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di Nicola Canestrini

Il Dubbio, 15 gennaio 2025

Negli ultimi anni, in molti ordinamenti democratici anche europei, si è assistito a un incremento dell’adozione di misure legislative che privilegiano un approccio securitario e populista, attribuendo un potere crescente alle forze dell’ordine e al contempo restringendo diritti e libertà fondamentali. In Italia, la legislatura attuale ha consolidato questa tendenza con l’introduzione di nuove fattispecie penali, l’inasprimento delle pene e la marginalizzazione di specifiche categorie sociali. Il concetto di “legislazione del nemico”, teorizzato da Gunther Jakobs, si basa sull’idea che alcuni individui, a causa della loro percepita pericolosità, perdano la loro qualifica di soggetti di diritto e vengano trattati esclusivamente come oggetti di prevenzione o repressione.

Nel caso italiano, questa logica ha trovato un esempio paradigmatico nel cd. Decreto anti-rave (dl 162/ 2022). La norma, originariamente presentata per contrastare i rave party, definisce in termini ampi e vaghi le situazioni che configurano il reato, rendendo possibile la sua applicazione a manifestazioni politiche e sociali e criticata da giuristi e organizzazioni per i diritti umani per la sua potenziale incompatibilità con il diritto alla libertà di riunione (art. 17 Cost.).

Il decreto non solo amplia il controllo dello Stato su eventi privati, ma legittima un approccio punitivo a scapito di soluzioni preventive e dialogiche e senza affrontare i problemi sottesi, che vengono semplicemente rimossi (recte: risolti tramite criminalizzazione). La preoccupante tendenza emerge in maniera ancora più evidente in alcune norme dell’ennesimo decreto cd. Sicurezza, che accentuano la criminalizzazione di determinate categorie sociali. Queste norme, più che garantire la sicurezza, alimentano un senso di esclusione e ostilità nei confronti di chi già vive ai margini della società.

Un esempio? Le zone rosse, ultima iniziativa d’effetto per limitare l’accesso a determinate aree urbane a individui “con atteggiamenti” (?) pericolosi o molesti, violano palesemente il diritto alla libertà di circolazione sancito dall’articolo 16 della Costituzione italiana. Queste misure non sono basate su condanne penali, ma su mere segnalazioni o peggio ipotesi predittive, lasciando ampi margini di discrezionalità alle autorità di polizia. Il ddl 1160 - come altre norme, annunciate o varate - prevede un significativo rafforzamento dei poteri delle forze dell’ordine, in un contesto che già vede un crescente squilibrio tra le autorità statali e i diritti dei cittadini. Tra le norme più controverse ricorderei il porto d’armi senza licenza anche fuori servizio, che rischia di aumentare il rischio di abusi/incidenti, o le tutele legali rafforzate, che - soprattutto se unite ai ricorrenti proclami sull’abolizione del reato di tortura - rischiano di favorire un senso di impunità in assenza di adeguati meccanismi di controllo. L’incremento dei poteri discrezionali delle forze dell’ordine si traduce in una crescente asimmetria tra Stato e cittadini, minando il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Una delle caratteristiche distintive della “legislazione del nemico” è la criminalizzazione del dissenso politico e sociale. Si è addirittura pensato di concepire un reato di “rivolta negli istituti penitenziari e nei centri di detenzione per migranti” punendo anche la resistenza passiva (!) con pene fino a 5 anni di reclusione, tralasciando invece completamente le cause delle proteste (senza curarsi nemmeno dei numeri drammatici di suicidi fra detenuti e personale penitenziario).

Si tratta di disposizioni solo apparentemente giustificate da ragioni di ordine pubblico, che invece limitano de facto diritti costituzionali, ivi compreso quello di manifestazione del pensiero, definito nel 1969 “pietra angolare del sistema democratico” dalla Corte costituzionale, riducendo lo spazio per il dissenso e intimidendo i cittadini che intendono esercitare i propri diritti costituzionali.

L’introduzione di misure straordinarie, spesso giustificate da emergenze reali o percepite, mina i principi fondamentali dello stato di diritto, come la presunzione di innocenza, la separazione dei poteri e il diritto a un equo processo. Inoltre, la creazione di nuove fattispecie penali e l’inasprimento delle pene, senza un adeguato bilanciamento con politiche di inclusione e prevenzione, rischiano di trasformare il sistema penale in uno strumento di controllo sociale, piuttosto che di giustizia.

Per contrastare la crescente tendenza alla deriva autoritaria, è necessario riaffermare i principi di proporzionalità, uguaglianza e giustizia sociale, promuovendo politiche che affrontino le cause profonde del disagio sociale e della criminalità, piuttosto che limitarsi a reprimerne gli effetti. Solo attraverso un rafforzamento delle garanzie costituzionali e dei diritti fondamentali, con un ritorno a una visione inclusiva della società, sarà possibile preservare la coesione sociale e la dignità di ogni individuo.