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di Antonello Guerrera

La Repubblica, 8 maggio 2023

Mancano i lavoratori per effetto di Brexit e Covid: il governo vuole usare detenuti in permesso diurno. Nei settori di ristorazione, ospitalità, edilizia e trasporto, afflitti dal calo di manodopera per colpa del nuovo e durissimo sistema di immigrazione a punti sul modello australiano, che complica il facile afflusso di braccia dall’estero.

Detenuti, salvate voi l’economia britannica. Nel Regno Unito, da ormai oltre un anno, ci sono 1,2 milioni posti di lavoro vacanti che non si riesce a colmare per varie ragioni: le conseguenze del Covid, come d’altronde capita pure in altri Paesi europei, un’economia mondiale resa instabile dalla guerra in Ucraina e la conseguente inflazione. Ma questa piaga pare esacerbata oltremanica dalla Brexit e dal conseguente nuovo e durissimo sistema di immigrazione a punti sul modello australiano, che complica in maniera significativa il facile afflusso di lavoratori europei, come lo era prima dell’addio di Londra alla Ue. Per mansioni che gli inglesi non vogliono più fare e che hanno affossato l’utopia della piena occupazione interna.

E così, come ha rivelato qualche giorno fa il “Times”, il governo britannico di Rishi Sunak, più che rilassare i visti, ha deciso di liberare migliaia di carcerati nel Regno Unito, offrendo loro libertà giornaliera in cambio di lavoro soprattutto nei settori più afflitti, come ristorazione, ospitalità, edilizia e trasporti. Ossia proprio le branche dell’economia maggiormente colpite dalla Brexit: che tra le altre cose ha limitato l’arrivo di cittadini Ue meno qualificati. A essere lasciati in libertà non saranno i detenuti considerati più pericolosi, come quelli di categoria A chiusi nei penitenziari di massima sicurezza del Paese, ma soprattutto colori classificati come categoria D, condannati per reati minori.

Sui reali effetti della Brexit sull’economia britannica si continua a dibattere, in maniera molto ideologica, ogni giorno nel Regno Unito. Ma ci sono alcune certezze. Secondo l’Office of Budget Responsibility, una sorte di corte dei conti legata al governo, l’uscita dalla Ue è costata almeno 4 punti di Pil al Paese. E se si considera l’impatto sul mercato del lavoro, basta prendere documenti ufficiali come il report “Skills and labour shortages” del Parlamento di Westminster pubblicato il 10 gennaio 2023 dove si legge che la Banca d’Inghilterra ha evidenziato come la ridotta immigrazione dalla Ue “è parzialmente responsabile per la carenza di lavoratori nel Regno Unito”. Inoltre, a settembre 2021, uno studio dell’Ons (l’Istat britannico) ha sottolineato come almeno il 46 per cento delle aziende del settore trasporti addita le proprie difficoltà economiche alla mancanza di lavoratori Ue, oltre al 40 per cento di quelle del settore amministrativo e il 39 dell’istruzione.

I cittadini sembrano soddisfatti della decisione. Secondo un sondaggio di un think tank riportato dal Times, l’85 per cento ritiene che ai detenuti debbano essere concesse più opportunità di lavoro e il 76 per cento si dice contento di lavorare al fianco di un ex condannato in prigione, sempre che abbia passato tutti i test di sicurezza delle autorità. E, soprattutto, perché no, se fa bene all’economia britannica, afflitta da tanti vecchi mali oltre a Brexit (vedi l’atavica improduttività) e che secondo l’Fmi nel 2023 crescerà addirittura meno della sanzionatissima Russia e meno di tutte le economie del G7? La settimana scorsa hanno fatto scalpore le parole del capoeconomista della Banca di Inghilterra, Huw Pill, che ha esortato i britannici a “essere più poveri”.