di Ascanio Amenduni*
Gazzetta del Mezzogiorno, 4 maggio 2020
Secondo un articolo pubblicato nel 2017 sul giornale inglese "The Guardian", i soggetti più pericolosi in una società sono i governanti, perché sottratti a ogni controllo. L'unico rimedio contro il loro strapotere sarebbe un soggetto bipartisan che funga da watchman, da osservatorio, per segnalare alla collettività le loro eventuali devianze.
Noi avvocati siamo un po' i watchmen di turno, forse i più qualificati, sui gravi rischi della totale e indiscriminata smaterializzazione del processo penale, laddove venisse totalmente trasferito dall'aula al sito virtuale. Tanto prevede la recentissima legislazione, pur con le correzioni in corso che postulano il consenso del difensore, almeno per le udienze di assunzione probatoria e discussione.
E a chi, tra gli amici Magistrati, difende a spada tratta questa mutazione genetica, ricordiamo la riflessione di uno di loro, il compianto Dante Troisi, citata in un libro del Professor Caringella: "Si dovrebbe imporre ai giudici di osservare nell'aula di udienza quanto accade mentre gli altri giudici sono in camera di consiglio.
Almeno una volta al mese, mescolarsi alla folla dietro la transenna, guardare gli imputati, i testimoni, gli avvocati; soprattutto guardare gli imputati quando suona il campanello che annuncia il ritorno del collegio per la lettura del dispositivo della sentenza. Non dimenticheranno gli occhi sul crocefisso o sul difensore che pare possa ancora aiutarli, la mano sulla spalla della madre o della sposa, l'espressione di fiducia, di rimorso, la silenziosa promessa di ravvedimento".
Dobbiamo rassegnarci a lasciare dietro le spalle questa giustizia dal volto umano, fatta e celebrata in un'aula d'udienza davanti al pubblico in carne e ossa? La dobbiamo considerare come un fossile, ed esclamare col filosofo Nietzsche "umano, troppo umano"?
È proprio inevitabile abdicare a quel reticolo di emozioni, percezioni e sensazioni che il processo smaterializzato, da remoto, non ci potrà mai dare? È proprio necessario accettare il passaggio "dall'habeas corpus all'habeas streaming", bellissima metafora provocatoria inventata dal giornalista barese Fabio Modesti, che mi ha spronato a scrivere questo articolo? Sembrerebbe di sì, in apparenza!
E a dircelo è pure il Presidente emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese, nel suo libro "Dentro la Corte", pubblicato cinque anni fa, dove, commentando un articolo sull'influenza della discussione orale nella Corte Suprema, così si esprime: "Leggo che le argomentazioni svolte oralmente influenzano il voto finale del giudizio di merito. Quanto diversa la situazione italiana!
Ma gli avvocati italiani fingono di non accorgersi che l'udienza pubblica è un mero rituale!". Questa riflessione parrebbe canzonatoria verso la classe forense, ma è un atto d'accusa verso il sistema giudiziario italiano, che invece di dare un contenuto al rito, ha pensato progressivamente di eliminarlo! Non in nome della giustizia, ma della propria comodità!
Cioè, non adeguando l'essere al dover essere, ma adeguando il dover essere alla sciatteria e alle degenerazioni della prassi. Si procede per mutilazione, non per accrescimento, il tutto in nome dell'efficienza! Il Ministero di Giustizia, però, prima di pensare all'efficienza, dovrebbe pensare a migliorare il tasso qualitativo dei provvedimenti in cui sfocia la giurisdizione. Altrimenti l'efficienza diventa fine a sé stessa: serve, cioè, ad appagare le aspettative e gli interessi degli operatori, anziché quelle degli utenti!
Il giurista britannico Richard Susskind si chiede: il Tribunale è un luogo oppure un servizio? Certamente un servizio! Che può essere molto aiutato dalla tecnologia, ma attenzione: esiste una tecnologia di sostegno e una tecnologia dirompente, quella che gli inglesi chiamano disruptive! La prima agevola, la seconda stravolge e sovverte, dipende dai settori e dalle occasioni!
Sicuramente agevola nel civile, dove il processo, più scritto è, meglio è, anche perché il Giudice non è obbligato a emettere la decisione in udienza, può portarsi le carte a casa, passarle al setaccio e decidere con tutta calma; ma nel penale la decisione finale dev'essere presa con la lettura del dispositivo, in quel poco tempo trascorso in Camera di Consiglio.
E lì la compresenza fisica, l'oralità, l'immediatezza, l'influsso del pubblico che vigila, sono quasi sempre essenziali, anzi imprescindibili! "Civilizzare" il processo penale, escludendo l'udienza pubblica, pure per l'assunzione delle prove e per la discussione, è "quasi un delitto", dunque! Perché è una mutilazione di garanzie.
Non tanto e non solo per l'imputato, ma per il sistema giudiziario. Ed è per questo che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha più volte sanzionato l'Italia nei casi di esclusione dell'udienza pubblica. L'art. 6, comma 1 della Cedu, sancisce, infatti, il diritto di ogni persona a che la sua causa sia esaminata pubblicamente. La logica di siffatta disposizione è stata rintracciata dalla Corte Edu, nella necessità di tutela "contro una giustizia segreta sottratta al controllo del pubblico", "il mezzo per realizzare la trasparenza dell'amministrazione della giustizia".
E si deve tenere "in un luogo facilmente accessibile, in un'aula capace di contenere un certo numero di spettatori, normalmente raggiungibile e riconoscibile attraverso adeguata informazione", in modo da poter preservare la fiducia nelle corti e nei tribunali da parte della collettività. Dall'altro lato la pubblica udienza in aula mira a rendere l'imputato intimamente persuaso che la sua causa sia stata instaurata innanzi a un organo giudicante di cui egli ha potuto verificare direttamente indipendenza e imparzialità.
Allora che vogliamo fare, cari Ministro Bonafede, e Parlamento italiano, generare una serie di sentenze penali contrarie alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e quindi revisionabili, perché non emesse in aula d'udienza accessibile al pubblico, sicuramente più accessibile e più sicura di una piattaforma digitale? La Corte Europea sembra stare più dalla parte di Troisi, che di Susskind, autore tre anni fa, di questa inquietante profezia, ora tradotta in legge: "Sono persuaso che già nel 2020 potranno diventare norma.
In futuro, molte aule di tribunale non saranno troppo diverse dai centri di controllo della Nasa" (dal libro "L'Avvocato di domani"). Susskind si starà sicuramente compiacendo di quanto il nostro Parlamento italiano ha legiferato, al momento, sul Processo penale da remoto.
E par che ci dica: "Ma non siete contenti voi avvocati, in fondo minore fastidio e maggiore comodità anche per voi, che non sarete più costretti a lunghe attese e tempi morti e potrete fare tutto il lavoro da studio?"
La risposta, caro Susskind, è "No", non siamo contenti, perché la nostra comodità andrebbe a danno del nostro cliente; cioè del popolo nel cui nome viene resa quella Giustizia, da amministrare necessariamente in un'aula e possibilmente ampia e confortevole, per garanzia di tutti e di tutto il sistema. Siamo i custodi e le sentinelle di questi principi, anche perché il popolo, quello in carne e ossa, non va a sfogarsi dal Giudice, ma viene nei nostri studi a farlo.
Poco ci importa se lo Stato non vuole creare cittadelle, preferendo disfunzionali arcipelaghi della Giustizia, perché è nostro dovere chiedere più investimenti e più attenzione su un'edilizia giudiziaria accorpata. Anche per non ripetere l'emergenza barese delle tendopoli, che, come tante altre emergenze, ha colto impreparate le Autorità preposte!
Però, a pensarci bene, le udienze sotto la tenda sono una privazione più accettabile di nessuna udienza in nessun luogo. Almeno per la giustizia penale, almeno per le udienze destinate all'assunzione delle prove e alla discussione, dove il capitale umano rende migliore quella giurisdizione, di cui nemmeno l'eventuale consenso del difensore può privarci.
*Avvocato










