di Armando Spataro
La Stampa, 13 gennaio 2024
Questo Governo può vantare un record: in poco più di un anno è intervenuto a pioggia sulla giustizia con una quantità di provvedimenti che non ha eguali nella storia recente. Ma la pioggia che si trasforma in stillicidio può assumere anche il significato di una tortura e far vacillare le basi dell’ordinamento giuridico. Non c’è praticamente giornata in cui, sfogliando un quotidiano, non si apprenda, con riguardo al settore della giustizia, di un disegno di legge approvato, di un altro in discussione dinanzi alle competenti commissioni parlamentari, di decreti legge varati in assenza di ragioni di urgenza, di decreti legislativi in fase di lenta elaborazione, di emendamenti che la maggioranza propone e che vanno a modificare testi che pure ha in precedenza approvato.
E le chiamano pure riforme, quando - semmai - il termine esatto sarebbe quello di controriforme come dovrebbero definirsi gli ormai storici pacchetti e decreti sicurezza che vanno a ledere i diritti fondamentali degli immigrati (riconosciuti da Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Costituzione e Risoluzioni internazionali), o come la sequenza di leggi ispirate ad un panpenalismo di matrice populistica: “tutto diventa reato in nome dell’ordine” e le pene aumentano anche per condotte quasi irrilevanti a dimostrazione che questo Governo, pur di dichiarata fede garantista, non tollera il buonismo di alcun tipo, salvo trascurare le condizioni di vita in carcere o quelle di “detenzione amministrativa” nei CPR per immigrati che hanno già determinato condanne del nostro Paese in sede europea.
È comunque inutile ritagliare o stampare articoli di giornale o annotare ogni novità: neppure i giuristi sono ormai in grado di stare al passo del Governo e di poter commentare con precisione ogni novità o di poterla collocare temporalmente con esattezza. È pure impossibile commentare tecnicamente in questa sede i contenuti dei provvedimenti cui si è prima fatto riferimento, comunque già analizzati e motivatamente criticati, ma qualcosa va detto su quanto avvenuto negli ultimi giorni. Intanto, rileggendo quanto sin qui scritto, mi accorgo di un mio grave errore: ho detto che, secondo le controriforme in atto, “tutto diventa reato in nome dell’ordine”, ma ho sbagliato! Alcuni, infatti, scompaiono e sono reati gravi come l’abuso di ufficio (nonostante l’Europa chieda a tutti gli Stati di prevederlo nel proprio ordinamento penale) ed altri - come il traffico di influenze - perdono consistenza, il tutto finendo con il favorire i reati dei colletti bianchi e l’espansione della criminalità mafiosa.
E genera tristezza il fatto che molti sindaci, indipendentemente dal proprio colore politico, considerino una “vittoria” l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che peraltro è stato già recentemente modificato ed il cui ambito d’applicazione - piuttosto - potrebbe ulteriormente essere specificato. Addirittura, si prevede di abolire anche il reato di tortura, approvato nel 2017 con formula blanda e con grave ritardo rispetto alla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti degradanti approvata dalle Nazioni Unite nel dicembre del 1984.Nella relazione illustrativa della proposta si afferma che l’abrogazione del reato servirebbe “per tutelare adeguatamente l’onorabilità e l’immagine delle Forze di Polizia” che, invece, come ha scritto Glauco Giostra, hanno interesse a non vederle infangate da condotte indegne.
Passando al tema delle intercettazioni e della doverosa tutela della privacy, storicamente oggetto di strumentalizzazioni interessate, si è già detto e scritto tanto sul bavaglio (definizione non gradita al Governo, che penso non accetterebbe neppure quella di bavaglino o mascherina sanitaria) che dovrebbe limitare il diritto-dovere di informazione rispetto al contenuto di atti non segreti. Ma ecco che spunta ancora un’ulteriore impensabile novità che andrebbe a compromettere gli ottimi risultati conseguiti con la riforma Orlando: si rischia di limitare le scelte dei Pm e dei giudici in ordine all’utilizzo in provvedimenti formali di certe tipologie di conversazioni intercettate, ulteriormente ampliando il divieto di pubblicazione.
Non mi meraviglierei se prima o poi saltasse fuori un disegno di legge che preveda il visto di assenso del Ministro della Giustizia o di un suo delegato sui provvedimenti giudiziari che utilizzino dialoghi intercettati! Battute a parte, crescono quotidianamente le preoccupazioni, anche maggiori rispetto alle attuali, se solo si pensa a quanto è allo studio in tema di separazione delle carriere (con connesso rischio di sottoposizione del Pm all’esecutivo), di riforma del Csm (inclusa l’ipotesi di sorteggio dei suoi componenti di cui ancora si discute) o di disposizioni che il Parlamento dovrà elaborare in ordine ai criteri di priorità nell’azione penale (la quale rischia di perdere del tutto il carattere di obbligatorietà).
C’è da chiedersi ancora una volta che paese è mai il nostro, un paese in cui chi governa sembra disconoscere la stessa autorità della legge, il bilanciamento tra i poteri dello Stato e il principio di eguaglianza dei cittadini, gettando sul tavolo il peso di milioni di voti e utilizzando il sostegno di potenti strumenti di informazione. Ed in questa situazione perché i magistrati dovrebbero astenersi dall’intervenire nel pubblico dibattito che riguarda la giustizia?
Si dice che i giudici dovrebbero parlare solo con le sentenze. Vero in tempi normali. Ma quelli che viviamo in Italia non lo sono più da molto tempo ed anche le audizioni dei magistrati ed accademici dinanzi alle Commissioni Giustizia di Camera e Senato sembrano l’immagine di una procedura rituale che non determina effetti concreti. Eppure il sistema ordinamentale italiano e le nostre capacità investigative contro ogni fenomeno criminale, come più volte ho detto e come molti fanno finta di ignorare, è invidiato a livello internazionale.
Nel 2011, Angelino Alfano, allora Ministro della Giustizia, presentò alla stampa, al fianco del Presidente del Consiglio, la “riforma epocale” della parte della Costituzione dedicata alla Magistratura, che avrebbe consentito di risolvere tutti i problemi che affliggevano la giustizia italiana. Lo fece con l’ausilio di un paio di vignette raffiguranti la bilancia prima e dopo la cura: a piatti disallineati prima della riforma, ma poi con piatti finalmente allo stesso livello. In realtà, sia allora (quando comunque la riforma si arenò per la reazione della società civile) che oggi, penso che gli effetti delle controriforme di cui si discuteva e di cui si discute potrebbero meglio essere rappresentate con la vignetta dell’illustratore Lele Corvi condivisa da Nanni Puliatti, magistrato in pensione, non più assoggettabile ad azione disciplinare!










