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di Donatella Stasio

La Stampa, 9 maggio 2024

Il cuore della riforma Nordio non ridurrà la durata dei processi né diminuirà gli errori. Censure in Rai e fuori, manganelli, accuse agli organi di controllo: la regola è il corpo a corpo. Quando una battaglia giuridica si fa politica è necessario che la polis, la cittadinanza, ne comprenda il senso e prenda posizione. La battaglia in questione è quella sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, vecchia di più di 40 anni, portata avanti da una parte degli avvocati penalisti in nome della terzietà del giudice, cavalcata nell’ultimo trentennio in chiave punitiva prima da Silvio Berlusconi, poi da Matteo Salvini e ora da Giorgia Meloni detta Giorgia. Ed è a questo punto della storia che la battaglia si fa più politica, perché, al di là del ribaltamento dell’attuale assetto costituzionale della magistratura, si inserisce in un disegno riformatore dell’architettura costituzionale, in cui il potere è sempre più accentrato nelle mani di chi governa e i contrappesi vengono indeboliti, dimezzati, anestetizzati. Il gran fermento di riforme - si fa per dire - di questa stagione politica (premierato forte, autonomia differenziata, separazione carriere) impone di guardare ad esse non separatamente ma come parti di un tutto. Non perché ciascuna non presenti, di per sé, più di una criticità, ma perché la somma di tutte e tre mette a nudo l’idea di Paese (o di nazione) cara alla destra di governo: democratura o capocrazia, chiamatela come volete, fatto sta che siamo di fronte a uno svuotamento della democrazia costituzionale, che perderebbe proprio i suoi pezzi più qualificanti: il “ponte ideale” tra il Nord e il Sud, come lo ha definito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella; i contrappesi al potere esorbitante del governo; la funzione di “garanzia” del pubblico ministero nel sistema della legge uguale per tutti.

Ecco perché la separazione delle carriere non è più questione tecnica ma politica e interroga tutti quanti noi sulla democrazia che vogliamo. Sgombriamo subito il campo dall’argomento secondo cui con le carriere separate (che di fatto già lo sono, dopo la riforma Cartabia) e con un Csm non più a maggioranza togata e non più presieduto dal Capo dello Stato, oppure presieduto da un Capo dello Stato dimezzato (quale diventerà con l’approvazione del premierato), avremo una giustizia più giusta ed efficiente. Non sarà così. La riforma non ridurrà la durata dei processi, e neppure il ricorso alla custodia cautelare, non cancellerà gli errori giudiziari, non eviterà cadute deontologiche dei magistrati, non modernizzerà la macchina giudiziaria, non farà aumentare il personale oggi carente, non migliorerà la competitività del nostro Paese. Non esiste al mondo un sistema di giustizia perfetto. Anzi, come ricorda un grande giurista francese, Antoine Garapon, “giudicare in una democrazia è un’esperienza che esige un’elaborazione permanente del lutto di una giustizia perfetta”.

La riforma porterà invece a un totale rovesciamento dell’attuale assetto della magistratura, voluto dalle madri e dai padri costituenti proprio per impedire un ritorno alla tragica esperienza del ventennio fascista, con giudici di fatto addomesticati dal regime e allineati allo spirito dei tempi.

Gli avvocati italiani sono quasi 250mila e quelli iscritti alle Camere penali circa 10mila. Fatico a credere che, in una stagione politica come quella che stiamo attraversando, gli avvocati democratici non sentano l’urgenza, più che di separare le carriere di giudici e pm, di difendere l’essenza della nostra democrazia costituzionale. Anche a voler prescindere dalla più generale prospettiva di riforma in cui si inserirebbe la separazione delle carriere, un anno e mezzo di governo Meloni ci racconta già molto sul rischio concreto di una deriva antisistema (per non chiamarla autoritaria). Ce lo racconta la cronaca delle censure in Rai e fuori dalla Rai, della violazione dei regolamenti parlamentari e della leale collaborazione istituzionale, dell’uso dei manganelli, degli attacchi ai giudici indipendenti e di quelli, striscianti o espliciti, agli organi di garanzia e di controllo, dalla Consulta al Quirinale alla Corte dei conti e ai media. Purtroppo, non abbiamo una classe politica dirigente interessata al confronto, alla mediazione, al bilanciamento, ma soltanto a un corpo a corpo continuo.

Gli avvocati democratici darebbero un segnale importantissimo se chiedessero, almeno, una pausa di riflessione sulla separazione delle carriere, proprio perché funzionale a una prospettiva di riforma generale dell’attuale equilibrio dei poteri, nella quale i controlli e i limiti all’azione delle maggioranze politiche rischiano concretamente di indebolirsi se non di sparire. Forse gli avvocati democratici hanno sottovalutato questo pericolo, sebbene per mestiere siano chiamati a difendere sempre i diritti e le libertà di tutti, a partire dalle minoranze, e perciò dovrebbero difendere anche la funzione “di garanzia” della magistratura tutta, compresi i pm.

In un mondo che vede arretrare, con modalità inedite, le democrazie vecchie e nuove verso le autocrazie, gli avvocati democratici dovrebbero uscire dai loro studi professionali e fare come i loro colleghi israeliani, prima della guerra: svelare gli “inganni” delle riforme sulla giustizia lanciate dal premier Netanyahu, spiegarli ai cittadini comuni, e insieme a loro riempire le piazze per mesi e mesi per protestare contro quelle riforme, che alla fine sono state bloccate. Gli avvocati democratici dovrebbero fare quel che diceva nel 2014 un grande avvocato penalista, ormai scomparso, Marcello Gallo, e cioè “lavorare per una legislazione che non consenta sotterfugi, che non tolleri interpretazioni tali da condurre dall’assetto liberal-democratico a soluzioni apparentemente innocenti ma sostanzialmente ispirate alla logica dell’autoritarismo” Gallo, che fu anche senatore della Democrazia cristiana e presidente della commissione Bicamerale per i pareri al nuovo codice di procedura penale, disse anche di più ai suoi colleghi: “Mai come oggi la ‘necessità’ ci si presenta e ci costringe a prendere posizione. Ci costringe a uscire dall’adorata asetticità del mestiere di giuristi per affrontare quello che la mia generazione affrontò nel ‘43: la scelta di un futuro non solo per noi ma per tutto il paese”. Ecco, questa è la scelta che dovrebbero fare oggi gli avvocati democratici. E non soltanto loro.