di Ezio Mauro
La Repubblica, 22 giugno 2025
Ogni giorno di più ci stiamo inoltrando in un tempo indecifrabile, che ha cancellato tutti i punti di riferimento con cui riuscivamo a orientarci nel lungo dopoguerra di pace ormai alle nostre spalle, per consegnarci alla stagione dell’incertezza, vera cifra dell’epoca. Lo conferma l’ultima invenzione di Trump: la guerra sospesa. Il presidente americano ha aumentato la presenza di caccia, bombardieri e missili in Medioriente, ha riunito i consiglieri per la sicurezza nella situation room, ha approvato i piani di attacco all’Iran ma non ha ancora dato il via libera all’offensiva, riservandosi di decidere nell’arco di 15 giorni. In pratica, la guerra è dichiarata ma differita, in attesa che Teheran davanti alla minaccia dell’intervento americano decida di alzare la bandiera bianca della resa senza condizioni, con la distruzione del programma nucleare.
L’Iran deve scegliere il suo destino, e in fretta, perché Trump può dare in qualsiasi momento l’ordine di colpire i bunker scavati nelle caverne con la bomba Mop, la Massive ordinance penetrator. Dall’altra parte dell’ultimatum, l’America ha due settimane di tempo per capire se la promessa di pace isolazionista della campagna elettorale sarà mantenuta oppure se il Paese ritornerà in guerra sulla scia di Israele, con l’incubo dell’Afghanistan davanti agli occhi. Nessuno può dirlo: la spoliazione istituzionale progressiva in corso, che cancella ogni vincolo di alleanza, ogni obbligo di obbedienza a regole ormai rifiutate, ogni sopravvivenza di arbitrato sovranazionale, ha messo il rischio che la crisi fuoriesca dai confini regionali nelle mani di due soli uomini, la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei e il presidente americano Donald Trump, in un testa-coda di cui Benjamin Netanyahu è l’innesco, mentre noi europei siamo spettatori paganti: e non conosciamo il prezzo.
La verità è che per la prima volta sperimentiamo in concreto cosa vuol dire vivere nello spazio di mezzo tra il vecchio ordine frantumato e il nuovo disordine che si sta organizzando a colpi di forza, con la logica del fatto compiuto e l’unico obiettivo di soddisfare interessi nazionali particolari, fuori da ogni disegno comune, da ogni codice di regole condivise, da ogni richiamo a un criterio di moralità politica. È il mondo di oggi, in bilico tra il non più e il non ancora, che assiste senza nemmeno discuterne alla distruzione di un ordinamento capace di disciplinare in un lungo patto di compatibilità sistemi di natura diversa, senza omogeneità politica e affinità ideologica, ma insieme garanti e garantiti da un meccanismo di coesistenza regolata, erede dello spirito di Jalta adattato a tutti gli sviluppi della guerra fredda.
Il vecchio ordine era basato sul primato del diritto internazionale, sul riconoscimento dei confini, sulla mediazione multilaterale dei conflitti, sul ruolo delle istituzioni internazionali e sovranazionali, l’Onu, il Fmi, il Wto. Le regole del gioco controllavano la forza, perché erano sovraordinate: derivavano dalla cultura giuridica e democratica dell’Occidente - il vero nucleo di una egemonia oggi dissolta - ma consentivano la partecipazione anche di regimi autoritari che in quella cornice post-ideologica riconoscevano l’opportunità e la necessità del quadro di riferimento. Il canone occidentale esteso al mondo viveva di regole liberali senza chiamarle così, in mancanza di valori comuni poggiava sulla paura condivisa e quindi sulla deterrenza, e coltivava due illusioni, il primato economico del mercato universale e il potere espansivo della democrazia, nella convinzione che insieme avrebbero regolato le trasformazioni di un mondo infine globale, promuovendo un’evoluzione verso forme di liberalizzazione politica anche dei regimi autoritari, contagiati dalla globalizzazione del commercio.
Se non è finita la storia, è certamente tramontata quella storia. La Cina contesta la supremazia del canone occidentale in nome di una cultura concorrente che è già diventata potenza, prima economica e quindi tecnologica. La Russia è fuoriuscita dal vecchio ordine denunciando la sua unilateralità, e ha diviso il mondo in due attaccando la democrazia liberale, cuore e motore dell’Occidente. Intanto la forza cominciava a spodestare il diritto come strumento di legittimazione delle scelte politiche: la guerra in Georgia del 2008, l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione dell’Ucraina del 2022 sono le prime tappe, mentre il terrorismo di Hamas insanguina il 7 ottobre con il pogrom che produrrà la reazione di Israele, fino al massacro disumano di Gaza. Si rompe il consenso minimo universale per tradurre la globalizzazione in ordinamento, la ritirata americana dall’Afghanistan segna il tramonto di un’egemonia, il mondo è fuori controllo, i populismi di destra e di sinistra attaccano l’aristocrazia del vecchio ordine accusandola di aver confiscato la democrazia come bene-rifugio esclusivo dell’élite.
Soprattutto, viene meno la fiducia nella regola come limite della potenza e salvaguardia del principio democratico. Ecco il punto. È su questa erosione di un sistema istituzionale, politico, culturale e morale che si vuole costruire il mondo nuovo, di cui vediamo solo i trailer perché manca un’autorità riconosciuta con la legittimità del ri-fondatore: e gli attuali poteri, anche quelli neo-imperiali, sembrano impegnati soltanto a precostituirsi rendite di posizione. Ci muoviamo nel vuoto, tra due epoche. Un vuoto riempito solo dalla forza, svincolata da ogni norma, privata di qualsiasi teoria di legittimazione, ridotta a pura energia, libera non perché liberatrice ma perché sicura di un’impunità sistemica: se manca la regola infatti nulla è trasgressione, per qualsiasi arbitrio non serve giustificazione, nessun sovrano può impartire la punizione. I mezzi giustificano i fini, leader che denunciamo per le loro politiche possono risolvere problemi che ci sovrastano, usando metodi che noi condanniamo: rischiamo di non distinguere più il bene dal male, mentre accettiamo il vantaggio immorale che ci deriva dal loro intreccio, smarrendo il fondamento di ogni coscienza. Ci accorgiamo del nostro relativismo normativo, con i concetti di libertà e sovranità, di aggredito e aggressore che pesano o scoloriscono secondo le latitudini e le parti in causa.
Sono i “fenomeni morbosi” che Gramsci vedeva crescere nell’interregno, questa terra di nessuno a cui non abbiamo ancora dato nemmeno un nome, ma che innalza già la bandiera della reazione. Vecchia e logora, da qualche parte c’è ancora la bandiera della democrazia, e merita di essere difesa.











