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di Giuseppe Gagliano

Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2026

La legge porta il segno di Itamar Ben Gvir e sancisce un principio preciso: lo Stato dimostra la propria forza non nella superiorità del diritto, ma nella capacità di infliggere la morte. La legge approvata dalla Knesset sulla pena di morte non rappresenta soltanto un irrigidimento giudiziario. È il segnale politico di uno Stato che, immerso nella guerra permanente, trasforma l’eccezione in norma e la vendetta in strumento di governo. Pur senza nominare esplicitamente i palestinesi, la struttura della legge rende evidente il bersaglio: chi compie attacchi mortali contro Israele potrà essere condannato all’impiccagione da un tribunale militare con semplice maggioranza e con esecuzione entro novanta giorni.

Non siamo davanti a una misura di sicurezza, ma a una norma identitaria che separa lo Stato dal nemico assoluto. In questo schema il palestinese non è più un soggetto da giudicare, ma un corpo da eliminare in nome di una sovranità percepita come costantemente assediata.

Il successo politico appartiene all’ultradestra israeliana, che da anni spinge per trasformare il conflitto in una guerra esistenziale senza limiti. La legge porta il segno di Itamar Ben Gvir e sancisce un principio preciso: lo Stato dimostra la propria forza non nella superiorità del diritto, ma nella capacità di infliggere la morte. Il dato più inquietante è che questa logica non appartiene più solo ai settori radicali, ma ha ormai penetrato in profondità il sistema politico.

Le proteste internazionali non mancano, ma restano sterili. L’Europa denuncia, ma non agisce, perché Israele resta troppo importante sul piano commerciale, tecnologico, militare e diplomatico. La censura morale non si traduce in costo strategico, e uno Stato che non paga prezzo per le proprie scelte non ha motivo di correggerle. La legge arriva inoltre mentre Israele è sotto forte stress militare: Gaza, il Libano, la minaccia iraniana, il peso sulle riserve e una mobilitazione continua stanno logorando l’apparato di difesa. In questi casi gli Stati tendono a compensare la fatica operativa con l’inasprimento ideologico. La pena di morte si inserisce proprio in questa dinamica: non rafforza davvero la sicurezza, ma serve a ostentare una fermezza che sul terreno rischia di incrinarsi. Il punto di fondo è il fallimento della politica. Israele appare incapace di uscire dalla guerra come condizione normale. E così la giustizia, piegata alla logica del conflitto, non pacifica nulla: prolunga la guerra con altri mezzi.