di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 10 aprile 2022
Fra i tanti danni del conflitto c’è anche l’indebolimento della capacità critica nell’uso dell’informazione, che può diventare il primo passo in direzione della democrazia illiberale.
Datemi un po’ di verità: così cantava John Lennon nel 1971, nella fase più tetra della guerra in Vietnam. Le atrocità di quel conflitto avevano smosso l’opinione pubblica americana. Registrazioni e documenti inediti stavano rivelando le menzogne di Richard Nixon, che due anni dopo fu costretto a dimettersi per lo scandalo Watergate. Le democrazie non sono sempre innocenti: ma, come diceva Norberto Bobbio, sono case di vetro, i cittadini hanno gli strumenti per chiedere conto ai governanti delle proprie azioni. A volte i vetri si appannano, ma quando ce ne accorgiamo possiamo ripulirli.
Le guerre producono una nebbia che rende particolarmente difficile stabilire come siano andate le cose. Non per questo dobbiamo rinunciare alla verità. Gli eventi “in sé” - come il recente massacro di Bucha - evaporano dalla realtà nel momento in cui accadono. Ma lasciano tracce accessibili (macerie, cadaveri, foto, video, testimonianze, documenti) che sono indipendenti dal nostro pensiero e ci costringono a usarlo. Il che significa innanzitutto non negare l’evidenza, e men che meno nasconderla. Una guerra non può essere chiamata “operazione speciale”.
Confutare l’esistenza di perdite e massacri, celare o distorcere le informazioni che arrivano all’opinione pubblica russa non è solo propaganda: è creare ad arte una barriera che impedisce l’uso dello stesso concetto di verità. Si tratta di una caratteristica tipica di tutti i regimi autoritari, che funzionano come macchine di falsità: si reggono su censura, repressione, indottrinamento di massa. Non è un caso che nelle manifestazioni di piazza che accompagnarono la caduta dei regimi socialisti dell’ex blocco sovietico la gente mostrasse cartelli con la scritta “verità”, come era già successo in Argentina, Cile o Sudafrica nei processi di transizione alla democrazia.
Le tracce lasciate dagli eventi ucraini (l’ultimo, terribile, è stato il bombardamento della stazione di Kramatorsk) possono non essere sufficienti per stabilire con indubitabile certezza “chi è stato”. Del resto lo stesso Zelensky ha promesso indagini volte ad appurare eventuali responsabilità del proprio esercito. Per ora possiamo solo esprimere opinioni. Che però non sono tutte uguali. Alcune sono fondate, esprimono un sincero collegamento - per quanto imperfetto - fra ciò che si sostiene e la realtà. Dico che il massacro di Bucha sia stato perpetrato dai russi perché ho letto il racconto di un testimone diretto. Altre opinioni si limitano a esporre un punto di vista privo di riscontri. Altre ancora partono dal presupposto che non si possa parlare di verità, oppure che ce ne siano tante e tutte valide. E infine ci sono le menzogne belle e buone. Come quelle di un recente video russo apparso su YouTube che mostra, niente meno, un cadavere di Bucha che si alza trenta secondi dopo il passaggio di un’auto. Un’analisi della Bbc ha stabilito che si tratta di un effetto ottico: il cadavere “resuscita” solo nello specchietto retrovisore dell’auto, in una immagine riflessa dove anche gli edifici si piegano di lato.
Una ricostruzione seria e affidabile dei crimini commessi in Ucraina sarà possibile solo dopo la fine della guerra, in base alle procedure del diritto internazionale. Accertare ciò che è accaduto “secondo verità” è importante non solo a fini di conoscenza, ma anche di giustizia. Il filosofo Michael Walzer ha giustamente detto che le società umane non possono sopravvivere senza una “moralità minima” del vero, ossia un impegno condiviso e incomprimibile a mantenere ben saldo il nesso fra ciò che ci comunichiamo l’un l’altro e il mondo esterno (anche se fosse solo in una quota “minima”). Franca D’Agostini (una delle più note studiose di teoria della verità) ha proposto di istituire un vero e proprio sistema di diritti “aletici”, che tutelino il bisogno fortemente sentito di non essere ingannati.
La democrazia è una condizione necessaria, ma non sufficiente per salvaguardare la moralità minima del vero. L’abbiamo visto in queste ultime settimane in Italia, dove il dibattito pubblico, a volte, sembra smarrire il senso della distinzione fra vero e falso. Ascoltando i talk show, si rimane sconcertati dalle evidenti falsità dei giornalisti russi (i massacri come messinscene, il diniego delle perdite subite) ma anche dall’equidistanza “di principio” di alcuni partecipanti italiani, dalla partigianeria di altri. La verità è un bene politico fondamentale, che va difeso non solo contro gli autocrati, ma anche contro la democrazia ingenua del “secondo me”. E naturalmente dall’assedio delle fake news e dall’esplosione della cosiddetta post-verità, soprattutto nella sfera dei social media.
La libertà di espressione è sacra in una società liberale. Secondo i classici del liberalismo (a cominciare da Stuart Mill) questa libertà è un anticorpo fondamentale per combattere l’oppressione e difendere la verità: il libero gioco delle opinioni consente infatti di scartare gradualmente ciò che è falso. Perché questo sia possibile è però necessario un contesto culturale che dia valore sia al pluralismo sia al concetto di verità. Purtroppo, fra i tanti danni della guerra c’è anche l’indebolimento della capacità critica nell’uso dell’informazione, che può diventare il primo passo in direzione della cosiddetta democrazia illiberale. Uno scenario che piacerebbe tanto a Putin e che è già in corso di realizzazione nell’Ungheria di Orbán.










