di Jessica Muller Castagliuolo
Il Giorno, 21 novembre 2025
Il criminologo Adolfo Ceretti coordinò il gruppo di lavoro per il decreto “A Milano attivata per risse, revenge porn, omicidi: si potrebbe usare di più”. Il dolore come “un elastico”. Cosa farne? “Continuerà a tendersi all’infinito e non potremo mai più essere liberi?”. Una domanda che si pone Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle brigate rosse, tra gli intervalli del libro che testimonia il percorso di giustizia riparativa che si è tenuto dal 2009 al 2014 e che ha messo a confronto vittime e responsabili della lotta armata. Tra i mediatori, anche Adolfo Ceretti, professore di criminologia all’Università Bicocca di Milano e docente di mediazione reo-vittima. Il modello non era però ancora entrato nell’ordinamento giuridico. L’introduzione arriva con il decreto legislativo 150/2022, che attua la cosiddetta “riforma Cartabia”.
Ceretti, di recente si è molto parlato di giustizia riparativa. Dal femminicidio di Giulia Cecchettin, al caso di revenge porn che coinvolge La Russa Jr, fino ad alcuni filoni dell’inchiesta sull’urbanistica milanese. Ma come si avvia?
“La richiesta può partire dall’autore dell’offesa, dalla vittima, dal magistrato di sorveglianza o dal giudice, che decide sulla fattibilità, assicurandosi che il percorso non intralci le indagini né metta in pericolo le parti. I mediatori - professionisti iscritti a un albo e pagati dallo Stato (il percorso è gratuito) - raccolgono il consenso delle parti e attivano il dialogo riparativo”.
Qual è lo scopo?
“Si lavora per affrontare gli effetti distruttivi che il reato produce nel “paesaggio interiore” della persona indicata come autore dell’offesa, vittima, e comunità. Di questa ferita, la giustizia penale non si occupa. Il reato va visto non soltanto come l’offesa di un bene protetto dall’ordinamento giuridico, ma anche come distruzione delle relazioni. Lo scopo è tentare di ricostruire queste relazioni lacerate.
Qual è la differenza di fondo con la giustizia penale?
“Che si tratta di una giustizia dell’incontro, orizzontale, che gioca tutta la sua potenzialità sul consenso dei partecipanti. Il punto fondamentale è che il modello penale è fondato sulla coercizione, nella giustizia riparativa si partecipa in maniera consensuale, attiva e volontaria”.
La giustizia riparativa può in qualche modo sostituire quella penale?
“Mai, in nessun modo. Si affianca e si intreccia a quella penale”.
Cosa si intende quindi per riparazione?
“Ha uno spessore etico, non una funzione compensatoria. La questione non è più soltanto chi merita di essere punito e con quali sanzioni, bensì che cosa si può fare per riparare non il danno (che appartiene al processo), ma il fatto. Non si tratta di controbilanciare economicamente il danno, ma di riparare attraverso “gesti riparatori”, calati sui singoli casi”.
Per quali reati può essere applicata?
“Come specifica l’art. 34 del decreto, potenzialmente si può applicare a tutti. A Milano, dove lavoro, posso dire che viene attivata soprattutto per lesioni personali gravi e gravissime, risse (spesso tra minorenni), revenge porn, violenza domestica e sessuale tra conoscenti, maltrattamenti familiari. Anche omicidi”.
Lei nel 2021 ha coordinato il Gruppo di lavoro per l’elaborazione degli schemi del decreto. Si aspettava questo riscontro?
“Ci aspettavamo in realtà che fosse applicata di più per reati di media gravità, ma invece i giudici la richiedono per reati estremamente gravi. Credo che abbiano colto che si tratta di uno strumento che ha più probabilità di ottenere una fattibilità concreta dove ci sono sacche di marginalità e conflitto. Questo è un ragionamento abbastanza fallace, perché la gravità di un reato non corrisponde molte volte ai vissuti che le persone possono avere. Anche un furto in appartamento può essere sentito dalle vittime come altamente lesivo”.










