di Ferdinando Adornato
Il Messaggero, 5 dicembre 2023
È disarmante dover ancora assistere alle solite, incancrenite baruffe di sempre tra magistratura e politica. Come se non avessimo imparato nulla dalla nostra stessa storia. Come se l’Italia volesse pervicacemente restare ferma agli anni Novanta. Eppure gli italiani, in tutti i sondaggi, chiedono di voltare pagina. E, di certo, se il nostro sistema non uscirà dal blocco politico e mentale che lo imprigiona, il suo futuro sarà sempre a rischio. Ma è possibile voltare pagina? Certo, ma a una condizione: che destra e sinistra compiano una sorta di “rivoluzione copernicana”.
In primo luogo bisognerebbe evitare (soprattutto la sinistra) di recitare il ruolo di Alice nel Paese delle meraviglie. Se un ministro parla di una possibile “opposizione giudiziaria” può aver ragione o torto ma certo non dice una cosa fuori dal mondo. Vogliamo dimenticare la storia degli ultimi trent’anni? Come il celebre slogan di un magistrato “resistere, resistere, resistere” divenne addirittura il manifesto di movimenti di piazza (i girotondi) e trasformò un’inchiesta giudiziaria in un improprio “mito politico”? Non è forse vero che, a quel tempo, nacque la teoria secondo la quale la destra rappresentasse l’illegalità e dunque fosse da combattere con ogni mezzo? Da allora contaminazioni tra magistratura e politica ce ne sono state in abbondanza, favorite prima dalla crisi della Prima Repubblica e poi dalla particolare personalità di Berlusconi.
Ma oggi che quel tempo è passato, e che governa una figura assai diversa dal Cavaliere, e per di più chiaramente sensibile al dovere della legalità come Giorgia Meloni, ha senso continuare a convivere con gli ammuffiti vecchi fantasmi? Non può essere civile un Paese nel quale non sia ancora condiviso il pensiero che l’azione di un tribunale non possa mai sostituirsi a quella della politica, pena il declino dell’intera democrazia.
In secondo luogo, e di conseguenza, la politica dovrebbe trovare un’intesa intorno al tema del “diritto di opinione” dei magistrati. È lecito che essi intervengano con interviste e articoli sulla vita pubblica del Paese? E ancor di più: non è grave che correnti della magistratura arrivino a contestare ufficialmente una riforma costituzionale proposta dal governo? In sostanza: i diritti di opinione di un servitore dello Stato (sia esso magistrato o ufficiale dell’Esercito) possono essere gli stessi di un normale cittadino o devono piuttosto osservare una deontologia di riservatezza e di prudenza? È così difficile che anche la sinistra concordi su questo punto? Come si capisce è in gioco l’autorità dello Stato nel suo complesso, tant’è che sono moltissimi i magistrati che non condividono l’ansia di visibilità di alcuni loro colleghi.
È poi urgente raggiungere un’intesa di buon senso sulla “vexata quaestio” delle dimissioni dagli incarichi pubblici. Lasciamo stare il pur intangibile diritto di essere considerato innocente fino a sentenza definitiva: ma come si può ignorare il fatto che, se un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio dovesse automaticamente comportare immediate dimissioni, si consegnerebbe a un singolo magistrato l’enorme potere di decidere la sorte dei governi? Soprattutto tenendo conto del fatto che spesso prevale l’insano e incostituzionale metodo di indagare qualcuno sulla base di pure ipotesi, confidando poi di trovare le prove a inchiesta in corso. Eppure Alessandro Manzoni ci aveva già ammonito come “a giudicare per induzione, e senza la necessaria cognizione dei fatti, si fa alle volte gran torto anche ai birbanti”.
In definitiva: destra e sinistra possono e devono dividersi sui contenuti della riforma della giustizia e sul merito di provvedimenti sistemici, ma non possono più assolutamente dividersi sulla separazione dei poteri tra magistratura e politica, proibendo ogni invasione di campo, lesiva delle regole di uno Stato di diritto. Ciascuno può e deve contribuire, per la sua parte, a quest’impresa. I magistrati abbandonando ogni presunzione di sentirsi un contro-potere. La destra rinunciando, come chiede la Meloni, alla tentazione di uno scontro totale contro tutta la magistratura. La sinistra abbandonando la sua storica (e comoda) contiguità con correnti della magistratura. L’Italia ha assolutamente bisogno di chiudere “la guerra dei trent’anni”. Non è facile: ma è l’unica strada per evitare che una delle più grandi nazioni del mondo sia ridotta a una sorta di mortificante caricatura di un Paese giuridicamente sottosviluppato.










