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di Guido Alfani*

La Repubblica, 28 marzo 2022

Gli effetti finanziari dell’invasione russa in Ucraina. Le grandi catastrofi, quali guerre e pandemie, tendono a influire su diseguaglianza e povertà. L’impatto redistributivo delle pandemie, che sino a un paio d’anni or sono appassionava solo gli specialisti, è stato brutalmente posto al centro dell’attenzione da Covid-19. L’invasione russa dell’Ucraina dovrebbe farci riflettere su come anche le guerre possano influire sulle diseguaglianze.

Nella storia d’Europa, una terribile pandemia (la Peste Nera del 1347-52) e due Guerre Mondiali sono stati gli unici eventi capaci di produrre una contrazione significativa e duratura della diseguaglianza di ricchezza, che altrimenti ha teso a crescere costantemente nei secoli. Si tratta, però, di casi assolutamente eccezionali. Neppure le più gravi pestilenze successive alla Peste Nera, compresa la peste manzoniana del 1630, riuscirono a riequilibrare le disparità socio-economiche, e nessuna delle grandi guerre dell’età preindustriale ebbe effetti redistributivi lontanamente comparabili alle Guerre Mondiali - con una parziale eccezione: la Guerra dei Trent’anni (1618-48) che in Germania, dove fu particolarmente dura e agì di concerto con la peste, condusse a una sostanziosa riduzione della diseguaglianza di ricchezza.

Ciò che distinse la Guerra dei Trent’anni dagli altri conflitti dell’età moderna fu la sua eccezionale brutalità. In altre parole, fu proprio il livello inconsueto di distruzioni materiali a indurre un drastico livellamento. Solo le Guerre Mondiali fecero di peggio, determinando un’ampia distruzione di capitale finanziario (specialmente la prima) e fisico (specialmente la seconda). Nel caso di conflitti meno devastanti, l’impatto sulle diseguaglianze è esattamente l’opposto: sia perché essi offrono eccezionali occasioni d’arricchimento a individui e imprese ben posizionati per coglierle, ad esempio nel campo delle forniture militari, sia perché tendono a mettere in secondo piano le esigenze della società civile, quindi a ridurre o sospendere gli sforzi redistributivi. In età preindustriale, quando la tassazione era regressiva (e quindi colpiva in modo relativamente più pesante i poveri rispetto ai ricchi), l’aumento della pressione fiscale causato dalla guerra agiva come un ulteriore stimolo alle diseguaglianze.

Storicamente, dunque, l’impatto netto di ciascuna guerra sulla diseguaglianza è stato determinato dal prevalere di uno o l’altro di una serie di fattori contrastanti. Applicando questo schema di ragionamento al conflitto in corso, la prima conclusione è che nel territorio ucraino le distruzioni materiali già molto ampie, ma che potrebbero facilmente divenire devastanti, tenderà a portare a un livellamento delle diseguaglianze economiche, almeno nel breve periodo. Non si tratta, però, di redistribuzione di risorse, ma di distruzione di beni posseduti in modo diseguale - in altre parole, di un gioco senza vincitori. Come in ogni altra guerra, certamente alcuni risulteranno economicamente avvantaggiati, ma probabilmente si tratterà in massima parte di non-ucraini, vista l’origine delle forniture civili e militari al governo di Kiev. Per giunta, l’Ucraina non è un Paese ricco (nel 2021 il suo Pil pro-capite è stato pari a circa un ottavo di quello italiano), e la guerra non potrà che impoverirla ulteriormente. Entro il continente europeo, quindi, le diseguaglianze tra aree relativamente povere o ricche aumenteranno, dinamica che solitamente alimenta i flussi migratori. Quindi, a parte la crisi dei rifugiati attualmente in corso, l’Europa dovrebbe prepararsi a una crisi migratoria vera e propria, potenzialmente di lunga durata.

*Docente Università Bocconi