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di Carlo Bonini, Anais Ginori e Massimo Pisa


La Repubblica, 10 giugno 2021

 

La parabola di Cesare Battisti e i retroscena della cattura degli ex terroristi italiani riparati a Parigi. All'alba del 28 aprile 2021, la magistratura francese dà corso alle richieste di estradizione della magistratura italiana - di fatto rimaste lettera morta per oltre trent'anni - nei confronti di ex appartenenti alle sigle del terrorismo rosso italiano condannati in via definitiva a pene detentive.

A Parigi, vengono per questo arrestati Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi (tutti ex militanti della Brigate Rosse), Giorgio Pietrostefani, ex di Lotta Continua condannato come mandante dell'omicidio Calabresi, e Narciso Manenti, dei Nuclei Armati contro il Potere Territoriale.

Ventiquattro ore dopo, si costituiscono Luigi Bergamin, ex esponente dei Proletari Armati per il Comunismo, e Raffaele Ventura, ex militante delle Formazioni Combattenti Comuniste. Nei giorni successivi, tutti i fermati verranno rilasciati e avrà inizio presso la "Chambre d'instruction", la sezione della Corte d'appello competente sulle domande di estradizione, una battaglia giudiziaria che si annuncia complessa e il cui esito definitivo è facile prevedere non arriverà prima di anni.

Battezzata "Ombre rosse", l'operazione decreta la fine della dottrina Mitterrand, chiude una ferita aperta tra Italia e Francia, segna, simbolicamente, l'ultimo atto della storia del Novecento italiano e della sua coda di sangue, con l'attacco della lotta armata, del terrorismo e della violenza diffusa di matrice politica alla nostra democrazia (soltanto tra il 1969 e il 1982, i feriti sono 1.100 feriti e 350 i morti). Indica - come scriverà su Repubblica Ezio Mauro all'indomani degli arresti - l'unica strada possibile in grado di dare una lettura finalmente condivisa dell'insorgenza terroristica, indispensabile per un suo rifiuto. Quella in grado di stabilire, finalmente, che in quegli anni un'ideologia è impazzita nella metà campo della sinistra, portando chi cercava la rivoluzione nel cuore della libera Europa a uccidere persone inermi che pensavano di vivere in pace in un Paese democratico.

Non valendo, quale giustificazione o attenuante, le bombe fasciste e le stragi di Stato, perché sia pure nelle sue infedeltà e nelle sue oscurità nel dopoguerra in Italia c'è sempre stata una democrazia, e come tale doveva essere difesa anche da chi era all'opposizione e voleva un cambiamento. L'epilogo parigino, solo apparentemente inatteso, è figlio di un percorso politico-diplomatico tortuoso, affrontato da Roma e Parigi a fari spenti. Che qui ricostruiamo nei suoi snodi cruciali e attraverso le testimonianze inedite di alcuni dei protagonisti. A cominciare dalla resa di Cesare Battisti, l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, "l'innocente" che si sapeva colpevole, simbolo beffardo e irridente dell'inganno consumato, per quattro lustri, ai danni delle sue vittime e dei Paesi in cui aveva trovato asilo come "perseguitato politico": la Francia, prima, il Brasile di Lula, poi.

La confessione - Forse è davvero cominciato tutto da quella frase. Che non è poi il passaggio più eclatante, quello in cui Cesare Battisti rinnegava, una volta e per sempre la lotta armata e il suo io del 1979. Né quello dedicato alla ricostruzione dei suoi anni di passaggio. Dalle rapine ai Proletari Armati per il Comunismo. Dal carcere di Frosinone all'accogliente comunità di rifugiati a Parigi. E poi al Messico e al Brasile, fino a quel pomeriggio boliviano in cui la sua latitanza terminò. Già, Battisti, insieme al suo legale Davide Steccanella, ci aveva pensato per due mesi. In quel primo pomeriggio del 23 marzo 2019, nel parlatorio del "Soro", alla periferia di Oristano, il racconto della sua traiettoria da clandestino in armi aveva avuto un improvviso inciso. Battisti si era preso una pausa. Poi, d'un fiato: "Faccio presente che ho avuto la possibilità di leggere le sentenze emesse nei miei confronti da quando sono detenuto qui a Massama ed in via di sintesi posso dire che i fatti che mi riguardano ricostruiti nelle sentenze stesse ed i nominativi dei responsabili corrispondono al vero".

Lo volle ribadire, parlando dell'esecuzione di Antonio Santoro, maresciallo al carcere di Udine, freddato a quattro settimane dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Fani: "Confermo che la ricostruzione della sentenza è esatta". Il muro era caduto. Due volte. Lo Stato che lo aveva condannato era uno Stato giusto. Battisti l'imprendibile, Battisti il negazionista ("Io ho sempre professato la mia innocenza e ciascuno è stato libero di interpretare questa mia proclamazione come meglio ha creduto", ebbe a ribadire in quel drammatico interrogatorio), lasciava il posto a Battisti il vinto.

"Così lo vidi - ribadisce oggi Alberto Nobili, procuratore aggiunto dell'Antiterrorismo milanese, il magistrato che raccolse le sue ammissioni - e mi colpì il fatto che all'inizio non trovava nemmeno la voce per dirlo, dopo due mesi di isolamento. Mi resta impressa un'altra frase: quando mi disse che aveva contribuito a uccidere il Sessantotto. Io ero studente, c'ero in quei cortei dove si chiedeva la fine del Vietnam, la riforma della scuola e dell'università. E c'ero quando cominciarono ad arrivare questi incappucciati con le pistole, che quei cortei fecero degenerare. All'epoca pensavamo a infiltrati fascisti". Invece erano i compagni con le P38. Come testimoniò Battisti: "La lotta armata è stata un movimento disastroso che ha stroncato una rivoluzione culturale e sociale che aveva preso avvio nel 1968 con prospettive sicuramente positive per il Paese ma che proprio la lotta armata contribuì a stroncare. Chiedo scusa pur non potendo rinnegare che in quell'epoca per me e per tutti gli altri che aderirono alla lotta armata si trattava di una guerra giusta". Allora. Fino agli omicidi. "Parlare oggi di lotta armata per me è qualcosa privo di senso".

Chiediamo a Nobili se il riconoscimento postumo di Battisti a quello Stato che lo aveva condannato ha contribuito a incrinare un altro muro, quello della dottrina Mitterrand e dell'area di consenso intorno ai fuoriusciti. "Credo soprattutto a questa seconda ipotesi, al fatto culturale, a chi aveva sostenuto la sua innocenza e alla mancanza di correttezza delle procedure". Lo chiediamo anche a Maurizio Romanelli, che per anni ha diretto l'Antiterrorismo col dossier Battisti sulla sua scrivania e che adesso coordina l'Ufficio esecuzione penale, che ha in carico il fascicolo su Luigi Bergamin, la sua prescrizione appesa alla dichiarazione di "delinquenza abituale".

"Io non credo che ci siano dirette conseguenze tra le dichiarazioni del 2019 e la situazione attuale, che dipende piuttosto dalla capacità di Italia e Francia di sedersi a un tavolo e risolvere una situazione molto delicata. Ma le conferme che Battisti diede furono di grandissima utilità. Portarono un elemento di chiarezza sulla bontà del nostro sistema legale: non che ce ne fosse bisogno, di certo male non fecero". E davvero ebbero impatto sulla rete dei suoi sostenitori, spiazzati - ne presero nota gli investigatori della Digos, in un procedimento poi archiviato - da quella assunzione di responsabilità, da quella frase lanciata verso i parenti delle sue vittime attraverso un verbale: "Io non posso che chiedere scusa ai famigliari delle persone che ho ucciso o alle quali ho fatto del male".

La rabbia - Quello del marzo 2019 era lo stesso Cesare Battisti che, dal 2 giugno scorso, ha formalizzato il suo sciopero della fame e delle terapie all'interno del carcere di Rossano Calabro, dove oggi è detenuto, in un "Appello alla giustizia" che rivolge invettive veementi contro il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e invita alla mobilitazione i compagni a Parigi: "La questione dei rifugiati in Francia è una farsa, così come è reale l'intenzione dello Stato di negarmi i diritti stabiliti fino alla fine. L'Italia ha mentito garantendo un trattamento umano a clemenza. Lo provano le condizioni della prigionia di Cesare Battisti. L'opposto di quello che dovrebbero aspettarsi veramente i rifugiati che, dalla Francia, arrivano in Italia". Cos'è successo dunque nel frattempo? Lo chiediamo all'avvocato Steccanella, che degli anni Settanta è anche profondo conoscitore e divulgatore, come testimonia il suo ultimo volume "Milano e la violenza politica 1962-1986".

"È successo che Battisti, dal settembre del 2020, è l'unico detenuto non terrorista islamico nella casa di reclusione di Corigliano-Rossano. In isolamento, di fatto, in quello che definiamo "antro Isis", dopo esserlo stato per diciassette mesi a Oristano. E questo perché il ministero lo ha classificato AS2, il secondo grado dell'alta sorveglianza, nonostante l'ordinanza della Corte di Appello di Milano del 17 maggio 2019. Guardi". Parla carte alla mano, Steccanella. Quel provvedimento porta la firma del presidente Giovanna Ichino, "che, ironia della sorte, era stata giovane estensore della sentenza di condanna al processo contro i Pac". Il dito indica una frase: "non risulta applicabile il regime ostativo di cui all'art. 4 bis". Più avanti si parla di "benefici penitenziari" e di "progressione trattamentale": tradotto, un trasferimento a Rebibbia per avvicinarsi ai familiari, e in regime ordinario vista la pacifica non pericolosità attuale e l'autodafè messo per iscritto in Sardegna.

"Ho fatto ricorsi all'Ufficio di sorveglianza di Cosenza - insiste l'avvocato - e me li hanno respinti. Ho scritto al Dap per chiedere gli atti, senza risposta. Lo scorso 12 maggio mi sono rivolto al ministro Cartabia". Torniamo a leggere, con gli occhi sul passaggio conclusivo: "Mi sono permesso di segnalarLe la situazione del mio assistito anche in vista della possibile consegna all'Italia di condannati residenti all'estero che presero parte a quel periodo e che rischierebbero di subire in età avanzata il medesimo trattamento carcerario che fino ad oggi l'Italia ha riservato a Battisti".

Il 14 gennaio 2019 alle 11.30 Cesare Battisti atterrava a Ciampino su un Falcon 900 del Governo italiano. L'areo era partito dalla Bolivia. Battisti era stato arrestato due giorni prima dall'Interpol e subito estradato in Italia. L'ex terrorista, senza manette, è stato preso in consegna dal Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria e portato a Rebibbia. Immagini di Giuseppe Fiasconaro e Fabio Falanga

Il garbo del suggerimento scritto lascia il posto all'amarezza a voce: "Io spero che questa vicenda serva da monito ai francesi. Che non ci restituiscano ottantenni a cui questo Stato non garantisce una detenzione legittima". Chiediamo a Steccanella se Battisti è oggi pentito delle ammissioni del 2019. "No, perché quella non fu una strategia. Allora pensò, pensammo di rivolgerci a uno Stato che non faceva sconti ma rispettava i diritti. Che ci si potesse fidare. Forse, quello pentito sono io, nel vederlo sepolto come un criminale nazista o un boss mafioso al 41 bis". Gli appelli dell'ex leader dei Pac (da "Guantanamo Calabro"), messi per iscritto e pubblicati sul blog d'area Carmilla online sono usciti dal recinto delle letture per addetti ai lavori per approdare al terreno della discussione pubblica. Su cui non possono che intrecciarsi le indignate reazioni di Maurizio Campagna e Alberto Torregiani - fratello dell'agente Digos Andrea e figlio dell'orefice Pierluigi - e la loro incrollabile ostilità alle richieste dell'ex terrorista.

In Procura a Milano nessuno lo ammette esplicitamente, ma sarebbe altamente gradito un abbassarsi dei toni. Nell'interesse dello stesso Battisti (nessuno, né all'Antiterrorismo né altrove, lo ritiene più capace di nuocere), la cui voce viene però ritenuta dal Dap ancora potenzialmente capace di fare proseliti. E per non danneggiare le procedure di estradizione di Petrella, Pietrostefani, Tornaghi e gli altri. Con la posizione di Luigi Bergamin che rimane appesa al proverbiale filo. Anzi due. Il Tribunale di Sorveglianza, che dovrà discutere il ricorso dell'avvocato Giovanni Ceola contro la dichiarazione di "delinquenza abituale" a quattro decenni dagli ultimi reati commessi. E la Cassazione, dove il pm Adriana Blasco ha presentato a sua volta ricorso contro l'interpretazione sulla prescrizione. Due partite delicatissime e in punta di giurisprudenza, che potrebbero trascinare l'esito delle altre posizioni.

Lo studio di Rue Lacepede - "Ho difeso Battisti una prima volta, nel 1991, riuscendo a bloccare l'estradizione, e poi la seconda volta nel 2004 fino a quando ha deciso di scappare dalla Francia e cambiare avvocato". Nel suo studio parigino, Irène Terrel, sessantenne di piccola corporatura, con un caschetto castano e l'aria della studiosa più che della passionaria, ha in bella mostra l'enciclopedia di Fortunato Bartolomeo De Felice, editore illuminato della fine dell'Ottocento, presentato come "un Diderot italiano". È un antenato di suo marito, Jean-Jacques De Felice, avvocato famoso per aver difeso una sorta di internazionale degli insorti. Dai combattenti algerini del Fln (Front de libération nationale), all'etnia kanak in Nuova Caledonia. I primi italiani vennero a trovare la coppia De Felice-Terrel alla fine degli anni Settanta dopo che si erano occupati dell'affaire Hypérion, la scuola di lingue accusata di essere una "centrale francese" in grado di tirare le fila della lotta armata contro lo Stato italiano. Da allora decine di "rifugiati" sono passati dallo studio di rue Lacépède, palazzo moderno e un po' decrepito nel quinto arrondissement, diventato, come confida Terrel, "punto riferimento non solo giuridico ma anche umano" per chi aveva deciso di scappare dall'Italia.

Dal 2008, quando De Felice è morto, è rimasta solo lei in prima linea, Irène. Con molti dei suoi clienti è ormai amica e sembra aver sviluppato quasi un istinto materno per la determinazione con cui vuole proteggerli. "Quello che sta succedendo è un delirio, una vendetta assurda", ripete più volte, spiegando che "l'esilio" dei suoi assistiti - sette dei dieci estradandi - non è mai stato una "passeggiata di salute". La Francia ha regalato loro la possibilità di una seconda vita, certo, ma insiste sulla loro "precarietà", sul timore di qualche tranello che potesse far precipitare la loro normalità. A parte qualche eccezione, di cui Battisti è la più vistosa, la maggior parte dei latitanti si è imposto silenzio e anonimato. Una strategia che Terrel continua a seguire. Inutile chiederle di parlare con i suoi clienti. Si è convinta che qualunque cosa dicano verrebbe usata contro di loro e che finché resterà aperto il fronte giudiziario non saranno "liberi di esprimersi".

A Parigi, Battisti aveva un lavoro come portiere in un immobile, prendeva i diritti dei suoi romanzi gialli, alcuni pubblicati con la prestigiosa "Gallimard". Nel braccio di ferro con la giustizia italiana che ne chiedeva l'estradizione era rappresentato appunto dalla coppia De Felice-Terrel. Poi, la romanziera Fred Vargas ne ha sposato la causa, decidendo di ingaggiare a sue spese un altro avvocato e ribaltando la linea difensiva: non più rifugiato politico ma vittima di un errore giudiziario. Vargas ha pubblicato un pamphlet, "La vérité su Cesare Battisti", nella quale fa una ricostruzione, a tratti farneticante, delle procedure giudiziarie italiane. Né ha cambiato idea dopo l'arresto in Bolivia e l'ammissione di colpa. "Le sue dichiarazioni non rimettono in discussione i risultati delle mie ricerche. Avete il diritto di considerarmi un'imbecille, un'ingenua, ma mi ero estremamente documentata". E questo perché nel suo entourage alcuni sono convinti che la confessione sia stata estorta con chissà quali mezzi. È un fatto che il caso Battisti sia ormai motivo di imbarazzo tra quelli che un tempo si mobilitavano in piazza cantando "Bella Ciao". Terrel di Battisti non vuole più parlare. "Ha deciso di essere cavaliere solitario, quindi non mi esprimerò più su di lui".

La dottrina Mitterrand tradita da Mitterrand - Irène Terrel continua a difendere quello che secondo lei era il senso originale del patto stipulato tra lo Stato francese e decine di italiani che avevano preso parte alla lotta armata. Quando François Mitterrand, dopo un colloquio con l'allora premier Bettino Craxi, annunciò nel 1985 che la Francia non avrebbe estradato gli ex terroristi italiani, fece una precisazione che all'epoca pareva importante: "Tranne quelli che hanno commesso crimini di sangue". Doveva essere quello, il criterio. Ma il machiavellico presidente socialista, che voleva accontentare militanti della gauche molto attivi nella difesa dei compagni italiens, poco dopo modificò la sua posizione durante un raduno della "Ligue des Droits de l'Homme". In modo più tranchant: "Non li estraderemo, punto".

È accaduto così che la protezione francese per i latitanti si sia allargata e ristretta negli anni. Una coperta tirata da troppe parti. Al magistrato Louis Joinet, incaricato di seguire le regolarizzazioni, Mitterrand aveva spiegato il suo intento. "Non dobbiamo capire solo come si entra nel terrorismo, ma come se ne esce. È questa la vera domanda politica che ci dobbiamo porre". La risposta ha provocato una scia di incomprensioni e rancori che si sono trascinati fino ai nostri giorni. Al di là dell'ambiguità di una dottrina basata solo su dichiarazioni dell'allora capo di Stato, l'avvocata Terrel ricorda concreti "effetti giuridici". I latitanti italiani condannati per reati di terrorismo in Italia hanno ottenuto permessi di soggiorno presso le Prefetture, sempre rinnovati, e poi diventati permanenti. In due occasioni, prosegue l'avvocata, le autorità francesi hanno proceduto ad aggiustamenti normativi per permettere che non venissero fermati i rifugiati: prima togliendo i loro nomi dagli archivi delle persone ricercate durante la creazione dello spazio Schengen e poi con la postilla che non prevede di applicare il Mandato di arresto europeo per i reati commessi prima del 1993.

Non è mai stato uno scudo totale. Nel tempo, quasi un centinaio di latitanti italiani è stato fermato Oltralpe nell'ambito delle procedure di estradizione. L'ultimo era stato Ventura, tre anni fa. Per alcuni ci sono stati pareri favorevoli, poi bloccati a livello governativo. Altri, hanno invece ottenuto in passato vittorie sul piano giudiziario. Terrel invoca il principio del ne bis in idem. "Il potere politico si permette oggi di chiedere a dei giudici di modificare le loro sentenze già pronunciate che, fra l'altro, hanno acquisito la forza del passato in giudicato". Nelle udienze che si terranno presso la chambre d'instruction, la sezione della Corte d'appello che deve esaminare le nuove domande di estradizione, verrà sollevato anche il problema delle condanne in contumacia. Secondo la legge francese, le persone hanno diritto a un nuovo processo. Mentre in Italia le sentenze sono definitive, anche se andrebbe ricordato che gli imputati si sono volontariamente sottratti ai processi, a volte minacciando avvocati e magistrati. Un altro punto che la difesa vuole sollevare è l'ipotesi di violazione della vita privata e famigliare sulla base di articoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Insomma, la battaglia giudiziaria spazierà dal piano tecnico a quello più storico-politico. E sarà comunque lunga. Si parla di anni, con vari gradi di ricorso fino al Consiglio di Stato. Terrel è convinta che alla fine non se ne farà niente, e insiste sul fatto che solo i crimini dell'umanità non conoscono prescrizione. Vuole anche far venire in tribunale avvocati italiani per spiegare come funzionano le regole di detenzione in Italia che, a suo dire, sarebbero più dure che in Francia. E proprio il caso di Battisti - il suo sciopero della fame nel carcere calabrese in cui è detenuto, il suo "appello per la giustizia" - potrebbe tornare utile alla difesa, per appoggiare la sua tesi di uno Stato solo in cerca di "vendetta". Ma per comporre le tessere di questa storia, e in qualche modo provare a intuirne anche l'approdo giudiziario, conviene spostarsi di quartiere e bussare a un'altra porta.

Il poliziotto in Rue de Varenne - Nella villa settecentesca del settimo arrondissement che Mussolini ottenne in cambio della concessione di Palazzo Farnese, la nostra rappresentanza diplomatica ha custodito per decenni un voluminoso archivio di sentenze e carte bollate, reperti dell'archeologia politica del Secolo breve. Gli ambasciatori che hanno abitato la dimora di rue de Varenne in stile neoclassico, con un delizioso teatrino rococò siciliano, hanno attraversato momenti di speranza, e di disillusione. Per molto tempo è stato, anche, un gioco delle parti. Nel gergo diplomatico francese la questione degli ex terroristi protetti dalla dottrina Mitterrand appartiene alla categoria degli "agenti irritanti", contenziosi di difficile soluzione. Che avvelenano le relazioni bilaterali. E, come tali, da evitare.

Nicola Falvella è già a Parigi da cinque anni quando riceve da Roma l'ordine di riprendere in mano i dossier. Il responsabile dell'ufficio dell'Esperto per sicurezza dell'ambasciata è cresciuto nella memoria dei caduti del terrorismo e si è formato nella Digos di Roma, allora guidata da Franco Gabrielli, futuro capo della Polizia e oggi sottosegretario per la Sicurezza nazionale, e del suo allora vice Lamberto Giannini, l'attuale capo della Polizia. Falvella è il poliziotto che nell'ottobre 2003 ha arrestato Roberto Morandi. "Mi dichiaro prigioniero politico" aveva detto l'esponente delle Nuove Brigate Rosse, interrompendo la lettura dell'ordinanza d'arresto. E, a Parigi, è il terminale del direttore della Polizia criminale Vittorio Rizzi. Anche se di tutt'altra matrice, sempre di attentati si occupa nel suo lavoro di collegamento con le autorità francesi. Nel 2015 è cominciata la stagione del terrorismo islamico, nella quale sono coinvolte anche vittime italiane, giovani espatriati come Valeria Solesin o Antonio Megalizzi.

Falvella deve far ripartire procedure sepolte da quasi vent'anni, dal periodo in cui si era accesa la battaglia intorno all'estradizione di Battisti, scappato un attimo prima che le autorità giudiziarie francesi si pronunciassero favorevolmente. Una volta ottenuto l'asilo politico dal Brasile, l'ex esponente dei Pac ha sostenuto di essere stato aiutato nella fuga dai servizi segreti francesi, che gli avrebbero fornito un passaporto falso. La versione che ne fornisce Dominique Perben è diversa. "Avevamo deciso di voltare pagina, senza nessuna ambiguità" ricorda l'allora Guardasigilli venuto dal partito neogollista che aveva già dato il via libera all'estradizione lampo di Paolo Persichetti, l'unico latitante mai rinviato dalla Francia, chiesto dalle autorità italiane nella falsa pista di un suo coinvolgimento nel delitto Biagi firmato dalle nuove Br. Qualche tempo dopo, sempre Perben avvia la procedura per Battisti. Purtroppo l'autorità giudiziaria concesse la libertà vigilata - ricorda - e lui ne approfittò per scappare.

In Brasile sulle orme di Cesare Battisti, latitante in fuga in un Paese immenso - Dove è fuggito Cesare Battisti dopo la firma del decreto di estradizione in Italia firmato dal presidente brasiliano Michel Temer del 14 dicembre 2018? Le indagini sono partite da Cananeia, l'isola brasiliana a 250 chilometri da San Paolo che ha ospitato il latitante condannato in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni Settanta.

Risalgono a quel periodo gli ultimi aggiornamenti sui dossier dei latitanti. "Sul principio - prosegue l'ex ministro francese - eravamo d'accordo nell'accogliere le domande, siamo sempre stati disponibili a lavorare insieme". Ma le altre procedure non andarono avanti. "C'erano spesso irregolarità giuridiche - conclude Perben - oppure non eravamo sicuri che alcune persone si trovassero effettivamente ancora in Francia". Tra ostacoli reali o pretestuosi, sono passati anni. Quando anche Nicolas Sarkozy, il presidente di destra che pure odiava l'eredità del Sessantotto, decide di bloccare l'estradizione di Marina Petrella, cade una pietra tombale. Almeno questo è il messaggio. È Carla Bruni Sarkozy che porta la notizia all'ex brigatista nel frattempo ricoverata in gravi condizioni all'ospedale psichiatrico Sainte-Anne, accompagnata dalla sorella, l'attrice Valeria che ha perorato la causa. "Ho un messaggio da parte di mio marito: lei non sarà estradata" annuncia la première dame. La consegna all'Italia non viene effettuata in forza della clausola umanitaria contenuta nella convenzione europea del 1957. Nel film La seconda volta di Mimmo Calopresti, Bruni Tedeschi ha interpretato Elisa, un'ex brigatista in semilibertà che affronta un professore universitario al quale ha sparato dodici anni prima. "Dicevate: colpirne uno per educarne cento. Avete colpito me. Dove sono i cento che avete educato?" le chiede l'uomo, interpretato da Nanni Moretti. "Io non ci ho pensato più, non ci voglio più pensare" risponde Elisa.

Si riparte da zero - Dopo il caso Petrella, tanti a Roma si convincono che il contenzioso non sarà mai risolto. Cambiano altri quattro premier a Palazzo Chigi, non se ne sente più parlare. E invece si riparte da zero. Anzi, da quattordici. Tanti sono i nomi nella lista che il ministero di via Arenula manda nel febbraio 2019. Ci sono già Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Enzo Calvitti, Maurizio Di Marzio, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi, Raffaele Ventura. L'elenco è in parte già superato, la lista comincia a restringersi. Paola Filippi e Enrico Villimburgo vengono dichiarati deceduti. Altri fascicoli vengono scartati perché prescritti o con rilievi tecnici che rendono improcedibile l'estradizione, che è il motivo per cui si salvano Ermenegildo Marinelli e Paolo Ceriani Sebregondi.

Al loro arrivo in place Vendôme, la sede del ministero della Giustizia, i tecnici italiani hanno una prima sorpresa. Confrontando la lista con i francesi, vedono una nota a margine che correda ogni fascicolo. "Prescription", "prescription", "prescription...". Prescrizione. Ad eccezione dei quattro condannati all'ergastolo, infatti, tutti gli altri latitanti vedono la loro pena già estinta. Quantomeno secondo quanto previsto dall'ordinamento francese. C'è dunque un'unica strada percorribile per l'Italia: ratificare la convenzione di Dublino che prevede che, in materia di prescrizione, si applichi la legge penale del paese richiedente. Per paradosso, l'Italia non aveva mai fatto proprio nel suo ordinamento quell'accordo europeo del 1996 per una preoccupazione garantista, nel timore cioè di dover accettare domande da paesi dove l'estinzione della pena non fosse in linea con la propria cultura giuridica.

La crisi Di Maio - Gilet gialli - "Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi". Nel mezzo delle discussioni bilaterali sugli ex terroristi rossi, si presenta a Parigi Luigi Di Maio per partecipare a un incontro clandestino con dei gilet gialli. La sortita del vicepremier pentastellato provoca una crisi diplomatica che spinge la Francia a richiamare per qualche giorno l'ambasciatore a Roma, Christian Masset. La nostra ambasciatrice, Teresa Castaldo, lavora per ricucire lo strappo dietro le quinte. E alla fine risulta decisivo l'intervento del presidente Sergio Mattarella, in visita ad Amboise, la città della Loira dove è morto Leonardo da Vinci. Il capo dello Stato rinnova a Macron la sollecitazione a "trovare un accordo su una questione delicata come quella delle estradizioni", ricordando che la "ricerca di giustizia per le vittime è un principio irrinunciabile". Dopo aver ratificato la convenzione di Dublino, che entra in vigore in autunno, il 2020 sembra dunque l'anno della svolta.

La strana caccia - A gennaio 2020, parte da Roma un corriere per portare a Parigi i fascicoli che riguardano gli estradandi. Tutti i documenti sono protocollati, comprese le sentenze di merito. Alcune di oltre mille pagine, come quella del processo Moro Ter. Il nostro ministero di Giustizia ha ufficializzato la lista definitiva. Dieci nomi. Sul piano formale, l'allora Guardasigilli francese Nicole Belloubet continua a promettere al suo collega e omologo Alfonso Bonafede di volere esaminare "caso per caso". Nei fatti, tutto va a rilento. La crisi nei rapporti bilaterali provocata da Di Maio, per quanto rientrata, ha lasciato degli strascichi e i rapporti tra Macron e Giuseppe Conte si sono raffreddati. Per altro, anche la pandemia non aiuta. Il "Bureau d'entraide penale internationale" manda diverse richieste di integrazione sui dossier ricevuti, in una fitta corrispondenza tra Parigi e Roma che va avanti fino all'estate. All'ambasciata italiana è la magistrata di collegamento, la piemontese Roberta Collidà, a interfacciarsi con i colleghi francesi. In parallelo, il responsabile dell'ufficio sicurezza dell'ambasciata Falvella lavora con il maggiore dei carabinieri Valentino Nevosi e il commissario di polizia Caterina Baglivi per localizzare i dieci italiani.

Sono cittadini ormai perfettamente integrati nella società francese, anche se nelle "red notice", gli avvisi di ricerca dell'Interpol, i loro nomi compaiono con l'avvertenza: "Violento, Pericoloso". È una strana caccia. Se è vero infatti che molti lavorano, versano i contributi, hanno figli a scuola, sono da anni regolarizzati con permessi di soggiorno rilasciati dalle Prefetture, è altrettanto vero che non è così facile ricostruire indirizzi, abitudini, rete di contatti. Le autorità francesi hanno infatti apposto sui "red notice" Interpol la sigla "Ivp", indicateur validité permanent, che nel gergo tecnico è il caveat formale che impedisce qualsiasi accertamento della polizia giudiziaria su quei rifugiati. Già, sono esistenze opache, inafferrabili, quelle che incrocia questa strana caccia. Parlando con i colleghi della Sous-direction anti-terroriste (Sdat), il servizio dell'antiterrorismo francese, Falvella descrive un'indagine che insegue delle ombre, dal colore politico un tempo definito. "Ombres Rouges". Nasce così il nome dell'operazione.

A settembre 2020, Falvella sente di essere finalmente a una svolta. Ha lavorato nella massima discrezione come gli ha insegnato l'allora capo della polizia Franco Gabrielli: "I funzionari dell'antiterrorismo non sono uomini da prima pagina". I dieci fascicoli sono stati dichiarati ricevibili dai tecnici francesi del ministero. È stata svolta un'attività informativa che ha integrato i fascicoli dei latitanti, sin lì corredati solo da vecchie foto segnaletiche in bianco e nero, di immagini che consentono di dare un volto a quelle ombre. Uomini e donne sorpresi nella loro quotidianità. Affacciati alla finestra di buon mattino, come nel caso di Pietrostefani. In bicicletta durante la spesa. Incanutiti. In qualche caso, segnati dalla malattia. Vinti dal tempo prima ancora che dalla storia. E privi di ogni residua epica rivoluzionaria. Il momento propizio per far scattare l'operazione, è fissato in coincidenza con la visita di Stato di Mattarella in Francia prevista a inizio ottobre del 2020. Ma la seconda ondata del Covid che travolge l'Europa e la decisione di spostare il viaggio del capo dello Stato impongono un nuovo rinvio. L'operazione Ombre Rosse svanisce di nuovo. Torna ad essere una chimera. E qualcuno comincia a pensare davvero che quella partita forse non si chiuderà mai. Come ormai sappiamo, resta davvero da percorrere solo l'ultimo miglio.

"Anni di sogni e di piombo" - Seduto al bistrot du Marché, Alessandro Stella rievoca con nostalgia un'epoca intrisa di sangue. "Années de rêves et de plomb" (éditions Agone), "Anni di sogni e di piombo", il memoir dell'ex militante di Autonomia operaia, ha rotto la legge del silenzio che tanti fuoriusciti dalla lotta armata si sono imposti in cambio della protezione Oltralpe. "Per me è più facile perché non ho sparato a nessuno", ammette Stella, una faccia da vecchio rocker, sorseggiando un bicchiere di vino davanti al mercato di Montreuil, banlieue in corso di gentrificazione. Il libro è un omaggio ai tre "compagni" veneti morti nel 1979 mentre stavano preparando una bomba.

Le vittime non sono solo da una parte. Anche noi abbiamo pagato un prezzo, argomenta Stella, condannato in contumacia a sei anni di carcere per associazione sovversiva e banda armata. Era il 1986 e lui già da qualche anno si trova in Francia, dopo essersi lasciato alle spalle l'Italia che fa i conti con una delle sue stagioni più buie e la "disaggregazione del movimento rivoluzionario", tra pentiti, dissociati e quella che lui definisce "feroce repressione" dello Stato. Stella ha pensato a un certo punto di entrare nelle Brigate Rosse, ma si è poi reso conto che non ci credeva più, che ogni scelta, anche quella estrema, sembrava ormai inutile. Dopo un breve passaggio in Messico ha preso in parola il governo socialista francese che promette di accogliere i fuoriusciti dalla lotta armata. Gli agenti che lo fermano al suo arrivo rimangono basiti quando spiega che ha intenzione di chiedere asilo politico. Sembrava incongruo, scrive nel suo libro, che un cittadino della comunità europea potesse presentare tale domanda. La promessa viene mantenuta. Dopo una settimana, Stella è libero. Il suo dossier giudiziario finisce in fondo a un cassetto. Un'amnistia in contumacia, la definisce nel suo memoir. L'esponente del gruppo di Thiene ha fatto da apripista. Decine di altri seguono il suo esempio. A un certo punto, la piccola comunità di fuoriusciti dalla lotta armata sale fino a seicento persone, anche se un conteggio ufficiale non è mai stato fornito.

I primi anni ci si deve arrangiare. Stella fa corsi di italiano, lavora come manovale nei cantieri come tanti altri "compagni" che alla fine riescono a costruirsi quelle vite piccolo-borghesi che un tempo disprezzavano. Calvitti è diventato psicoterapeuta. Ventura fa il documentarista televisivo, abita anche lui a Montreuil e ha trascorso le estati a Bonifacio, guardando dal mare l'Italia. Stella riprende gli studi e passa il concorso come ricercatore universitario al Cnrs, il Centro nazionale di ricerca. La sua prima tesi storica la dedica alla rivolta dei Ciompi che, spiega, gli ha permesso di fare una sorta di "autoanalisi". Sposato con una francese, ha tre figli. Non ha mai nascosto il suo passato, né si è pentito. "Dichiararsi innocente come ha provato a fare Battisti è una cazzata".

A sessantacinque anni milita ancora per l'assunzione di una "responsabilità collettiva" dei reati commessi in quegli anni. Nella primavera Duemila, quando è stata dichiarata estinta la sua pena, è tornato a casa, nel vicentino, in tempo per salutare un'ultima volta suo padre che stava morendo. "Come tanti immigrati mi sono sentito uno straniero", racconta Stella, descrivendo un paese dove secondo lui la storia degli Anni di Piombo è raccontata solo "dai vincitori" e le lotte sociali sono diventate archeologia. Anche se poi è costretto ad ammettere che pure la Francia è cambiata, "nella lotta contro il terrorismo islamico sono state approvate leggi repressive, le forze dell'ordine organizzano retate di gruppo". Mostra una cicatrice sulla gamba. Una scheggia di granata della polizia che l'ha colpito durante una manifestazione dei gilet gialli. Nell'autunno 2018 ha aderito subito al movimento che ha attaccato l'Arco di Trionfo e minacciava di espugnare l'Eliseo. "Ho avuto l'impressione di rivivere i miei anni giovanili". Una contestazione poliforme senza alcuna struttura ideologica. "Credete forse ci fossero i militanti che negli anni Settanta leggevano davvero i libri di Toni Negri?", domanda polemico. Non ha una buona opinione del filosofo di Padova, uno dei primi a riparare in Francia, tuttora residente a Parigi. Negri, dice Stella, si è tenuto sempre in disparte dalla "compagneria". Non si vedeva negli anni Ottanta quando venivano organizzate estenuanti assemblee tra i "rifugiati" per discutere dei massimi sistemi ma anche, più prosaicamente, se sottoporsi a una schedatura volontaria, come chiedevano le autorità francesi che non hanno fatto differenza tra innocenti, colpevoli, irriducibili, dissociati, tra chi rivendica e chi rinnega, ma per anni hanno organizzato una stretta sorveglianza, non si sa mai.

Place des Amendiers - Una volta si potevano comprare i souvenir "aria di Parigi". E in place des Amendiers, nel ventesimo arrondissement, si può venire oggi per respirare quel che resta degli Anni di Piombo. In un contesto surreale, in piedi sul palco, una signora parla di migliaia di prigionieri politici, di torture, del codice Rocco, di quando Cossiga aveva definito il conflitto degli anni '70 "una guerra civile a bassa intensità". E il fatto che il comitato che lotta contro le nuove estradizioni abbia il Picconatore tra i maître-à-penser è solo uno dei tanti paradossi. Stella è stato uno dei promotori del raduno organizzato domenica 6 giugno a Belleville. E si era mobilitato per lanciare un appello pubblicato su "Libération". Anche se questa volta la gauche, o quel che ne resta, secondo lui ha "tradito", non si è mobilitata come in passato. Si canta "Le Temps des Cerises", la canzone della Comune di Parigi, rivolta di cui si celebra il centocinquantesimo anniversario. Viene rievocato il messaggio di Victor Hugo ai deputati che dovevano votare in favore di un'amnistia per chi aveva commesso massacri durante l'insurrezione. "Soyez grands, soyez forts". Qualcuno cita di nuovo le parole di pietà pronunciate dalla vedova Calabresi, dimenticando che il figlio Mario, venuto due anni fa a Parigi per incontrare Pietrostefani malato, ha anche chiesto agli ex terroristi di ammettere le loro colpe, di partecipare alla costruzione di una verità storica su quegli anni. Un rappresentante del quartiere ricorda che Petrella lavora da dieci anni in un'associazione.

Durante il primo lockdown, spiega, l'ex brigatista è andata a cercare gli anziani strada per strada. "Senza di lei molti sarebbero morti". Il sindaco di un comune banlieue che l'ha conosciuta elogia la sua umanità e sottolinea che tre presidenti, quindici ministri e ventiquattro governi non hanno mai rinnegato la protezione per gli "esuli" italiani. Una narrazione che continua da quarant'anni identica a se stessa. E in cui continua ad essere regolarmente assente anche solo un pensiero per le vittime del terrorismo politico, le uniche fino in fondo innocenti in questa storia.

Epilogo - È la fine del marzo di quest'anno e nella "compagneria" è scattato l'allarme. Tra avvocati e sostenitori dei "rifugiati" italiani gira voce che Macron sarebbe pronto a dare il via libera alle estradizioni chieste dall'Italia. Il 20 aprile, un collettivo di intellettuali firma un appello su Le Monde. "Riaffermare la Dottrina Mitterrand sugli esuli politici - si legge nel titolo - non significa dare all'Italia lezioni in materia di giustizia". Una frase che però viene contraddetta quando i firmatari scrivono che gli ex terroristi (non vengono mai chiamati così ma sempre "esuli") furono accolti perché, in certi casi, le condizioni del funzionamento della giustizia italiana, dettate dalla necessità di una risposta urgente alle derive terroristiche della contestazione sociale, lasciavano paradossalmente temere che non tutte le garanzie di equità fossero rispettate.

I promotori dell'appello non spendono parole per le vittime del terrorismo, insistono sul fatto che è tempo di voltare pagina. "La guerra è finita". È successo che qualche giorno prima - l'8 aprile - i due ministri della Giustizia si siano parlati. E che gli astri sembrino finalmente allineati. A place Vendôme è arrivato il nuovo Guardasigilli Éric Dupond-Moretti, diventato avvocato nel ricordo del nonno, un minatore marchigiano ucciso senza che la famiglia abbia mai ottenuto giustizia. Non è a lui che bisogna spiegare come la democrazia italiana ha combattuto il terrorismo interno, uno dei suoi film preferiti è "Avvocato!" dedicato al presidente dell'Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce assassinato dalle Brigate Rosse per aver accettato la difesa d'ufficio dei suoi capi storici.

In via Arenula è stata nominata a febbraio l'ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia che parla perfettamente francese e cita a memoria i lavori sulla giustizia riparativa di Paul Ricoeur, il filosofo con cui Macron ha lavorato da giovane. "Qualunque processo di riconciliazione personale e sociale, individuale e storica - spiega Cartabia - non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto, in forma pubblica e - come direbbe Ricoeur - attraverso 'una parola di giustizia'". Cartabia e Dupond-Moretti si sarebbero dovuti incontrare di persona a Parigi ma il rimbalzo della pandemia - siamo alla terza ondata - li costringe a fare una riunione in video. La ministra ricorda la lista presentata un anno prima, con alcune posizioni che rischiano di cadere in prescrizione. L'intesa tra i due ministri tecnici è immediata, manca il vaglio politico.

La nota diffusa il pomeriggio del 21 aprile da Palazzo Chigi è appositamente evasiva. "Al centro dei colloqui vi sono state la lotta alla pandemia, le prospettive economiche europee, la situazione in Libia e le relazioni bilaterali". A margine, come non viene menzionato, Draghi e Macron parlano delle richieste di estradizione. Il premier non ha dovuto convincere il leader francese, già stato sensibilizzato in passato dal Quirinale, e a cui preme rafforzare subito le relazioni con il nuovo governo di Roma. Il giorno seguente l'Eliseo sblocca la procedura, trasferita dal Guardasigilli alla procuratrice generale della Corte d'Appello, Clarisse Taron.

La magistrata a sua volta trasferisce gli ordini di arresto all'antiterrorismo francese. Che però deve occuparsi di altro. "Allah Akbar". Una funzionaria di polizia viene uccisa all'arma bianca davanti a un commissariato di Rambouillet, sud-ovest di Parigi. Gli agenti della Sdat effettuano una serie di perquisizioni per rintracciare eventuali complici dell'aggressore. L'operazione "Ombre Rosse" viene rimandata. Ancora, e ancora. Cinque giorni dopo la telefonata tra Draghi e Macron, si apre un'opportunità per gli agenti che hanno il quartier generale a Levallois Perret, a nord della capitale. Si decide di chiudere. Resta poco tempo per fare le ultime verifiche sulle localizzazioni tra Parigi, la sua banlieue e Bordeaux, dove risiede Tornaghi.

Mercoledì 28 aprile, si riunisce il consiglio dei ministri all'Eliseo. Il governo presenta una nuova legge contro il terrorismo, ennesimo cambio normativo da quando, sei anni fa, il Paese ha scoperto di avere una minaccia interna. È l'alba quando gli agenti della Sdat bussano alla porta di dieci "ombre rosse". Qualcuno è stato avvertito, nessuno rimane sorpreso. La piccola comunità di fuoriusciti italiani può ancora contare su una rete di persone interne alle istituzioni francesi che non si sono dimenticate del patto degli anni Ottanta e continuano ad aiutarle dietro le quinte.

Tre non si fanno trovare: Di Marzio, Ventura e Bergamin. Gli ultimi due si consegnano qualche ora dopo, convinti dagli avvocati della difesa che hanno chiesto la libertà vigilata per tutti. Di Marzio ha appositamente lasciato nei giorni precedenti il suo cellulare nell'appartamento del nono arrondissement dove si trova la moglie. Un modo per depistare gli investigatori. Scommette di riuscire a nascondersi per arrivare alla prescrizione prevista il 10 maggio. E ci riesce. Negli archivi di polizia italiana, il nome dell'ex brigatista è legato al tentato sequestro del vicecapo della Digos della capitale Nicola Simone il giorno della Befana del 1982. Ferito al viso, Simone aveva risposto al fuoco. Tra i rifugiati a Parigi quell'agguato è contestato oltre anche a Alimonti, a Petrella e Cappelli. Il vicequestore Simone, diventato poi prefetto, è morto tre mesi fa ad Avezzano, dopo aver osservato per decenni i suoi ex aggressori protetti dalla Francia. Il destino ha voluto che a farli arrestare abbia contribuito un altro Nicola. Falvella. La guerra, forse, è davvero