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di Daniela Piana*


Il Dubbio, 29 dicembre 2020

 

La diagonale. Una traiettoria che non si vede mai in una piazza. Troppo affollata, troppo percorsa, troppo corsa, per poterne percepire la diagonale. Stamane era possibile. Era possibile il notturno deserto della città eterna, era possibile intravedere nelle brume Venezia eretta nell'assoluto improbabile della sua storia, le vie di fuga dei portici di Bologna si aprivano al viandante che avesse avuto voglia di avventurarsi nella immensa ed essenziale esperienza della solitudine. Diagonale. Non è una banalità quello sguardo che attraversa lo spazio in modo così inedito.

L'anno che si chiude si chiude con un ribaltamento delle categorie del vivere. Il secolo breve - che sembra avere quasi voluto riprendersi la rivincita della sua brevità allungandosi fino al XXI secolo - è imploso come una pulsar nel rallentare fino allo zero un tempo accelerato in cui abbiamo vissuto per effetto centrifugo sempre più sfilacciati e disconnessi come atomi anomici.

Tempo accelerato, hanno teorizzato e osservato i sociologici e gli studiosi dei fenomeni umani.

Il tempo come metrica, il nomos rispetto al quale determinare il modo in cui gli uomini ordinano le loro azioni. Fare la spesa e poi andare al lavoro e nel frattempo rispondere alle mail e poi passare dalla scuola e certamente nel mezzo inserire una ora di palestra oppure fluttuare fra gli aerei ma non disconnessi già preparando le poste elettroniche che stanno per partire ad orario prefissato mentre stiamo valutando se fra un transfer e l'altro possiamo forse risolvere uno dei punti nel nostro taccuino virtuale che sempre - ovviamente - ci accompagna. Così si è vissuto. Così tanto accelerati che quando ci siamo fermati la prima volta non abbiamo davvero capito cosa fosse successo. Senza molto discutere ci si è immersi in una sorta di esperimento di laboratorio, la società ferma e coesa distanziata e solidale tutti per uno perché c'è un uno piccolo piccolo fra noi che rischia di mandare a carte e quarantotto quello che siamo e quello che vorremmo essere. Come individui ovvio, della società non è che siamo tanto abituati a curarci.

La seconda volta è stato molto diverso. Lo abbiamo sentito eccome il fermarsi del tempo. Negli spazi forse interstizi vissuti fra il tempo fermo e il tempo che riprendeva nell'estate abbiamo avvertito la presenza pulsante di una categoria smarrita e dimenticata, lo spazio. Quello che si apre attorno al nostro respiro. Poi quando avvertiamo lo spazio vuoto. Non c'è spazio per l'horror vacui nel XXI secolo che sta diventando quello che è, ancora in embrione ma già si fa capire molto bene. Lo spazio ne è la categoria dominante e caratterizzante. Spazio vuoto perché è nello spazio vuoto che si possono dispiegare come se fossero trame di un tessuto tutto da intessere le nostre vite collettive, i nostri rituali, i nostri modi di essere nel mondo.

Uno spazio che si è nel frattempo arricchito di una dimensione ulteriore quella immateriale. Abbiamo il materiale e abbiamo l'immateriale e siamo fortunati perché il secondo ci ha permesso di conservare e di potere in qualche modo prendere le distanze critiche allo stesso tempo dai riti che eravamo abituati a praticare e che avevamo rattrappito e accorciato nel primo.

Un divertissement che chiosa a pié di pagina di Kant questo? Nulla affatto. Le conseguenze sul piano della vita sociale e soprattutto del rapporto che intercorre fra diritto e società sono immense ed ancora largamente inesplorate. Ne possiamo intuire la portata e tratteggiare alcune forme che chiedono però di essere approfondite e lavorate molto meglio e tutti insieme.

Se lo spazio è importante e lo spazio è doppio allora i riti della giustizia devono essere ripensati in uno spazio doppio, attraverso una differenziazione, nel digitale alcuni nel materiale altri, gli uni connessi con gli altri attraverso l'unico ponte capace di integrare intelligenze e visioni, le persone che operano nella e per la giurisdizione. In secondo luogo se gli spazi sono importanti allora lo spazio centrato sul cosa fare e non tanto sulla procedura, non sull'artefatto, ma sul rito istituzionalizzato, significa che le sequenze delle azioni vanno ripensate, ma vanno ripensati anche i dispositivi che regolano gli accessi alla giustizia, non solo le porte dei palazzi di giustizia - remoti o vicini - ma anche la comprensione la accessibilità in senso linguistico e comunicativo oltre che l'accoglienza.

Gli spazi di giustizia possono diventare luogo di investimento sul capitale sociale, di cultura. Facciamo degli interni dei palazzi luoghi di adozione di alberi e sculture, di significato di pitture e stralci di letteratura, perché chi frequenta i corridoi dei pas perdus non sia perduto ma raccolto in un tessuto culturale che dà un senso di uno spazio aperto e non angusto.

Facciamo delle piattaforme internet di erogazione dei servizi legali anche luoghi virtuali dove i giovani possono raccontare le loro visioni della legalità. Ci costerà pochissimo ci darà un risultato incommensurabile di partecipazione e trasparenza. Ed infine ripensiamo le periferie: la giustizia dovrà essere sensibile soprattutto a chi non la raggiunge facilmente.

Se la direttrice è la diagonale allora la diagonale collega i punti estremi ed è dal collegamento dei punti estremi di poligoni poliformi che emergono i nodi- centri di maggiore densità normativa giurisdizionale e di bisogno di giustizia. Forme che emergono da uno spazio vissuto, respirato capito e osservato. Facciamo dello spazio la metrica della giustizia del XXI secolo.

 

*Comitato scientifico Consiglio di Stato