di Raffaella Stacciarini
Il Manifesto, 26 settembre 2026
Si continua a inseguire il movimento della merce senza interrogarsi abbastanza su ciò che quella merce, una volta trasformata in ricchezza, è capace di costruire. Il narcotraffico ha imparato a perdere: un carico, un intermediario, una rotta. Può perdere perfino metà della merce spedita, e al contempo continuare a funzionare perfettamente. Difficile da digerire, se si guarda al narcotraffico con le lenti della repressione, non è tanto la sua invulnerabilità - nulla - quanto la capacità di adattarsi, quasi darwiniana. La scorsa settimana nelle sale del Senato si è tenuto “Capire e combattere la criminalità organizzata: dialoghi sulle politiche”, convegno promosso dalla senatrice Cecilia D’Elia con la partecipazione di Forum Droghe.
Nel panel dedicato al narcotraffico, due ricerche sul viaggio della cocaina tra i poli opposti della filiera, dai paesi di transito dell’America centrale alle reti della ‘ndrangheta, ovvero trasporto e approdo in Europa.
Emilia Ziosi, post-dottoranda a Oxford, ha osservato e raccontato la trasformazione, in Honduras, di quei gruppi criminali nati come semplici trasportatori della cocaina diretta verso il Nord America e diventati nel tempo attori capaci di controllare porzioni di territorio, acquistare centinaia di ettari di terra, costruire imprese e, in alcuni casi, infiltrare la politica locale. Ecco come la ricchezza del narcotraffico spesso si trasforma in qualcosa di più pervasivo della semplice disponibilità di denaro: dove lo Stato è debole e le comunità sono isolate, il narcotrafficante diventa datore di lavoro, finanziatore di opere pubbliche, benefattore e persino amministratore locale. La violenza non scompare, naturalmente, ma resta sullo sfondo della vita quotidiana, quotidianità in cui il consenso viene costruito attraverso una forma di dipendenza economica che rende difficile distinguere ciò che appartiene all’economia legale da ciò che proviene dal mercato illegale.
In Europa cambia il meccanismo ma resta la stessa logica. Francesca De Paris, sociologa e ricercatrice sociale, partendo dalla base dati del processo Eureka ci restituisce una ‘Ndrangheta che, nei rapporti transnazionali, si comporta come un’impresa piuttosto che come una organizzazione criminale vecchio stampo. La violenza è ormai un rischio, perché può attirare le indagini o compromettere la fiducia, e i broker sudamericani, esterni all’organizzazione, sono figure difficilmente sostituibili: conoscono i fornitori e garantiscono le relazioni - rappresentano insomma il collante umano di una filiera che attraversa continenti. Quando un carico di stupefacenti viene sequestrato, nella maggior parte dei casi non si scatena una faida interna: si negozia, talvolta si rimborsa e sempre si riparte.
Che cosa significa, dunque, dire che la guerra alla droga funziona? Se il parametro sono i chili sequestrati, gli arresti, le operazioni, la risposta è relativamente semplice e altrettanto parziale; se guardiamo invece alla capacità del mercato di continuare a rifornire la domanda, accumulare profitto e trasformarlo in potere economico e sociale, risposta e quadro cambiano radicalmente. Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe, rovescia proprio questa prospettiva: dopo decenni di proibizionismo, osserva, riusciamo a contare soprattutto ciò che la repressione intercetta, molto meno ciò che non riesce a fermare o a modificare (la disponibilità delle sostanze, la domanda, i danni alla salute, il potere criminale, il riciclaggio).
Non significa che sequestri e indagini siano inutili, ma che non bastano ad arginare il fenomeno né a misurare il successo di una politica. Lo Stato insegue le rotte e il mercato cambia strada: mentre la cocaina attraversa l’Atlantico, i suoi profitti si tramutano in terreni, imprese, posti di lavoro e consenso politico. La guerra alla droga continua a inseguire il movimento della merce senza interrogarsi abbastanza su ciò che quella merce, una volta trasformata in ricchezza, è capace di costruire e permeare. E forse è proprio per questa sua miopia che è destinata a fallire.









