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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 10 ottobre 2024

Julian Assange è stato finalmente liberato dal carcere inglese ove era detenuto da oltre cinque anni. Tanta è stata l’attesa - in carcere - per la definitiva decisione sulla richiesta del governo americano di estradarlo negli Stati Uniti. Il governo britannico era pronto a soddisfare la richiesta, mentre i vari giudici che si sono susseguiti avevano dato risposte diversificate e non definitive. Alla fine Assange ha patteggiato con il governo degli Stati Uniti, ammettendo ciò che era evidente (aver ricevuto documenti dichiarati segreti) e concordando una pena corrispondente a quanto già trascorso in carcere. Egli così è ora libero ed è stato invitato ed ascoltato dal Consiglio d’Europa. Il Consiglio ha poi approvato una importante Risoluzione (n. 2571(2024), con 88 favorevoli, 13 contrari e 20 astenuti), che tratta della libertà di informazione e la protezione della attività dei giornalisti che la forniscono al pubblico. Essi agiscono come “cani da guardia della democrazia”, essendo evidente che l’opinione pubblica si forma solo se informata su tutto ciò che ha rilievo per il dibattito pubblico.

Come si ricorda, la vicenda di Assange ha preso inizio nel 2010, quando con WikiLeak ha fatto conoscere un video intitolato Collateral murders che riproduceva l’uccisione di civili in Iraq da parte di militari americani. Seguì la pubblicazione di migliaia di documenti, autentici ma classificati segreti da parte delle autorità americane. Essi gli erano stati forniti da Chelsea Manning, una militare americana, che ad essi aveva accesso e che venne condannata negli Stati uniti. Era una “wistleblower”, che dall’interno della sua organizzazione aveva fatto uscire documenti comprovanti la commissione di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani fondamentali da parte delle forze americane in Iraq, con la copertura della gerarchia militare e delle autorità civili e politiche. Quei documenti, diffusi da WikiLeak, sono poi stati in parte pubblicati da vari quotidiani e da altri media.

Mentre l’Amministrazione Obama aveva evitato di far processare Assange, considerando il danno che ne sarebbe derivato per la libertà di stampa e informazione, la successiva Amministrazione Trump ha proceduto contestando una serie di violazioni della legislazione del 1917 contro lo spionaggio, che prevedono pene per decine di anni di reclusione. E ha richiesto al Regno Unito la estradizione di Assange. La procedura è durata fino a che, nuovamente mutata l’Amministrazione americana, questa ha rinunciato alla maggior parte delle accuse e sono stati possibili il patteggiamento e la liberazione.

L’importanza della audizione di Assange da parte del Consiglio d’Europa e della successiva Risoluzione dimostra come sia impensabile che la vicenda sia ora conclusa e, soddisfatti della scarcerazione di Assange, non se ne parli più. La persecuzione che Assange ha subìto per avere svolto il suo ruolo di raccolta e diffusione di notizie di grande interesse pubblico, non trova spiegazione solo nella non considerazione del valore fondante della libertà di informazione da parte americana (e sostanzialmente, al seguito, dal sistema delle autorità britanniche). Si tratta anche della ricerca del cosiddetto “chilling effect”, l’effetto dissuasivo e il clima di autocensura che la paura di incorrere in un simile trattamento produce su tutti i giornalisti e editori.

Il Consiglio d’Europa - organo che dal 1949 promuove la democrazia e il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali - nella sua Risoluzione ha ribadito principi che già sono presenti nei suoi documenti sulla importanza della attività libera dei giornalisti. Ma, nell’occasione offerta dalla vicenda di Assange, ha specificamente affrontato il tema di quando si tratta dei giornalisti e dei segreti di Stato che riguardano le guerre. Le vicende di Gaza e dell’Ucraina non sono citate, ma rappresentano lo sfondo attuale su cui si proiettano le affermazioni della Risoluzione, che considerano la brutalità delle guerre e la frequenza di crimini di guerra e contro l’umanità. Esse riguardano la necessità di proteggere i giornalisti, limitare la portata dei segreti e assicurarsi che questi non servano a proteggere un’impellente necessità di sicurezza degli Stati, ma siano invece utilizzati per garantire impunità a chi commette gravi crimini. Nel caso considerato dal Consiglio d’Europa, l’Amministrazione americana sosteneva che la pubblicazione aveva messo in pericolo la vita di persone citate nei documenti. Ma di ciò non risulta alcuna prova e, ancora dopo tanti anni, nessuna persona si è lamentata o ha richiesto risarcimenti. Invece non si ha notizia di indagini e processi contro gli agenti americani che, dai documenti pubblicati da WikiLeaks, risulterebbero aver commesso gravi crimini. Ed è per questo che la Risoluzione richiama quanto aveva già rilevato in occasione della condanna del ricorso americano alle prigioni segrete in Europa a fini di lotta al terrorismo (le c. d. extraordinary renditions): “in certi Paesi, e specificamente negli Stati Uniti, il segreto di Stato è utilizzato per proteggere gli agenti dell’Esecutivo da procedimenti penali per crimini quali i sequestri di persona e gli atti di tortura, o per impedire alle vittime di chiedere risarcimenti”. Per parte sua l’Italia, proprio con riferimento ad una vicenda di quel tipo, non ha dato buon esempio nell’imposizione del segreto di Stato da parte dei diversi governi succedutisi e della Corte costituzionale che ne ha giustificato il comportamento. La violenza e la crudeltà delle guerre di questi tempi si unisce al disprezzo dei belligeranti per le regole del diritto interazionale umanitario. Gli Stati le hanno sottoscritte ed accettate. Le Corti di giustizia, nazionali e internazionali, sono ora ben poco rispettate. Se vengono anche zittiti i giornalisti - nelle loro incursioni negli archivi informatici e prima ancora eroicamente sul terreno degli scontri - allora veramente i passi avanti che l’umanità aveva compiuto con le sue leggi vengono travolti senza più ritegno, lasciando il campo a sfrenati comportamenti selvaggi.