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di Valter Vecellio

Il Dubbio, 15 agosto 2026

Estate 1976: Marco Pannella e altri tre radicali (Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini) da qualche settimana sono deputati. Pannella, che da sempre “predica” il rispetto rigoroso della “regola”, impone che si studi in modo scientifico il regolamento della Camera, diritti prerogative e doveri di un parlamentare. Si “scopre” che deputati e senatori, sol che lo vogliano, possono effettuare visite ispettive, senza preavviso, nelle carceri. Detto fatto. Da allora Pannella, e con lui un po’ tutti i parlamentari radicali, sono come di casa negli istituti di pena. Lunghe, minuziose visite, cella per cella. Colloqui, quando li accettano, con detenuti, poco importa se “eccellenti” o cosiddetti “ladri di polli”: i loro sfoghi, lamentele, recriminazioni, sogni, speranze… Non solo i detenuti: Pannella conia l’espressione “detenuti e detenenti”; si intrattiene con gli agenti della polizia penitenziaria, è consapevole del loro duro e ingrato lavoro; e con l’intera comunità penitenziaria: i direttori, gli operatori a vario livello, i volontari, i cappellani.

Deve partecipare a un convegno, a una manifestazione in questa o quella città? Immancabilmente trova il modo se non di cominciare, di concludere la giornata in carcere. Le “ispeziona” con cura; della dignità nella e della reclusione fa una questione centrale della sua attività. I detenuti lo capiscono, lo accolgono festosamente; i “secondini” rispettano la coerenza e la passione con la quale denuncia che guardie carcerarie e reclusi patiscono la stessa pena, vittime dell’illegalità in cui si trovano le carceri. Tutte, chi più chi meno. Ed è un errore, definirla “emergenza”. La situazione si trascina da sempre. È un dato strutturale, di “sistema”.

Per Pannella e il Partito Radicale diventa “normale” trascorrere in cella Natali, Capodanni, Pasque, Ferragosti e ogni altra festa comandata… Mentre gli altri politici trascorrono i giorni di riposo in sofisticate ed esclusive località turistiche, lui denuncia “la flagranza di reato di Stato delle carceri”, si fa portavoce di persone che “sono sull’orlo giustificatissimo della disperazione e della rabbia, e si rivelano capaci invece di corrispondere un attimo di visita con un’emozione profonda. Persone che cominciano non tanto a sperare, ma a essere speranza per quelli che stanno fuori”. All’inizio lo guardano con sufficienza, gli riservano la benevola indifferenza che si riserva al grullo del villaggio. Poi, scatta qualcosa: quella “stravaganza” non è poi così stravagante. La parola e l’esempio pannelliano cominciano a fare “scuola”.

Da qualche anno le “visite” in carcere non sono solo appannaggio e “cifra” del Partito Radicale (che pure continua a organizzarle). Soprattutto nei giorni della festa, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, avvocati si organizzano in delegazione e per qualche ora entrano in carcere; poi riferiscono quello che hanno visto, sentito, capito; spiegano quello che occorre fare. Toccano con mano quelle situazioni che “Antigone” mese dopo mese documenta con puntuali e completi dossier sulla situazione delle carceri. Positiva questa crescita di conoscenza e consapevolezza, anche se - non bisogna nasconderselo - il rischio è che queste “visite” si trasformino sempre più in qualcosa simile alla statua del Santo patrono annualmente esibita; poi, finita la festa, torna a far polvere in soffitta.

Occorre insomma, scongiurare l’abitudine, la ritualità, la “passerella”. Non è un red carpet, la “visita” in carcere. La comunità penitenziaria chiede la disponibilità all’ascolto, e che alle promesse corrispondano, una volta usciti, concrete proposte operative. Se la comunità penitenziaria, come diceva Pannella, è fonte di “speranza per quelli che stanno fuori”, anche quelli che stanno “fuori” devono esserlo per chi sta “dentro”. È una grossa e gravosa responsabilità, quella che ci si assume, con le “visite” in carcere. Una proposta per uscire dal rito viene dai radicali di Bologna: dopo aver “visitato” il carcere della Dozza si sono appellati al sindaco Matteo Lepore perché organizzi in carcere un consiglio comunale straordinario. Perché l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, non rivolge un invito in questo senso? In ogni città dove c’è un carcere, una seduta del consiglio comunale.

Anno 1983: concerto, al Palasport di Reggio Emilia, di Francesco Guccini e Pierangelo Bertoli. Per esprimere sostegno ai detenuti di Nuoro in sciopero della fame, con il sostegno del cappellano del carcere Salvatore Bussu, contro le dure condizioni di permanenza applicate nella struttura carceraria. Tra loro anche dei brigatisti rossi, Franco Bonisoli, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, che questa volta scoprono la nonviolenza: sono ristretti nella sezione di massima sicurezza, chiedono un trattamento che, pur nella durezza del regime detentivo, rispetti la dignità umana. Cantanti e artisti mobilitati perché le carceri italiane escano dallo stato di flagrante illegalità in cui si trovano; sarebbe cosa bella, giusta e buona, no?