di Christian Raimo
La Stampa, 30 aprile 2026
È importante leggere scrittori che indagano i colpevoli e che talvolta confessano di esserlo. Ma ci sono anche dei rischi. Una delle novità più importanti del sistema editoriale degli ultimi anni è la presa di parola di chi ha subito violenza: la cortina di silenzio millenario che circondava l’abuso è oggi è lacerata da un’esplosione di narrazioni di sopravvissute. È stato un caso in Francia “La notte nel cuore” (Einaudi) di Natacha Appanah, lo sarà in Italia. È stato un caso mondiale quello di Gisèle Pelicot proprio perché lei ha deciso anche di raccontarlo ovunque, compreso il suo libro “Un inno alla vita” (Rizzoli). Fiction o nonfiction, le voci di donne e persone trans che hanno trasformato il trauma privato in testimonianza letteraria è un catalogo che sta diventando canone.
Se è sicuramente stato seminale un capolavoro come Amatissima di Toni Morrison (1987) nel racconto della violenza di genere, un testo come Lucky di Alice Sebold (1999), nonostante la controversia che ne è seguita sulla corrispondenza giuridica effettiva, ha dato un modello narrativo alla cronaca dello stupro e delle macerie psicologiche che ne conseguono, contemporaneamente all’emergere di una presa di coscienza collettiva dei sistemi di violenza maschile. In Memorial Drive (2020) Natasha Trethewey arriva a descrivere l’apice della violenza domestica, il femminicidio, raccontando l’assassinio di sua madre, mentre Chiedimi scusa di Eve Ensler affronta l’abuso paterno attraverso una riparazione simbolica, o La famiglia Grande di Camille Kouchner, che rompe il silenzio sull’incesto perpetrato su una vittima maschile, Kiese Laymon nel Peso riflette sulle violenze inflitte sistematicamente dalla cultura e dal razzismo sul corpo degli uomini neri; Donna Kaz in Unmasked documenta anni di abusi fisici e psicologici subiti da parte di un partner che è anche una celebrità. Questi racconti non cercano una spiegazione sociologica del gesto, ma testimoniano e denunciano.
Casi come quello di Chanel Miller, che ha dato una dignità alla “Emily Doe” del caso Stanford in Dì il mio nome, o la scrittura iperespressiva di Carmen Maria Machado nella Casa dei sogni hanno ripensato come leggiamo la violenza fisica e psichica. C’è un dato macroscopico però che emerge osservando questa bibliografia in costante espansione. L’assenza quasi totale della voce di chi quella violenza l’ha agita. Mentre le storie delle vittime si moltiplicano, i testi in cui l’abusante o il perpetratore si mette a nudo, non per auto-assolversi, ma per decostruire, interpretare il proprio gesto, restano casi rarissimi e isolati. Questa asimmetria narrativa non è imprevedibile: raccontare l’abuso dal lato di chi lo commette significa confrontarsi con il mostro allo specchio. Chi ha il coraggio di farlo, quale può essere la forma che renderebbe efficace questa scelta?
Tra i rari esempi Tom Stranger, coautore insieme alla sua vittima Thordis Elva di “South of Forgiveness”. Il libro rappresenta un esperimento radicale di onestà: Stranger non si nasconde dietro giustificazioni, dice: “Io ti ho stuprata”. Nelle sue riflessioni, descrive la negazione che lo ha protetto per anni, permettendogli di seppellire l’atto in “un angolo oscuro della memoria” per continuare a vedersi come una persona normale. Stranger riconosce che la sua scelta fu guidata da una miscela di avidità e ignoranza, in un’interpretazione collettiva per cui dal senso di superiorità conferitogli da una cultura patriarcale è stato portato a pensare che il proprio desiderio contasse più del consenso altrui. L’effetto che fa il libro di Stranger è ambivalente. Cominciamo a pensare: davvero vogliamo sentire la voce del violento? Davvero crediamo alla sua versione? Davvero questa sincerità ci convince?
Una prospettiva più complessa è quella offerta da Kiese Laymon nel Peso. Laymon non scrive un semplice memoir di vittimizzazione, sebbene abbia subito abusi e violenze sistemiche. Ammette con spietata precisione di essere stato, a sua volta, “brutalmente disonesto”, un “bugiardo, un traditore e un manipolatore”. Laymon esplora come i ragazzi nel Mississippi siano “addestrati a fare del male alle ragazze in modi in cui le ragazze non potrebbero mai fare del male ai ragazzi”. La violenza non è un evento isolato, ma un linguaggio appreso e riprodotto, un ciclo ripetuto all’infinito di segreti e menzogne che avvelena le relazioni più intime. La sua è una confessione che scava nel peso di ciò che si è fatto agli altri mentre si cercava di sopravvivere a ciò che gli altri hanno fatto a noi.
Ancora più cruda è la testimonianza di Janek Gorczyca in “Storia di mia vita”. Gorczyca racconta la sua esistenza segnata dall’alcolismo e dalla precarietà, ma non tace sulla propria violenza domestica. Descrive un litigio con la compagna Marta finito “in un lago di sangue”, ammettendo di non essersi reso conto del male che poteva fare con la sua forza fisica. Gorczyca riconosce che, pur sentendosi tradito, ha “scaricato tutto su Marta”, lasciandola con il viso tumefatto dai lividi. Il suo racconto è privo di filtri: la cronaca di un uomo che confessa la propria natura “combattente” e distruttiva, e il peso di un amore che è stato per anni un campo di battaglia. Un altro caso singolarissimo è quello del filosofo Louis Althusser in “L’avvenire dura a lungo”. Scritto dopo aver ucciso la moglie Hélène, è un tentativo di autoanalisi in cui il perpetratore cerca di dare un senso a un atto che ha cancellato la sua vita pubblica e privata. È un memoir del crollo psichico, dove l’atto violento diventa l’apice di un’esistenza segnata da traumi e dissociazione.
Questi rari campioni letterari ci aiutano a intravedere un po’ di cosa parliamo quando parliamo di patriarcato e di violenza sistemica o di cultura dello stupro. Lo nota Thordis Elva: il patriarcato non è solo qualcosa che accade alle donne, ma qualcosa che accade anche agli uomini: dà gli strumenti ideologici per giustificare l’uso del corpo altrui come un diritto. Se la narrazione del sopravvissuto è l’arma per rompere il silenzio, la narrazione del perpetratore, in cosa potrebbe essere uno strumento utile a comprendere per rovesciare il sistema?
È chiaro, sia da un punto di vista morale e politico che narrativo, quale sia il rischio, sempre in agguato, della narrazione dal lato dell’abusante: che essa si trasformi in una richiesta di pietà o in un’auto-crocifissione che riporti l’attenzione sul colpevole anziché sulla vittima. Tom Stranger stesso ammette di aver usato per anni l’autocolpevolizzazione come una “coperta calda”, per evitare la responsabilità. C’è però un’evidenza. Senza la voce dei responsabili, la comprensione della violenza rischia di rimanere comunque sempre mutilata, un’opera teatrale, come dice Donna Kaz nell’altro libro sulla violenza maschile “Unmasked”, a cui manca ancora il secondo atto.










