioni di autenticità, integrità e attribuzione spesso sottovalutate. Il confronto con gli orientamenti statunitensi e spagnoli mostra vantaggi e limiti dei diversi modelli e sostiene l’utilità di forme di certificazione preventiva. Il capitolo sui deepfake chiarisce l’urgenza: nell’epoca della manipolazione accessibile, vedere non basta più per credere. Convincente anche la riflessione sul “fatto notorio”: la viralità non rende vera una notizia, né il giudice può sostituire il contraddittorio con ricerche private sul web. Ricco di giurisprudenza, riferimenti stranieri e proposte interpretative, il libro coniuga profondità scientifica e ricadute operative. È utile allo studioso, ma anche a magistrati, avvocati e investigatori alle prese con prove volatili e manipolabili, tenendo presente che la tecnologia corre più veloce delle regole.
Titolo: “Social network e giustizia penale. Scenari investigativi e probatori”. Editore: Giappichelli. Pag.: 464. Prezzo: € 57,95









