di Annalisa Cuzzocrea
La Stampa, 9 aprile 2022
Il commento di Patrizia Moretti dopo le sentenze sulla morte di Cucchi: “Finalmente hanno preso la catena di comando”. Come Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti sa cosa significhi aspettare giustizia. Come la sorella di Stefano Cucchi, la mamma di Federico Aldrovandi ha atteso per anni che un tribunale riconoscesse quello che lei sapeva: nel 2005 suo figlio, dopo una serata fuori, è stato ammazzato di botte da quattro agenti durante un controllo di polizia.
Aveva 18 anni. Era a Ferrara, sotto a casa sua. “Quando ho ascoltato la sentenza sugli 8 condannati per i depistaggi del caso Cucchi - racconta - ho provato una sensazione forte. Ho realizzato subito quanto fosse importante. Perché punire chi ha nascosto, coperto, preso in giro i familiari delle vittime, è quello che ho sempre pensato fosse la vera giustizia. Quella che a me manca tanto”.
Perché in entrambi i casi, dopo l’omicidio ci sono stati i depistaggi, le coperture, le menzogne. Addirittura gli insulti alle vittime e alle loro famiglie. Se possibile, fa ancora più male?
“Stamattina ho sentito Lucia Uva. Ci sono stati talmente tanti e tali ostacoli per tutti. I depistaggi a vario titolo e a vari livelli, anche quello della procura. Intanto è passato il tempo. Giuseppe Uva, Michele Ferulli, non hanno avuto giustizia”.
Come mai secondo lei ci sono stati esiti così diversi?
“Perché in quei casi le resistenze sono state più forti della verità. Accade sempre, in tutti i casi degli abusi commessi in divisa, che ci siano tentativi di occultamento. Per Uva fu la procura, per me la polizia. Ma anche nel caso di Federico, il pm assegnato in accordo col procuratore capo di allora ha aspettato sei mesi prima di scrivere i poliziotti sul registro degli indagati”.
Con quale motivazione?
“Era il termine ultimo. Se non si fosse mosso il mondo, i giornalisti, il blog, quello che è davvero accaduto non sarebbe mai emerso. Dicevano che era morto di droga, come per Stefano Cucchi”.
Ci si era messa anche la politica, ad accusare le vittime...
“Ah sì, i Giovanardi & co”.
Il mondo, i giornalisti, li avete mossi voi: lei con il suo blog e il coraggio di mostrare il volto di suo figlio ammazzato. Ilaria Cucchi qualche anno dopo con la stessa determinazione. Ne è consapevole?
“Ma se non ci aveste dato voce, nel mio caso non sarebbe passato nulla. Stiamo parlando di 17 anni fa. Il blog era uno dei primi, non c’erano i social, questo sistema di comunicazione diretta”.
Perché è così importante la condanna sui depistaggi, oltre a quella di 12 anni agli assassini di Cucchi?
“Perché è l’elemento che è mancato in tutte e altre. Nel mio caso ci sono state condanne per piccolissime cose: il centralinista che sembra aver cancellato la conversazione, il poliziotto che sembra aver contraffatto il registro. Passaggi che io ritengo non fossero così estemporanei”.
Crede ci fosse una regia?
“Sì, e questo nel caso di Cucchi è stato dimostrato perché qualcuno ha parlato. A Ferrara nessuno ha mai detto nulla. Quella mattina c’erano tutti in servizio. C’era il questore reggente. L’effettivo, no, abita a Modena. Era lui che parlava con noi, ci rassicurava, garantiva che avrebbe cercato la verità. Ma in realtà non ha fatto nessuna indagine per aprire gli armadi in cui erano contenuti i manganelli rotti, il mattinale contraffatto. Nel frattempo, quando sul blog casalinghe, pensionati, lo esortavano a indagare, lo accusavano di immobilismo, ha preso a querelare tutti. Per questo sono felice ci siano le sentenze di Cucchi: per le persone che non hanno fatto nulla”.
Non ci sono state mai indagini su chi dirigeva la questura...
“No, ma ci diceva che Federico era morto di droga quando non poteva non sapere dei manganelli rotti. Era la persona su cui contavo per avere un minimo di giustizia, si era fatto garante di un’indagine corretta. Mio figlio era morto da un giorno e lui mi diceva quelle cose lì. Spero si vergogni tanto tanto, lui e le persone che si sono comportate come lui, per non aver fatto il loro dovere”.
Davanti alla sentenza per i depistaggi, Ilaria Cucchi ha detto: “Non credevo sarebbe mai arrivato questo giorno”…
“Questo pochino di giustizia sui depistaggi illumina tutti gli altri casi. Noi eravamo presi in giro, continuamente”.
Si può sperare che sia il segno di una crescita del Paese? Di una presa di coscienza maggiore?
“In un senso sì e in un altro no. All’epoca, nonostante il G8 di Genova ci fosse già stato, su queste cose c’era poca consapevolezza. Io stessa facevo fatica a capire, a immaginare che potesse essere successo. E poi te ne rendi conto in maniera così assurda, straziante, e non c’è più rimedio. E la vedi minimizzata con condanne di tre anni e mezzo per omicidio colposo. Lo disse allora il pm Proto, che ora sta seguendo il processo del 2 agosto: è difficilissimo trovare abbastanza prove per portare in aula un preterintenzionale. Le prove sono state costruite nel processo, quando il giudice e i pm hanno cercato e sentito i testimoni. Prima non ci fu praticamente nessuna indagine. Il fascicolo era una cartellina vuota. Salvo che per la testimone camerunense sentita in incidente probatorio. È grazie a lei che siamo arrivati in aula”.
Lei ha detto spesso che gli agenti colpevoli di questo tipo di abuso dovrebbero essere espulsi dall’arma, ma non accade...
“Tolgono la divisa a un poliziotto se lo scoprono vestito da donna, se gli trovano una stecca di sigarette di contrabbando, ma se c’è un omicidio no. Credevo fosse una cosa automatica, naturale, normale. Ho scoperto che non è così”.
Qualcuno le ha mai offerto parole di pentimento?
“No. La dichiarazione che hanno fatto al processo è stata quella di sentirsi vittime per le tribolazioni che hanno dovuto patire nel subire l’inchiesta. Mi rendo conto ora di quanto si sentissero sostenuti. La loro difesa ha seguito una strategia precisa: stessa linea, dichiarazioni unitarie, compatti. Questo accade quando è tutto un sistema a proteggerti. Non sapremo nemmeno mai esattamente il dettaglio di quello che è successo, lo sanno solo loro e le persone a cui lo hanno detto. E lo sa Federico, che non può più dirmelo”.
Sente che suo figlio, che aveva solo 18 anni, abbia avuto almeno giustizia?
“Non abbastanza, ma in realtà cosa cambia? Io pensavo fosse importante che quelle persone perdessero la divisa subito. L’ho anche chiesto all’allora ministro dell’Interno, come si chiamava, il delfino di Berlusconi che non è più in politica”.
Angelino Alfano?
“Sì, lui. Mi ha detto: “Ah ma noi non possiamo farci niente, ci sono i regolamenti e qui e là. Sono stati sospesi sei mesi e basta. Due di loro hanno fatto un pochino di carcere a Ferrara, separati da tutti gli altri in condizioni protette. Altri due i domiciliari. Ma non cambia nulla. Federico non torna. E sa cosa fa più male? Questi credo non abbiano mai capito quello che hanno fatto. Non possono pentirsi perché non lo hanno mai ammesso. È qualcosa che va al di là di loro quattro. Per questo le otto condanne per i depistaggi del caso Cucchi sono importanti, oltre ai 12 anni ai responsabili. C’è il generale, hanno preso la catena di comando. Stamattina mi sono svegliata pensando che è qualcosa di grande quello che ha fatto la giustizia. Me ne rendo conto adesso. Forse non ci speravo neanche più”.










