di Giovanni Verde
La Repubblica, 11 gennaio 2026
Scontiamo un’educazione scolastica che non educa al ragionamento, che non invita alla lettura e alla riflessione. Se il pubblico non è in grado di assorbire ragionamenti complessi, è inevitabile che il discorso dei politici si risolva in enunciati assertivi, nella ricerca dello slogan efficace. In un giornale, che in nome del liberalismo democratico, è impegnato in una campagna in favore del sì referendario, spesso compaiono contributi di magistrati o di ex magistrati che si esprimono a favore della riforma. Di recente su questo giornale un “già magistrato ordinario e presidente di una sezione di giustizia tributaria” giustamente critica la tendenza alla semplificazione dei messaggi, ma cade nella tentazione di dare per vero ciò che è altamente opinabile. Seguiamo i vari passaggi argomentativi.
A) È fuorviante sostenere che la riforma non serve a velocizzare i processi, perché lo scopo della riforma non è velocizzare i processi. D’accordo. Ma posto che si era fatta passare la riforma come uno strumento per migliorare il servizio giustizia, non è male che chi vota sappia che la lunghezza dei processi resterà tale (e forse peggiorerà).
B) La riforma, si aggiunge, serve a rafforzare l’autonomia interna ed esterna della magistratura, preservandola dalle ingerenze della politica e dal sistema di potere delle correnti. Viene così contrabbandata come verità un’affermazione del tutto opinabile. È, infatti, da dimostrare che la separazione delle carriere rafforzi l’autonomia “esterna” della magistratura, posto che essa sembra pensata per indebolire quella dei pubblici ministeri e che, se non fosse in grado di raggiungere tale obiettivo, potrebbe trasformarsi in un loro potere di indagine accresciuto e incontrollabile. Ed è egualmente da dimostrare che un rafforzamento dell’autonomia “interna” migliori il servizio, atteso che la Costituzione affida alla magistratura, quindi a giudici e pm, il compito di contrastare la criminalità (e non di risolvere duelli giudiziari tra contendenti portatori di tesi contrapposte), avendo stabilito l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.
C) È falso e mistificatorio che la riforma costi troppo e non serva ai cittadini, in quanto serve ai cittadini perché garantirà maggiormente i diritti di difesa e l’efficienza dell’accusa. Se il riferimento è al processo penale, l’affermazione è falsa. Nel processo il dibattito si svolge nel pieno rispetto della parità delle armi. Se il riferimento è alla fase preprocessuale che va dalle indagini e si conclude con il rinvio a giudizio, è la Costituzione ad avere stabilito la necessaria collaborazione tra pm e giudice, che controlla la correttezza delle indagini; i provvedimenti che incidono sulla libertà; la fondatezza “prima facie” dell’ipotesi accusatoria. Ci piacerebbe un sistema in cui il giudice non controlla le indagini, non può intervenire sui provvedimenti restrittivi della libertà (se non monetizzando la libertà su cauzione; l’altra alternativa essendo soltanto il dibattimento immediato), né sulle scelte del pm di esercitare l’azione? E quanto ai costi, si calcola che i due nuovi organismi costino un centinaio di milioni l’anno. Non spenderemmo meglio questi soldi, rinnovando le nostre carceri (vergognose) o potenziando gli uffici dei giudici onorari (che operano in condizioni vergognose)?
D) Gli uffici giudiziari saranno più efficienti perché retti da magistrati non più raccomandati dalle correnti. Anche questo è falso. In primo luogo non è dimostrabile che i magistrati scelti da un Csm di sorteggiati possano assicurare maggiore efficienza. In secondo luogo, il problema della “scelta” si pone perché la carriera dei magistrati è una non-carriera, priva di strumenti attendibilmente selettivi, così che l’individuazione del preposto all’ufficio finisce con l’essere legata a criteri soggettivi. Per eliminarli il Csm elabora di continuo circolari, nelle quali -se si vuole evitare il sorteggio - l’unico criterio certo è l’anzianità. E poi, siamo sicuri che ai cittadini tutto ciò importi qualcosa, posto che devono accettare il sistema per cui un giudice vale l’altro?
E) È falso che la riforma renderà i giudici dipendenti dalla politica, posto che il primo comma dell’art. 104 non è toccato. Si dimentica, però, che le norme, anche quelle costituzionali vivono di vita propria, possono essere dilatate o sottoposte a subdola erosione. La riforma si pone su questa traiettoria, perché, come hanno detto la nostra Primo ministro e il suo sottosegretario, mira a evitare “invasioni di campo” e a mettere in riga i “magistrati non ligi”. Parole dette a vanvera? Si possono avere sul problema idee diverse ed è giusto non ridurre la discussione a slogan. Non si possono, però, bollare le ragioni del “no” come “fake news”, ossia ricorrendo a uno slogan (oltre tutto non veritiero).









