di Marcello Sorgi
La Stampa, 22 ottobre 2024
È abbastanza inutile applicarsi ai dettagli del decreto che il consiglio dei ministri ha partorito ieri sera per ribattere all’ordinanza con cui la giudice monocratica Albano ha disposto il rientro in Italia dei primi migranti avviati nei nuovi centri di permanenza in Albania. La sostanza infatti non è se un magistrato possa decidere quali siano i Paesi sicuri, e soprattutto quelli insicuri dai quali i richiedenti asilo in fuga abbiano diritto ad essere accolti. Né se questa nevralgica valutazione tocchi alla Corte di giustizia europea o ai singoli governi nazionali, pressati dagli arrivi degli immigrati che viaggiano in condizioni di pericolo. Sono problemi importanti, certo; di raffinata dottrina giuridica a cui non è detto che Meloni sia riuscita a dare risposta (si vedrà oggi, quando il testo del decreto verrà reso noto, il Quirinale dovrà valutarlo e in Parlamento si aprirà il confronto sulla materia).
Ma la vera questione, che Meloni ha posto duramente, ma anche con estrema franchezza, fin dal primo momento dopo l’ordinanza della magistrata romana, e il presidente del Senato La Russa, solo apparentemente in termini più moderati, ha rimesso sul tavolo ieri con un’intervista a Repubblica, è questa: il governo di destra-centro, che ha vinto le elezioni sulla base del suo programma sottoposto agli elettori, ha diritto o no di attuare questo programma, senza che altri poteri dello Stato lo ostacolino ogni qual volta le scelte dell’esecutivo contrastano con lo status quo? E se il potere che disturba l’azione del governo è la magistratura, cioè l’organo chiamato a dirimere le controversie tra i cittadini, anche quelli stranieri, e lo Stato, fino a che punto i magistrati possono spingersi contro l’esecutivo, per non trasformarsi in un’altra forma di opposizione, diversa da quella presente in Parlamento, ma non eletta e non portatrice di consenso popolare? In altre parole, quando si presenta un conflitto fra governo e giudici, i secondi devono o no sottomettersi alla volontà popolare?
Posta in questi termini, la risposta alla domanda non può che essere “no”. Da nessuna parte, né nella Costituzione, né nel Codice penale o di procedura penale, si trova un articolo che ordini qualcosa del genere. Si può discutere sul fatto che l’indipendenza della magistratura sia o sia diventata eccessiva; che ci sia o ci sia stata in qualche caso (non in quello della giudice Albano, o almeno non dichiaratamente) l’intenzione di colpire il governo, non solo questo, ovviamente. La storia trentennale dei rapporti tra politica e magistratura dopo Tangentopoli - che fu la ghigliottina di un’intera classe dirigente, con conseguenze fino ad oggi - è piena di episodi di questo genere, così come di errori giudiziari, non particolarmente frequenti, ma emblematici, che sono andati in quella direzione. C’è inoltre una crescente politicizzazione delle toghe, alla quale non si riesce a porre rimedio. Eppure il grosso dell’operato della magistratura è ancora ordinato e disciplinato: si guardi a cosa sta accadendo dopo che il governo ha abolito il reato di abuso di ufficio, con l’effetto di una raffica di assoluzioni per sindaci e pubblici amministratori - anche protagonisti di casi clamorosi - che dovevano risponderne e stanno uscendo assolti uno dopo l’altro, un giorno dopo l’altro.
Così che forse si può riproporre la domanda uguale e capovolta: può il governo, con l’ausilio della propria maggioranza in Parlamento, provare a sottomettere la magistratura, per porla in posizione subordinata alla propria politica e al proprio programma e limitarne via via lo spazio d’azione? Anche stavolta, in termini di principi costituzionali, di codici e pandette, non potrebbe. Ma può, in effetti, anche a costo di qualche forzatura? Qui la risposta diventa più complicata, e riporta alle recenti reazioni della premier e del presidente del Senato. Meloni non lo ha detto, ma ha posto la questione della realizzazione del programma senza ostacoli di qualsiasi natura, a partire da quelli giurisdizionali delle sentenze. E anche La Russa non lo ha detto, ma ha spiegato che a suo giudizio sarebbe meglio cambiare la Costituzione per evitare che continui il conflitto che ha bloccato, forse sarebbe meglio dire rovinato l’inaugurazione del “Progetto Albania”. Non occorre neppure rivolgersi ad autorevoli costituzionalisti, basta aver letto la Carta, per sapere che se c’è una caratteristica che emerge dalla lettura è che la Costituzione è costruita con un sistema di pesi e contrappesi, creato proprio per evitare che un potere possa sopravanzarne un altro. Se si vuole cambiare, naturalmente, si è liberi di farlo. Anche se a onor del vero un cambiamento di questa portata - il popolo davanti a tutto e tutti - nel programma sottoposto dalla coalizione di destra-centro agli elettori non c’era.
Per questo sarebbe meglio parlar chiaro, precisare i propri obiettivi, uscire dal caso particolare. Dire, ad esempio, se l’obiettivo è questo, che si tratta di risolvere una volta e per tutte il conflitto tra politica e magistratura, subordinando la seconda alla prima. Nasconderlo, invece, non ha senso, tanto si capisce lo stesso. E poi riflettere - quello è sempre necessario, anche se spesso trascurato - sul fatto che, finora, cambiamenti anche più semplici della Costituzione, talvolta perfino opportuni, rivolti a rafforzare il potere del governo e del premier rispetto ad altri poteri dello Stato non sono mai andati in porto. Anche a sorpresa, come accadde nel 2016 con il progetto di riforma di Renzi. Il popolo li ha bocciati. Ci sarà una ragione.









